3
Lug
2013

Le origini della crisi egiziana — di Nouh El Harmouzi e Ali Massoud

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Atlas Network.

Cosa ha portato 17 milioni di egiziani nelle piazze di tutto il paese e ha spinto 22 milioni di cittadini a sottoscrivere una denuncia del presidente Mohammed Morsi? E perché il sito web del movimento di protesta Tamarrod (Il ribelle) ha chiesto che “il presidente Morsi lasci l’incarico entro le 5 del pomeriggio di martedì 2 luglio” e permetta lo svolgimento di libere elezioni, con la minaccia, in caso contrario, di una “assoluta disobbedienza civile”?

E perché le forze armate egiziane hanno presentato allo stesso Morsi un ultimatum, intimandogli di risolvere la crisi entro 48 ore, in difetto di che avrebbero preso esse stesse le misure necessarie.

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2
Lug
2013

Età pensionabile più bassa? Il rischio è che a pagare siano i contribuenti e i giovani

Sulle pensioni, come sempre accade da decenni in Italia, anche il governo Letta a settembre riapre il cantiere. Dopo il secco intervento della riforma Fornero a dicembre 2011, presentata come intervento “definitivo”, si vuole tornare indietro. Il ministro Giovannini non è contrario allo schema condiviso da Cesare Damiano e da PierPaolo Baretta del Pd con Renato Brunetta del Pdl, convinti, insieme ai sindacati, che la riforma Fornero sia stata troppo “secca”. L’ipotesi è di tornare a uscite “flessibili”. E’ una buona idea? Vediamo qualche numero, per capirlo.

La riforma Fornero ha introdotto dal 2012 l’unico criterio contributivo, ha bloccato l’adeguamento all’inflazione per il biennio 2012-13 delle pensioni superiori a 1.400 euro lordi al mese, e dal 2012 ha abolito la pensione di anzianità, sostituita da un trattamento pensionistico anticipato che si può ottenere con 42 anni e 1 mese per gli uomini, e 41 e 1 mese per le donne. Queste età sono soggette ad aggiornamento triennale per effetto dell’incremento della durata media della vita, per cui in futuro l’età minima per la pensione sale, fino a convergere con quella di vecchiaia. Per accedere alla pensione di vecchiaia occorre avere almeno 20 anni di contribuzione, mentre l’età per poter diventare pensionato è stata aumentata a 66 anni per tutti, salvo per le donne che lavorano nel privato (62 anni), e per le lavoratrici autonome (63 anni e 3 mesi). Ma tutte queste categorie convergeranno gradualmente all’età di 66 anni, per poi salire verso quota 70 per effetto dell’aumento automatico dei requisiti di vita. Sono state eliminate le cosiddette finestre. E’ stato alzata gradualmente dal 20 al 24% la contribuzione ai lavoratori autonomi. Tutto questo, sommando le varie voci tra minori spese e maggiori entrate, si è calcolato produca risparmi nella misura di 80 miliardi entro il 2018. Ma il più , almeno 46 miliardi, verrà dal 2016 in avanti.

La domanda da farsi è: oggi, come sta andando la spesa per previdenza, che assorbe oltre il 35% del totale delle uscite pubbliche? Male. Tra il 2009 e il 2012 l’aumento della spesa pubblica corrente – mentre le entrate salivano di 38 miliardi, tutti usciti dalle nostre tasche – si è concentrata proprio in 27 miliardi di maggiori prestazioni previdenziali e assistenziali. Per di più, i contributi sociali sono cresciuti di 4 miliardi, mentre l’onere a carico della fiscalità generale è cresciuto di 23 miliardi di euro. Nel 2013 le prestazioni aumenteranno di altri 8,3 miliardi rispetto al 2012, di cui solo 3,7 vengono coperti da maggiori contributi, e 4,1 da maggiori trasferimenti statali.

L’ipotesi Baretta-Damiano è di tornare a pensioni flessibili, col meccanismo di penalizzazione e premio. Tagliare dell’8% l’assegno di chi lascia a 62 anni, del 6% a chi lavora fino a 63, del 4% a 64 e così via, fino alla neutralità di chi “sceglie” le regole generali e lascia il lavoro a 66 anni. In modo speculare, chi lavora oltre il tetto di età in vigore alla maturazione del trattamento potrebbe avere un bonus del 2% per ogni anno di lavoro in più.

Questa proposta mira non solo a ridare “scelta di vita” ai lavoratori. Si propone anche di creare occupazione giovanile aggiuntiva, visto che gli effetti della riforma Fornero sono di alzare di più di due anni la vita al lavoro media della platea maschile e di 4 quella femminile, “bloccando” per così dire i nuovi ingressi proprio ora che la disoccupazione giovanile è ai massimi. Tuttavia ha ragione Carlo Dell’Aringa, che nella squadra di governo è il più tiepido verso il ritorno a uscite anticipate. La discesa verso il 15% del Pil di spesa previdenziale – comunque 2 punti sopra la media Ue e della Germania – per effetto della riforma Fornero si concentra negli anni 2018-2024. Nel frattempo, tornare a uscite flessibili aggrava la spesa tendenziale, e aggrava soprattutto la quota da coprire con fiscalità generale, rendendo cioè ancora più difficile i tagli generalizzati al cuneo fiscale di cui ci sarebbe bisogno.

Sindacati, Pd e Pdl spingono, ma sarà bene sapere con precisione a chi verrà addossato l’onere di un eventuale abbandono della riforma Fornero. Per più occupati giovani, è meglio abbassare il cuneo fiscale che fargli pagare più imposte per sostenere i trattamenti di chi va in pensione prima, visto che chi è giovane ora avrà pensioni di poco superiori al 40% della sua ultima retribuzione, e a patto di non avere “buchi” contributivi nell’arco della propria vita. Ed è meglio non aspettarsi troppo da tagli alle pensioni d’oro – i soli 33 mila pensionati oltre i 90 mila euro pesano per 3,3 miliardi l’anno – in quanto la recente sentenza 116/2013 della Corte costituzionale ha innalzato un muro, contro l’ipotesi di interventi equitativi.

2
Lug
2013

I grillini, i calabroni e la mentalità dell’alveare

E’ abbastanza sorprendente che durante la lettura di un bel romanzo italiano ci si imbatta nel nome di Bruno Leoni. Questo “incontro” accade a pagina 45 di La mentalità dell’alveare di Vincenzo Latronico. Come ha spiegato l’autore in un’intervista, si è trattato di una sorta di “gioco”: mostrare il protagonista impegnato in un “dibattito di idee” (un protagonista tuttavia critico nei confronti del liberalismo leoniano). Ma i riferimenti “sorprendenti” non si fermano a Leoni, dal momento che a pagina 99 si cita anche Ayn Rand e uno dei personaggi del romanzo (il giornalista del Guardian) si chiama Roark, come l’Howard della Fonte meravigliosa.
Latronico ha scritto un romanzo assai particolare (e non solo nella scelta della citazioni), lui stesso lo ha definito come “un pamphlet di intervento politico in forma narrativa”.
Il libro prende spunto dalle elezioni politiche del febbraio 2013, e racconta una storia “interna” alla Rete dei Volenterosi, nome dietro il quale c’è il Movimento 5 Stelle. Ogni riferimento ai grillini è chiaro e voluto, anche se l’autore preferisce imbastire una storia di fiction per toccare alcune questioni di grande importanza nel dibattito politico. E’ lo stesso Latronico ad esplicitare il tema del libro: la democrazia digitale. Niente di meglio quindi che parlarne attraverso il M5S, che proprio della democrazia diretta, tramite l’uso di Internet, ha fatto la propria bandiera. Read More

1
Lug
2013

A little less conversation, a little more action please. Riflessioni sul pacchetto lavoro

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Massimo Brambilla.

“Adesso le imprese non hanno più scuse per non assumere”. Poche frasi più di quella pronunciata qualche giorno fa dal premier Enrico Letta riassumono con maggiore cruda efficacia quel misto di incomprensione, diffidenza ed ostilità che caratterizza la percezione che i nostri politici hanno delle piccole e medie imprese italiane.

Cresciuti in contesti culturali in cui il profitto era sterco del diavolo o esproprio delle energie dei lavoratori, ostili all’imprenditoria che non fosse organica ai grandi gruppi prossimi ai centri di potere politici e sindacali, i nostri rappresentanti amano parlare molto di lavoro e poco di impresa, quasi il primo fosse indipendente dalla seconda anzi lasciando trasparire la convinzione che l’unico fattore alla base della disoccupazione sia la cattiva volontà degli imprenditori di fare tesoro delle loro intuizioni in materia di politica industriale.

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1
Lug
2013

Socialismo municipale, una follia da smontare

Stamane il ministro Zanonato, intervistato dal Corriere, si dice contrario a dismissioni pubbliche. La presenza pubblica è naturalmente “strategica”, anzi bisogna estenderla tramite CDP nelle società delle reti. Ieri il viceministro dell’Economia Stefano Fassina ha spiegato al Mattino che, per trovare la copertura adeguata ad eliminare stabilmente l’aumento dell’IVA e l’IMU prima casa, occorre riprendere la strada dei tagli di spesa, e ha indicato in questo ambito le società controllate da Comuni, Province e Regioni. Viene da battere le mani, fosse vero, perché la via della riduzione “mirata” di una spesa pubblica che supera gli 800 miliardi era da anni e resta oggi la via maestra, per abbattere un prelievo fiscale e contributivo da suicidio. Oltre che negli 8 punti di Pil spesi ogni anno in forniture della PA senza che riesca se non in piccola parte il tentativo di accentrarne la selezione su piattaforme elettroniche centralizzate e trasparenti, uno dei capitoli essenziali dove la spesa pubblica si può ridurre senza effetti recessivi è proprio quello citato da Fassina, l’eterogeneo ed estesissimo mondo delle società controllate e partecipate dagli Enti Locali, Comuni, Province e Regioni.

I suoi sostenitori lo chiamano “capitalismo municipale”, riandando con la memoria all’inizio del 900, quando il fiorire delle società municipalizzate divenne una specie di “terza via” italiana per l’offerta di servizi pubblici. In realtà, da anni è più corretto chiamarlo “socialismo municipale”, nel senso che agisce al di fuori di ogni compatibilità economica e finisce per collassare su se stesso come i vecchi regimi dell’Est.

Ma quanto è vasta, la realtà di cui stiamo parlando? Lo Stato, tanto per cambiare, come non ha una contabilità affidabile e precisa di quanto deve alle imprese e ai suoi fornitori, allo stesso modo non ha alcun registro aggiornato della miriade di società partecipate e controllate dalla mano pubblica a livello territoriale. Viene da piangere, ma i poteri pubblici non hanno idea di dove hanno le mani. Dobbiamo affidarci ai rapporti periodici che su questo vengono realizzati da Nomisma, da Unioncamere, dall’ANCI, e dall’osservatorio sulle privatizzazioni creato da alcuni anni dalla Fondazione Mattei dell’Eni insieme a KPMG. E’ dal 2009 che il legislatore nazionale chiede alle Autonomie di dare al Tesoro un quadro preciso delle società partecipate e controllate, e di quelle che offrono servizi pubblici affidati in house, cioè in gestione diretta, senza gara, con vastissimo spazio garantito a criteri di discrezionalità politica e di diseconomicità di prezzi-tariffe rispetto a standard di servizio offerti.

Ma, purtroppo – e Fassina lo sa benissimo – ancora nel recentissimo “decreto del fare” varato dal governi Letta 10 giorni fa è stata adottata una nuova proroga, di altri 6 mesi,rispetto ai termini previsti dal governo precedente per lo scioglimento delle società controllate dalle PA e l’esternalizzazione dei servizi da esse prestate. Gli enti titolari di queste società multiservizi, se fatturano fino al 90% delle loro prestazioni all’ente controllante, erano tenuti ad alienare le relative partecipazioni entro il 30 giugno 2013. E contestualmente avrebbero dovuto riassegnare il servizio prestato per 5 anni a decorrere dal 1° gennaio 2014. Invece, si continuerà come prima. In ballo, secondo dati di Unioncamere, ci sono circa 3.400 società, con un fatturato superiore ai 30 miliardi di euro, per oltre un terzo in perdita. Con un debito commerciale stimato in fino a una quarantina di miliardi, e almeno 240mila dipendenti. Un anno fa era stato previsto che entro lo scorso aprile si sarebbe dovuto emanare un Dpr per definire i criteri con cui procedere all’individuazione degli enti e degli organismi da razionalizzare, creando un’anagrafe nazionale per selezionare quelle prestatrici di servizi da affidare a gara e quelle invece da chiudere, con la conseguente scelta di affidare all’esterno il servizio prestato nel rispetto della normativa comunitaria e nazionale. Non se ne è fatto nulla. Solo noi contribuenti, siamo tenuti a pagare spaccando il minuto quanto ci chiede lo Stato, e quanto ci chiede in aumento. Quando si tratta di sé, invece, lo Stato proroga per anni.

I numeri, dicevamo. Incrociando le stime Unioncamere e Anci, al 2010 erano 7.723 i Comuni azionisti e 3.662 le imprese partecipate comunali in attività. Mentre le società attive alla fine del 2009 partecipate da una o più Regioni erano 4.108, di cui 363 con partecipazione diretta e più di 3.000 a partecipazione indiretta. Poiché le partecipazioni spesso si sovrappongono, i pareri divergono. Per la Fondazione Mattei e KPMG nel corso del decennio alle nostre spalle il socialismo municipale è cresciuto di almeno il 10%. Secondo una ricerca coordinata l’anno scorso dal professor Giulio Napolitano per l’IRPA, al contrario, di fronte alle difficoltà della crisi i Comuni hanno iniziato a mettere un freno, alla giungla delle proprie partecipazioni. In realtà, non lo sa nessuno.

Altro che proroghe, occorreva serrare i tempi. Proprio i casi di Napoli – e di Palermo – dimostrano che di tempo non ce n’è più. Le società controllate e partecipate, oltre a non pagare i propri fornitori, si vedono negare i pagamenti proprio dal Comune controllante con l’acqua alla gola. Da questo nacque la recente interruzione del servizio di trasporto urbano a Napoli, che curiosamente ha scatenato le proteste, ma non sul pagamento del dovuto da parte del Comune. O, ancora, le continue contestazioni dei dipendenti delle aziende di comuni come Reggio Calabria o Palermo, che non ricevono lo stipendio.

Ma il punto di fondo non è solo l’emergenza da dissesto finanziario. L’ondata delle grandi fusioni, annunciata da anni nelle public utilities pubbliche per farnascere qualcosa di simile alla tedesca RWe, è puntualmente mancata. IREN, HERA, A2A e tante altre restano agglomerati nei quali la politica locale combatte per poltrone e strapuntini in una governance aflitta da elefantiasi, grazie al proliferare del sistema duale a ogni livello. Oltre 5mila Comuni affidano servizi idrici, di trasporto locale ed energetici per oltre 3 punti di Pil di fatturato non avendo la possibilità di investire quanto queste utilities essenziali richiedono – si stima servano 62 miliardi solo nel settore dell’acqua, per ridurre le perdite record nella distribuzione e per chiudere il ciclo completo del trattamento ambientale del refluo e scarichi civili e industriali – con conseguenze esiziali sulla bassa produttività del Paese. Con aumenti tariffari che, in questi anni, hanno addirittura sopravanzato la componente energetica come maggiore fattore di accelerazione dell’inflazione al consumo. E con una quotidiana ferita profondissima a ogni mimnimale logica di efficienza, trasparenza e concorrenza, visto che un servizio “pubblico” non dopvrebbe essere automaticament essere gestito dal pubblico per essere tale, ma molto più efficacemente affidato a privati, con la ano pubblica che si limita a fare da regolatore e controllore di standard di servizi, investimenti, e criteri di tariffe.  Conoscere, razionalizzare e smontare il socialismo municipale secondo logiche di efficienza è un dovere per rispettare le tasche degli italiani come contribuenti, le loro aspettative come consumatori, e per evitare che il necessario rialzo della produttività pesi solo sul settore privato, mentre il pubblico alza le spalle.

30
Giu
2013

Addio a Kenneth Minogue, una mente libera

Pubblicato su Libero, 30 giugno 2013

“Una popolazione che affidi il suo ordine morale ai governi, per quanto impeccabile sia la motivazione, diventerà dipendente e servile”. Questo sino ad ora – fra tragedie e conquiste, deviazioni di percorso e fughe in avanti – è ciò che secondo Kenneth Minogue la cultura occidentale è riuscita ad evitare nella storia dell’umanità. L’azione morale individuale – imparare a vivere secondo i propri errori – è l’essenza della libertà e l’educazione di Stato è l’esatto contrario. Minogue è morto venerdì scorso all’età di 82 anni. Era un filosofo politico liberal-conservatore, uno dei più brillanti del Novecento e di quest’inizio di Duemila. Era diventato famoso con la pubblicazione da giovanissimo di La mente liberal, un saggio che analizzava la deriva del liberalismo classico verso la cultura liberal de sinistra: “una forma di idealismo sentimentale che incoraggia la dipendenza dal governo e promuove l’autocommiserazione e l’obbedienza, piuttosto che la fiducia in sé stessi”. Read More

27
Giu
2013

Presi per i fondelli sull’IVA, delusi dal lavoro

Il governo ha varato ieri il suo biglietto da visita per il Consiglio europeo di oggi e domani, dal quale si attendono per l’Italia alcune centinaia di milioni aggiuntivi per il sostegno all’occupazione. E, insieme, ha affrontato l’altra imminente scadenza fiscale che doveva fronteggiare, oltre all’IMU maturata per credito elettorale, cioè l’aumento dell’IVA.

Diciamolo subito, la decisione sull’IVA e il decreto legge sul lavoro scontano entrambi un limite di fondo sin qui invalicabile. Il governo continua a muoversi in un orizzonte di spesa pubblica invariata, dunque non ha coperture per alcuno sblocco reale di risorse, da riallocare secondo priorità di aumento del prodotto potenziale. Dipenda da limiti politici della coalizione, per il timore di divaricarla a seconda di quali spese toccare, o dipenda dal calcolo che dopo le elezioni tedesche a settembre cambi l’aria rigorista in Europa e si aprano all’Italia chissà quali orizzonti di spesa in deficit – come se il debito pubblico non fosse già abbastanza in risalita insieme ai relativi oneri – in entrambi i casi è una scelta molto rischiosa. Anzi, sba-glia-ta.

Per avere idea della differenza,basta osservare la spending review 2013 annunciata ieri dal premier Cameron a Londra: dismissioni pubbliche per 15 miliardi di sterline, addirittura 144 mila dipendenti pubblici in meno, tagli non lineari ma mirati tra i diversi ministeri in una forbice tra il 6 e il 10%, aumento invece del budget per istruzione, sanità e infrastrutture. Scelte sulle priorità, meno spesa corrente e più per investimenti e servizi:così fa un Paese serio e una politica che se la gioca per aumentare la crescita.

Completamente diverso il quadro italiano. E’ del tutto non risolutiva la decisione del governo di far slittare a ottobre l’aumento IVA, coprendo il fabbisogno con l’aumento al 100% dell’acconto Irpef, al 101% dell’acconto IRES, e al 110% di quello IRAP, più una elevatissima imposta al 58,5% del prezzo d’acquisto delle sigarette elettroniche. Il Pdl pensa di fare il bis dello slittamento IMU, in modo che più avanti diventi abrogazione piena. Ma non si comprende come le coperture che non si trovano oggi si troveranno più avanti, visto che il fabbisogno pubblico sta peggiorando. Allo stato attuale, è solo un giroconto che esce dalle tasche di imprese e famiglie, inalterato nella somma totale. Lettà dirà che le tasse non sono aumentate, ma gli anticipi a due anni – con l’IRES e IRAP, si inaugura questa anomalia – dicono che pesano di più sul reddito disponibile dell’anno in corso, ergo aumentano eccome.

Quanto alle misure sul lavoro, le risorse sono salite a un miliardo e mezzo, cercando oculatamente fondi europei e italiani sin qui stanziati ma colpevolmente non impiegati. Distinguiamo tre diversi profili. Il primo è più convincente, il secondo ha un limite già noto, il terzo è una vera delusione.

La parte più convincente è quella rappresentata dai 168 milioni riservati al Sud per tirocinio formativo di giovani NEET, che cioè non lavorano, non studiano, e non partecipano ad alcuna attività di formazione, e dai 167 milioni per ridurre la povertà e per sostenere le famiglie del Mezzogiorno in difficoltà. Non è un granché, ma il fine è giusto e chiaro.

Il limite già noto riguarda invece il “cuore” del decreto. Cioè i quasi 800 milioni riservati a decontribuzione per 18 mesi entro 650 euro mensili per contratti a tempo indeterminato dei giovani sotto i 29 anni, o non diplomati, o che vivano soli e con persone a carico; nonché la decontribuzione per assunzione e tempo indeterminato e pieno dei disoccupati in ASPI, per non oltre il 50% del trattamento mensile dovuto e non superiore in durata ai due terzi dell’assegno di inoccupazione ancora non fruito. Queste misure hanno un difetto di fondo, già molte volte confermato da tutte le analoghe misure assunte in passato.
Sono misure a tempo, non generali ma effimere. Le altre volte, in precedenza, dopo mesi in cui i governi le annunciavano, è accaduta sempre la stessa cosa. Le imprese che stavano per assumere rinviavano la decisione al varo effettivo degli incentivi. Di conseguenza, anche questa volta la decontribuzione andrà soprattutto a favore di aziende che avevano già in animo di assumere e prendevano tempo, cioè non vi sarà che un minimo plafond aggiuntivo di occupati oltre a quello imposto dalla congiuntura. La differenza dell’incentivo sarà solo quella di discriminare per tipologie di assunti, invece di lasciare l’impresa libera di valutare di chi cosa abbia bisogno.
Direte voi: meglio di niente, comunque. Ma non è così vero. Interventi di questo tipo non fanno che rinviare al troppo tardi e al mai l’aggressione alle cause vere della maggior perdita di prodotto, ergo di occupazione, che colpiscono il nostro Paese. Se non ci si decide a una struttura della spesa pubblica – e un diverso equilibrio di quella previdenziale – che renda stabilmente possibile far scendere, per tutti e per sempre, i contributi obbligatori dal 32,5% del salario lordo italiano al 19% tedesco, resteremo zavorrati da un cuneo fiscale mortale.

La delusione è venuta invece sui ritocchi al mercato del lavoro. Quelli apportati dal decreto di ieri sui lavori “atipici” sono veramente minimi, e lasciano intenzionalmente fuori, a quel che sembra, le partite IVA. Il giro di vite generale impresso dalla riforma Fornero a tutti i contratti d’ingresso diversi dal tempo indeterminato ha generato, nella crisi delle imprese, disoccupazione aggiuntiva. Di fronte a questa oggettiva constatazione, c’erano due strade. Una più secca, una vera e propria moratoria della legge Fornero all’ingresso, moratoria alla quale capisco che il governo Letta non poteva accedere, bloccato da sindacati e Pd.

Ma c’era anche una seconda strada, più riformista. E cioè intervenire collegando gli incentivi a tempo per le assunzioni alla riforma all’ingresso nel mondo del lavoro, introducendo per i nuovi assunti contratti a tutele e dunque oneri progressivi, man mano che si proceda nell’anzianità e nella stabilizzazione del rapporto. Una parte del Pd e della sinistra sono da tempo su questa posizione di assoluto buon senso, che accomuna, al di là di tecnicalità, Ichino come Boeri. Ma un altro pezzo di sinistra e soprattutto il sindacato non ci sentono, da questo orecchio.

Peccato, che Enrico Letta non abbia scommesso sull’ipotesi riformista, perché il tempo giusto era adesso. Per me, è incomprensibile che non l’abbia fatto. Sono sicuro che lui per primo direbbe che bisogna essere prudenti, col mare agitato della sua maggioranza. Ma se la prudenza diventa immobilismo, l’Italia naufraga.

26
Giu
2013

Di cosa parliamo quando parliamo di trasparenza. Tra disclosure e openness.

La tentazione è di parafrasare il titolo della celebre raccolta di racconti di R. Carver per chiedersi “di cosa parliamo quando parliamo di trasparenza”.[1] Infatti, l’evoluzione che ne ha caratterizzato il contenuto e progressivamente arricchito il significato rende necessario precisare il concetto, nell’accezione in cui può essere specificamente usato. Perché, nell’ambito del pubblico agire, la trasparenza può – di volta in volta, ma anche al contempo – atteggiarsi come disclosure dell’Amministrazione o come openness dei risultati della sua operatività. Read More