Basta pregiudizi: Uk ha interpretato la Ue meglio di noi e beati loro
Mentre è in corso il referendum britannico per restare nell’Unione Europea o uscirne, si può fare il punto su un pregiudizio pesante che è emerso in Italia e nel dibattito continentale. europeo. A preferire la Brexit non sono solo i suoi sostenitori britannici, l’Ukip di Farage, una bella fetta dei Tories, e una parte minoritaria ma vedremo quanto forte anche degli elettori laburisti dell’Inghilterra profonda, che non compartecipa ai dividendi di banche, finanza e prezzi immobiliari. A casa nostra e in mezza Europa, a volere sia pure a mezza voce la Brexit, ci sono anche parecchi europeisti “spinti”, coloro che continuano a sognare una Ue Super-Stato con sempre più politiche centralizzate e dirigiste, malgrado l’evidente stallo di un’Europa che non riesce a darsi nemmeno una comune politica sull’immigrazione. Per fare due nomi, Monti e Prodi negli ultimi giorni hanno entrambi ricordato che il Regno Unito ha sempre frenato nei decenni ogni sviluppo europeo, e tutto sommato se ora decide di uscire sarà pure un peccato ma almeno si chiarisce una volta per sempre il grande equivoco.
Libero ciascuno di pensarla come vuole. Personalmente non ho alcun dubbio: farei a cambio coi britannici subito e su due piedi, sia se restano in Ue sia se decidono di uscire. Comunque, se invece di demonizzare tentiamo di capire meglio la linea britannica verso l’Europa dagli anni Settanta a oggi, le cose stanno diversamente da quanto dicono Monti e Prodi. Conservatori e laburisti, in realtà, sin dall’inizio sull’Europa hanno perseguito una linea d’interesse nazionale che affondava le radici in condizioni oggettive, storiche ed economiche. Il Regno Unito ancora alla fine del secondo conflitto mondiale attraverso il Commonwealth comprendeva quasi un quarto delle terre emerse e un quinto della popolazione mondiale. Il brutale ridimensionamento della sua potenza e l’indipendenza di molte delle sue ex colonie non l’hanno privato né della potenza nucleare, né del diritto di veto al Consiglio di sicurezza dell’ONU, né della sua forza straordinaria sulla scena della finanza mondiale.
La dottrina europea del Regno Unito rimane scolpita in due famosi interventi della Thatcher: quello a Bruges del settembre 1988, in cui veniva espresso un chiaro no a un’Europa Super-Stato centralizzato, e la preferenza invece per una libera convergenza di Stati in nome del libero mercato e della concorrenza; e il triplice “no, no, no” pronunciato tra fragorosi applausi alla Camera dei Comuni nell’ottobre del 1990, in cui il no deciso era a una moneta unica realizzata con il pieno esproprio del dovere della politica monetaria non a prendere ordini, ma a render conto di sé alla politica e a parlamenti eletti.
Col senno di poi, le due premesse della posizione britannica si sono rivelate così sbagliate? Non mi pare proprio. L’evidenza di questi ultimi anni mostra che la Commissione Europea ha cessato da tempo di essere motore d’integrazione, perché sono gli Stati nazionali, a cominciare dal più forte cioè la Germania, a dettare l’agenda. E ciò vale per l’immigrazione, come per l’euro. Ma, se è così, allora le ampie facoltà di deroga alle regole comunitarie strappate negli anni da Londra non hanno rappresentato un sabotaggio all’integrazione europea, bensì una dose di maggior realismo sui suoi limiti congeniti che i britannici hanno intravisto per tempo, rispetto alle illusioni poi infrante dalla crisi.
Prima della convocazione del referendum che si tiene domani, il Regno Unito già godeva di quattro fondamentali deroghe o opt-out, come si chiamano in gergo tecnico: ovviamente dall’euro; dagli accordi di Schengen, che presiedono alla libera circolazione delle persone; in materia di giustizia e affari interni, riservandosi il diritto caso per caso di far prevalere il proprio diritto domestico; e sulla Carta dei Diritti Europei resa vincolante dal Trattato di Lisbona, escludendo cioè di poter essere chiamati in giudizio da altri paesi membri davanti alla Corte di Giustizia delle Comunità Europee. Tony Blair abrogò un quinto opt-out che aveva ottenuto Major, quello relativo al protocollo sociale che tutela il lavoro. A queste deroghe David Cameron nel febbraio scorso, nel tentativo di “smontare” la forza di Brexit nel referendum, ha ottenuto trattando con la Ue di aggiungerne altre tre: la facoltà di poter impugnare eventuali misure dell’eurozona che danneggiassero l’economia britannica e la sterlina; il diritto dei parlamenti nazionali che rappresentassero il 55% dei voti del Consiglio europeo a poter obbligare la Commissione Europea a riesaminare i suoi atti; e la facoltà riconosciuta a livello nazionale di sospendere o limitare l’applicazione del proprio welfare a cittadini di altri paesi Ue residenti o immigrati in Uk.
L’accusa degli europeisti antibritannici è che con tali deroghe il Regno Unito mini dalle fondamenta l’avanzamento del processo europeo. E spinga altri paesi a fare la stessa cosa. Anzi, con una spinta ancora maggiore se domani gli elettori britannici dovessero decidere di restare nell’Unione, invece di uscirne. E’ una visione miope. Conferma l’errore europeo di fondo: quello di una costruzione centralizzata e omologante, creata e amministrata “dall’alto” da tecnocrati o non eletti, come sono i membri della Commissione Ue. In realtà il Regno Unito ha difeso non solo il proprio interesse nazionale, ma anche l’idea più generale di un’Unione basata sulla sussidiarietà e le differenze volontariamente difese e contrattate secondo gli interessi di ciascuno, invece che sull’omologazione centralista che, come si vede nell’euroarea dal 2011 a oggi, non funziona.
Per molti versi, in conclusione, beati i britannici che hanno avuto leader capaci di battersi per tutto questo, rispetto a chi firma patti e regole europee, e poi davanti ai propri elettorati le disconosce dimenticando di averle votate. Come capita in Italia.