9
Lug
2013

Il decreto del Fare, Art. 10 – Telecomunicazioni

Il decimo articolo del decreto del Fare non sarà ricordato come un esempio di luminosa tecnica legislativa. In particolare, destano notevoli perplessità i primi due commi, che si preoccupano di disciplinare la fornitura al pubblico di connettività su reti wi-fi, ma si dimenticano di precisarlo: il generico riferimento «all’offerta di accesso ad internet al pubblico» impone, com’è stato opportunamente rilevato, un intervento correttivo in sede di conversione.

Il primo comma mira a liberalizzare l’apertura delle reti wi-fi di soggetti pubblici (come gli enti locali) o privati (come bar e alberghi): un intento di per sé lodevole, sebbene forse superato dalla rimozione degli obblighi di richiedere autorizzazione alla questura e d’identificare gli utenti – già disposta con il decreto Milleproroghe del 2010. In ossequio a residue domande di sicurezza, si «fa salvo» – invero, s’introduce ex novo l’obbligo di garantire la tracciabilità del collegamento attraverso il MAC address: parametro, peraltro, non univocamente riconducibile all’identità dell’utente e agevolmente manipolazione.

Siamo di fronte a una lettura ambigua: tracciabilità e tracciatura sono due concetti diversi; e si potrebbe forse discutere se il «gestore» onerato sia – come sembra – l’esercente o l’amministrazione a valle, il che tradirebbe l’intento semplificatorio della misura, o piuttosto l’operatore a monte. Il secondo comma esenta tale tracciatura – «ove non associata all’identità dell’utilizzatore» – dall’applicazione della disciplina sul trattamento dei dati personali: ma che ne penserà il Garante? Infine, si chiarisce ulteriormente che i soggetti per i quali la fornitura d’accesso internet non costituisca l’attività commerciale prevalente non sono tenuti a munirsi della licenza ministeriale né dell’autorizzazione generale: non sono, cioè, operatori di telecomunicazioni.

La ratio delle disposizioni qui esaminate potrebbe essere recuperata proprio facendo riferimento – ovviamente in negativo – all’area dell’attività commerciale prevalente (com’era, del resto, previsto dalla bozza del decreto): da un lato, salvaguardando il principio della neutralità tecnologica; dall’altro, evitando gli equivoci connessi alla formulazione indiscriminata del primo comma, che appare di dubbia compatibilità con il quadro regolamentare comunitario. Tuttavia, sarebbe miope limitare all’ambito dei fornitori “occasionali” le possibilità di liberalizzazione dell’accesso a internet, specie alla luce degli sconfortanti dati italiani sulla penetrazione della banda larga. La semplificazione dovrà, invece, proseguire anche nei confronti degli operatori di telecomunicazioni: per esempio, attraverso lo snellimento delle procedure burocratiche o la rimodulazione dei contributi dovuti per diritti amministrativi.

Tra tante ombre, è doveroso citare la luce del terzo comma, che abolisce l’obbligo per le aziende di affidarsi a imprese abilitate anche per le più banali operazioni connesse all’installazione e alla manutenzione di reti. Si trattava di un’assurda misura protezionistica, peraltro assistita da sanzioni ingentissime che potevano arrivare a 150.000 euro. Non sarebbe, anzi, inopportuno ipotizzare una disciplina transitoria per le eventuali sanzioni già comminate ma non ancora saldate.

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9
Lug
2013

Lo Stato pretende di “fare” cultura, ma fa disastri

Non è da invidiare Massimo Bray, il ministro dei Beni e Attività Culturali. Come tutti i suoi predecessori al MIBAC è come se, in un Paese che s’impoverisce, fosse seduto su un mare di petrolio. Perché è un classico ma insieme ben fondato luogo comune, che patrimonio culturale e storico-artistico siano il petrolio dell’Italia. Solo che al ministro mancano trivelle e macchine perforanti. E il petrolio culturale di conseguenza non solo resta inutilizzato. Non manutenuto, decade. Degrada a livelli da farci vergognare davanti a tutto il mondo, si tratti di Pompei o degli scioperi che lasciano per ore al sole i turisti fuori il Colosseo.

Il ministro lo sa benissimo, come tutti coloro che si occupano nel nostro Paese di beni monumentali e storico-artistici, biblioteche e musei. L’Italia vanta ben 47 siti nella World Heritage List dell’Unesco, e la quasi incredibile cifra di 962 siti riconosciuti di “eccezionale valore universale” secondo la Convenzione del patrimonio mondiale Unesco del 1972. Ma la verità fattuale è che come Italia non ne ce ne mostriamo all’altezza.

Ha un bel riconoscere la Costituzione, all’articolo 9, tutela e promozione rivolte a ricerca, cultura e patrimonio storico-artistico. Nei fatti, alle storiche inadeguatezze italiane del passato, gli ultimi anni di dura crisi hanno aggiunto un’oggettiva falcidie di risorse. Per questo Bray non è da invidiare, perché ormai nelle condizioni attuali un ministro deve indicare una svolta di fondo, e non è facile perché le aspettative sono divergenti e, spesso, irrealistiche.

Nel senso più ampio del termine, il binomio di cultura e industria creativa – design, audiovisivi, teatro, cinema, tv, editoria – nel 2012 ha prodotto il 5,4% del Pil, dando lavoro a 1,4 milioni persone. Il turismo culturale da solo, un settore che dovrebbe rappresentare quel che il gas naturale è per la Russia, vale poco più del 3% del Pil, un dato cioè del tutto insoddisfacente.

I segni della decadenza sono tanti, la settimana scorsa li ha richiamati il nono rapporto annuale di Federculture. Nel Country Brand Index che indica l’attrattività comparata dei diversi “marchi” nazionali, l’Italia era al sesto posto mondiale nel 2009, è scesa al decimo scalino nel 2012, e nel 2013 siamo andati giù di altri 5 gradini passando in quindicesima posizione.

Nel 2000 si toccò con Veltroni il picco dei finanziamenti pubblici con 4mila miliardi di vecchie lire, ma nel 2013 il bilancio del MIBAC è sceso a 1,45 miliardi di euro. In 13 anni ha perso oltre il 26%, la ghigliottina vera è venuta da Tremonti in avanti. Il FUS che finanzia l’opera lirica, musica classica, teatro, cinema e danza, da 507 milioni del 2003 è sceso ai 389 milioni di oggi. Se sommiamo i finanziamenti alla cultura di Comuni, Province e Regioni, siamo passati dai 7,5 miliardi complessivi pubblici del 2005 ai 5,8 dell’anno in corso, con 600 milioni in meno solo dai Comuni nell’ultimo triennio (sorvolo sul fatto che nel sostegno locale a manifestazioni culturali i criteri siano spesso, diciamo così, assai discutibili, tra “associazioni amiche” della politica, eventi a scopo non troppo reconditamente elettorale, e sagre espressione dei più vari e diversi filoni della mitologia “chilometro zero”). Al paragone, la Germania è passata da 9,1 miliardi del 2009 ai 12 miliardi di risorse pubbliche nel 2012. L’Italia spende col MIBAC lo 0,11% del suo PIL, la Francia lo 0,24%, il Regno Unito lo 0,17%, la disastrata Grecia lo 0,26%. Al Louvre parigino da solo vanno 100 milioni di fondi pubblici l’anno, al MAXXI romano – qualunque cosa ne pensiate – 4,5.

I fondi privati sono calati anch’essi. Le erogazioni liberali sono scese dell’11% nel 2011, le sponsorizzazioni del 42% in 5 anni. Nel 2012, solo 150 milioni di sponsorizzazioni private sono andate a 4760 istituti e musei, alle 14 fondazioni lirico-sinfoniche, ai 68 teatri stabili. Da un biennio a questa parte è stato introdotto il meccanismo del tax credit per agevolare il finanziamento privato alle produzioni cinematografiche, ma a dicembre scade la copertura del minor introito fiscale per il Tesoro e in queste condizioni nessuno investe. Quanto al finanziamento di progetti culturali dal gioco del Lotto, anch’esso è sceso del 64% in 8 anni, da 135 ai 48 milioni nel 2012.

E’ possibile, in queste condizioni, immaginare un ritorno della spesa pubblica ai livelli di un decennio fa? Bisogna essere onesti: è pressoché impossibile. Nel bilancio pubblico, per avere un’idea, la spesa in previdenza e forniture lievitava di punti di Pil, ma per esempio i fondi statali di carattere sociale anch’essi sono passati dai 2,5 miliardi del 2008 ai 767 milioni 2013, per ridursi nel bilancio pluriennale addirittura a 199 milioni nel 2014 e 2015. Letta e Saccomanni avranno il loro bel da fare, nella legge di stabilità settembrina, a dover quadrare il conto di fronte a tutti coloro che richiedono ripristini di spesa. Ricordate che dal 2015 parte il fiscal compact, e in pareggio costituzionale di bilancio dobbiamo abbattere il debito pubblico di 45 miliardi l’anno…

Non pesa solo l’obiettivo scarso margine per risorse aggiuntive. Il ministro Bray si trova in una condizione di difficoltà aggiuntiva. Di fatto, l’efficienza del suo ministero appare indifendibile. Lo è a livello centrale, visto che un terzo del bilancio se ne va in soli costi fissi, oltre 400 milioni di euro ai dipendenti a fronte dei soli 9 milioni da destinare alla valorizzazione del patrimonio, e a 132 per l’intera loro tutela. Ma peggio ancora vanno le cose a livello decentrato, nella complessa struttura territoriale di Sovrintendenze e Musei: il dato del 2010 è che il 55% delle magre risorse loro assegnate erano finite nei residui passivi, per lentezza, incapacità e sistemica conflittualità amministrativa nell’utilizzarli. Come si fa a chiedere più risorse per una macchina di questo tipo, quando al solo gabinetto del ministro – e Bray non c’entra, il bilancio gli è precedente – va una volta e mezza l’intera cifra annuale devoluta alla valorizzazione dell’intero patrimonio culturale italiano?

Ma allora qual è la strada, per evitare disastri a Pompei, figure penose come la spoliazione della Biblioteca dei Girolamini a Napoli da parte del suo stesso direttore, e per far sì che Expo 2015 a Milano e l’assegnazione all’Italia della Capitale Europea della Cultura nel 2019 non sin traducano in promesse non mantenute, come le Colombiadi a Genova nel 1992, dove i visitatori furono moto meno della metà dei 2 milioni attesi e gli incassi solo di un terzo?

La via è quella di uno Stato che regoli sempre, possibilmente in maniera meno ostile e intrusiva – su questi temi è agguerrito il fronte del “non posssumus”, rivolto al ruolo dei privati da parte della macchina amministrativa – ma gestisca sempre meno. Ideologicamente, molti sono contrari. Ma la Torre Eiffel come il Louvre, il Moma a New York come la Tate Modern a Londra sono tutte entità separate da Stato e pubbliche amministrazioni, hanno proprie organizzazioni privatistiche e spesso marchio e brand depositato, come il Louvre, per tutelarne e promuoverne il valore. Occorre ampliare le agevolazioni fiscali a privati invece di limitarle, equiparando e anzi rendendo più incentivanti le sponsorizzazioni delle aziende, rispetto al più favorevole regime di incentivo che lo Stato riserva attualmente per le donazioni a sé.

E’ una rivoluzione della efficiente gestione privatistica, che non spoglia assolutamente lo Stato dal diritto proprietario dei beni – beni che la Ragioneria generale valutava 3 anni fa oltre 150 miliardi, con criteri assolutamente spannometrici. Ed è una rivoluzione che sicuramente non piace alla burocrazia MIBAC, perché finirebbe per spogliarla di gare e assegnazioni di risorse, per quanto magre. Ma è una rivoluzione necessaria.

Kemal Ataturk, il fondatore della Turchia moderna rimpianto a Istanbul da chi protesta a Gesy Park, capendo di non avere risorse adeguate per gestire e valorizzare gli innumerevoli e straordinari siti archeologici nazionali, ne affidò ciascuno dei maggiori a una grande università occidentale. L’effetto è che da Efeso a Didimo e Priene, i turchi oggi battono Pompei e Villa Adriana.

9
Lug
2013

Lo sconto è un atto d’amore, i saldi di barbarie

pubblicato su L’Intraprendente l’8 luglio 2013

Sono cominciati i saldi, uno dei riti più assurdi e incivili cui sono costretti commercianti e consumatori. Purtroppo (o per fortuna) la crisi ha mitigato gli effetti collaterali di questa pratica barbara, ma anche in questi giorni ci sono file davanti ai negozi, gente che si bagna i polsi e la nuca sotto il sole cocente, code davanti ai camerini, acquirenti sudaticci che si accalcano ai banchi pronti a strapparsi di mano l’ultima taglia disponibile.

Non si è mai ben compreso perché per legge i negozianti non possano ribassare i prezzi prima dell’inizio dei saldi né perché le persone siano costrette a fotografare i cartellini coi cellulari per poi ritornare in coda il giorno dopo. Pare che la motivazione – come per ogni proibizione – sia una protezione nei confronti dei consumatori da “ribassi illusori” e degli esercenti da concetti mitologici come la “concorrenza selvaggia”, che porterebbe a vendere i prodotti al di sotto del “giusto prezzo”. È ovvio che sono giustificazioni stupide, perché nel mondo della pubblicità e del commercio tutto è illusorio: il valore di una polo cambia di 20, 50, o 100 euro a seconda che sopra ci sia stampato un cane, un coccodrillo o un cavallo, il valore di un profumo varia a seconda dell’attrice che lo spruzza in tv. Tutto ciò perché il “giusto prezzo” è solo quello che il venditore e il compratore ritengono conveniente. Se le autorità pubbliche non sono in grado di fissare per ogni articolo il “giusto prezzo”, non possono individuare nemmeno il “giusto sconto” né quando sia giusto iniziare i saldi. L’acquisto è uno scambio libero e consapevole tra due persone, in questa transazione lo Stato interviene già pesantemente prelevando per sé il 21% con l’Iva, non si capisce perché dovrebbe anche fissare dei vincoli al prezzo.

I saldi non dovrebbero esistere o, più semplicemente, dovrebbero esistere tutti i giorni. È quello che accade quotidianamente nei nostri mercati e nessun venditore e compratore se n’è mai lamentato. Ai banchi di frutta e verdura addirittura il prezzo varia in poche ore, a fine giornata ci sono i migliori sconti senza che nessun pubblico ufficiale ordini alla pensionata e al fruttivendolo a che ora iniziano i saldi. Se lo Stato, il comune, la Camera di commercio, i vigili e la Guardia di finanza non sono in grado di stabilire meglio della pensionata e del fruttivendolo a che ora è giusto scontare i cetrioli e la lattuga, non saranno capaci di stabilirlo neanche per jeans, magliette e costumi da bagno.

Nel film Così parlò Bellavista il professore Luciano De Crescenzo, guardando estasiato il cartello di un ambulante con scritto “prezzi quasi fissi”, diceva all’allievo spazzino: “Questa è civiltà! Lo sconto è un atto d’amore del venditore per il compratore e in un paese veramente civile lo sconto dovrebbe essere diverso da persona a persona”. Lo Stato regolatore e dirigista che vieta gli sconti liberi proibisce un atto d’amore.

Twitter @lucianocap1

9
Lug
2013

Trasparenza e ragioneria dello Stato — di Federico Sassoli de Bianchi

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lettera aperta di ‘Civicum’ e del suo Presidente, Federico Sassoli de Bianchi. È possibile sottoscriverla qui.

Egregio Ragioniere Generale dello Stato,

mai come ora si parla di conti pubblici. Eppure nessuno, o quasi, li conosce. Noi di Civicum, che di conti della pubblica amministrazione ci occupiamo da quasi un decennio, lo abbiamo sperimentato in molte occasioni.

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9
Lug
2013

Il decreto del fare, Artt. 4-6 – Energia

Il Decreto del fare interviene con numerose misure sul settore dell’energia. Misure talvolta condivisibili, in altri casi potenzialmente dannose, ma comunque affogate in un tecnicismo legale che ne rende difficile la lettura. Inoltre, gli stessi articoli – quelli che vanno dal 4 al 6 – affrontano simultaneamente temi molto diversi tra di loro, rendendo molto complesso lo sforzo di individuare una coerenza tra i singoli provvedimenti. Piuttosto che analizzarli singolarmente, quindi, mi limiterò a richiamare i principali.

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8
Lug
2013

Tra il dire e il (decreto del) fare…

Cominciamo oggi una analisi, articolo per articolo, del “decreto del fare”, emanato alcuni giorni fa dal Governo. Per vedere tutti i commenti degli esperti dell’Istituto Bruno Leoni, clicca qui.

Il governo Letta ha ereditato dal precedente l’arte del “predicare” le misure urgenti di rilancio per il paese: dopo i decreti del crescere e del salvare, è arrivato il decreto del fare.

Verbi altisonanti, che narrano di governi che si sono rimboccati le maniche cercando di cavare dalla contorta legislazione di questo paese le necessarie misure per farlo riemergere dalle sabbie mobili.

Come i decreti salva-Italia e cresci-Italia, anche il decreto del fare dice tanto: 86 articoli che spaziano dalla ricerca alle PMI, dall’energia alla giustizia, dal fisco all’edilizia, per favorire – come dice – “la crescita economica”, la “semplificazione del quadro amministrativo e normativo”, “l’efficienza del sistema giudiziario e la definizione del contenzioso civile” e “dare impulso al sistema produttivo del paese”.

Ma tra il dire e il fare…

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4
Lug
2013

Comunque sia andata è stato un successo. Per una storia della fat tax danese

Il dibattito relativo alle imposte sui grassi – o, più precisamente, alle accise sugli alimenti utilizzate in funzione di politica sanitaria – è dominato da una serie di affermazioni di principio, in virtù del limitato numero di esperienze empiriche che possano supportare la tesi favorevole o quella contraria. Non sorprende, dunque, che uno tra i più significativi casi di tassazione dei grassi – quello danese – sia oggi al centro di interpretazioni contrastanti.

A ben vedere, la lettura della vicenda pare abbastanza lineare: l’imposta danese ha avuto vita breve perché il governo di Copenhagen, a un anno di distanza dall’introduzione, ha preso atto della sua scarsa efficacia e, soprattutto, dei costi considerevoli, optando per l’abrogazione (nonché per il ritiro di un’analoga proposta di prelievo sugli alimenti zuccherati). Il tributo, che colpiva con un’aliquota di circa due euro al chilo gli alimenti contenenti almeno il 2,3% di grassi saturi (inclusi olî, carni e formaggi), aveva alimentato un fiorente commercio transfrontaliero, a danno dell’attività economica nazionale e delle aspettative di gettito dell’erario. Inoltre, la misura implicava rilevanti costi amministrativi, per la necessità di determinare le caratteristiche nutrizionali degli alimenti che possono rientrare nel suo ambito applicativo.

Una ricerca promossa dall’Università di Copenhagen e presentata alla Conferenza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità in corso a Vienna ambirebbe a bilanciare tale ricostruzione. Lo studio, anticipato nei giorni scorsi da EU Food Policy, sostiene che il tributo abbia ridotto del 6% l’assunzione di grassi saturi da burro, olî e margarina e addirittura del 10-12% il loro consumo complessivo. Gli autori riconoscono – bontà loro – che si tratta di cifre provvisorie, in attesa di essere corroborate da un supplemento d’indagine. A maggior ragione, sarebbe provvisorio – e forse prematuro – ogni commento sullo studio: tuttavia, mi pare che si possano svolgere già alcune osservazioni.

  1. L’analisi dei consumi è in questo caso particolarmente scivolosa, perché – come detto – una quota considerevole della domanda è sfuggita ai commercianti danesi; è vero che si può ricorrere ai consumatori stessi per reperire le informazioni mancanti, ma questo metodo risulterebbe assai meno affidabile.
  2. Gli autori riconoscono che, prima dell’introduzione del tributo, i consumatori hanno aumentato le proprie scorte fino a un terzo: i tassi di consumo dovrebbero tener conto di questo elemento.
  3. Lo studio riporta che l’incidenza della tassa non è ricaduta interamente sui consumatori di olî e burro, mentre il prezzo della margarina è aumentato in misura superiore alla componente fiscale. È lecito ipotizzare che il consumo di margarina sia diminuito in maniera più marcata.
  4. L’analisi si riferisce a tre categorie di prodotti colpiti dall’imposta, ma non ne esaurisce l’ambito. Quale impatto ha avuto la misura rispetto al consumo di alimenti come carni e formaggi?
  5. Più in generale, la domanda rilevante non è tanto l’andamento del consumo di singoli prodotti, quanto l’effetto complessivo del tributo sulla dieta dei cittadini danesi. Su questo aspetto, gli autori ammettono di non poter formulare un giudizio.
  6. Gli effetti dell’imposta sulla salute vanno comunque rapportati agli effetti economici in una valutazione d’impatto generale.

È senz’altro un bene che si discuta di questi argomenti in modo rigoroso, sfuggendo a riflessi aprioristici e valorizzando gli elementi empirici che l’esperienza di alcuni paesi comincia a fornire. Tuttavia, sulla base di queste anticipazioni, la ricerca dell’Università di Copenhagen non pare in grado di giustificare una rivalutazione del caso danese. Il revisionismo salutista può attendere.

4
Lug
2013

Lo Stato debitore che affossa l’ippica italiana

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Damiana Conti.

Quello dell’ippica è un settore che interessa a pochi in Italia. Così non è per i paesi anglosassoni, o per altri paesi come Francia e Svezia, dove invece questo sport è tenuto in grande considerazione e non conosce crisi.

Quanto lo scarso appeal di questa disciplina sul pubblico italiano sia dovuto a fattori socio culturali, e quanto invece sia il risultato delle oggettive difficoltà di gestione che hanno sempre caratterizzato il comparto, non è argomento di facile soluzione, un dato è che della filiera fanno parte a vario titolo circa 50mila famiglie che ad oggi sono in grave difficoltà.

La tragica situazione in cui versa il settore (senza esagerazioni, visto che anche questo comparto conta i suoi morti “per crisi”) è emblematica di uno Stato che riduce sempre più spesso il cittadino alla condizione di suddito. In un “Sistema Italia” che non è mai stato in grado di “fare sistema”, pur potendo vantare innumerevoli eccellenze, molte delle quali, proprio per la mancanza di una “rete” di difesa contro le ingerenze dello Stato, sono al collasso. Una di queste, appunto, è l’ippica (un esempio su tutti, Varenne, il trottatore che ha frantumato tutti i record, è italiano). Read More

4
Lug
2013

Esaltarsi per un po’ di deficit in più, pagato caro

Da Messaggero e Mattino 

Ieri la giornata europea era cominciata bene per un po’ di membri dell’Unione, trai quali l’Italia, con le parole del presidente della Commissione José Manuel Barroso che hanno annunciato un allentamento del vincolo del 3% di Pil come limite di deficit pubblico oltre il quale scatta la procedura d’infrazione. Immediatamente il premier Letta, numerosi ministri ed esponenti della maggioranza, hanno esultato “ce l’abbiamo fatta, la serietà paga”. In effetti, è un riconoscimento agli italiani, famiglie e imprese, visto che dal 2009 è solo dalle loro tasche e grazie al loro sacrificio, con 38 miliardi di euro di aggravi fiscali, che si sono trovate le risorse per migliorare di circa 35 miliardi il deficit pubblico. Ma come l’arco della giornata per l’Europa è poi peggiorato, con nuove nubi di serio aggravamento della crisi in Portogallo e Grecia, allo stesso modo prima di stappare champagne è meglio cercare di capire in che cosa consista, l’allentamento annunciato da Barroso. Anche perché, nelle ore successive, il commissario agli Affari Economici Olli Rehn l’ha di molto circoscritto.

 

A chi si applica?

Solo ai Paesi virtuosi, cioè quelli che non sono sotto procedura d’infrazione. L’Italia ne è appena uscita, insieme a Lettonia, Ungheria, Lituania e Romania. Questi 5 Paesi si sommano ad altri 7, che erano già sotto il 3% di deficit pubblico nel 2012 o prima ancora: Germania, Estonia, Finlandia, Lussemburgo, Malta, Bulgaria<, Svezia. Il criterio si applica dunque a meno della metà dei 27 membri dell’Ue, che dal primo luglio sono 28, grazie all’ingresso della Croazia. Ad altri 6 membri, Spagna, Francia, Olanda, Polonia, Portogallo e Slovenia, 2 settimane fa era stato già concesso un “bonus” di 1 o 2 anni prima di rientrare sotto il 3%, rispetto a quanto precedentemente stabilito. E molti in Italia si erano chiesti che senso avesse, il nostro sacrificio fiscale per rispettare il programma europeo, quando ad altri Bruxelles concedeva più margini.

 

L’allentamento è uguale per tutti i virtuosi?

No, sarà valutato “caso per caso”. Anche perché se no a potersene giovare di più sarebbe la Germania, il Paese la cui economia sta meglio e con un deficit di poco superiore all’1%. Nel valutare il discostamento conta innanziutto quanto l’economia reale va male rispetto al cosiddetto “prodotto potenziale”, e da questo punto di vista l’Italia dovrebbe beneficiarne di più, visto che a fine 2012 saremo a meno 8 punti di Pil di crescita rispetto al 2008. Però questo vantaggio è fortemente attenuato da due altre condizioni. Conta quanto distante è nel tempo il pareggio di bilancio tendenziale “strutturale”, cioè corretto per il ciclo, che attualmente per l’Italia era previsto al 2014-15. Infine c’è un criterio aggiuntivo, che il commissario Rehn ci ha tenuto a chiarire proprio per frenare l’euforia italiana: il maggior deficit possibile “deve comunque” rientrare nel tetto del 3%. Il che significa che se prendiamo per buone le previsioni di aprile del governo, che fissavano nel 2,4% di Pil il deficit per il 2013, nell’anno in corso il margine per l’Italia è di un deficit aggiuntivo pari allo 0,5-0,6% di Pil, cioè contenuto entro gli 8 o 9 miliardi. Meglio di niente, ma comunque poca cosa.

 

Si potranno abbassare le tasse, allora?

No. Non con questi 8-9 miliardi, almeno. La Commissione europea autorizzerà il maggior deficit solo per tre tipologie di spesa : quote di cofinanziamento nazionale di fondi europei per coesione e sviluppo (qui rientra dunque un piccolo bonus aggiuntivo per l’occupazione, rispetto ai 3 miliardi sin qui somma italiana ed europea dei due provvedimenti assunti dal governo in queste settimane), grandi reti europee di trasporto (i cosiddetti “corridoi”ferroviari e marittimi da Nord Est a Nordovest e da Sud a Nord) e infine il potenziamento delle infrastrutture digitali. “Devono” essere spese per investimento, non per coprire la parte corrente del bilancio fatta di entrate e uscite. L’Italia resta per altro soggetta ai vincoli assunti con il fiscal compact, ogni anno il debito pubblico deve scendere di almeno un ventesimo della quota che eccede il 60% del Pil. Al momento, il nostro debito sale, e la politica non ne vuol sentire di dismissioni pubbliche per abbatterlo.

 

Ma chi guadagna di più? Noi, oppure era meglio fare come Francia e Olanda che hanno già ottenuto slittamenti di anni per rientrare sotto il 3%?

Paradossalmente, se Bruxelles applicherà alla lettera all’Italia quanto ieri annunciato, per Francia e Olanda nei prossimi 2 anni va meglio, avranno cioè più risorse consentite rispetto a noi che ci siamo sottoposti a un eccidio fiscale “concentrato” nel tempo. E’ vero che noi abbiamo un debito pubblico in crescita oltre il 124% del Pil, di decine di punti superiore a quello francese e olandese. Ma è appunto dura da buttar giù, che i maggiori sacrifici siano chiesti a chi come l’Italia perde intanto più punti di Pil, cioè di reddito e patrimonio. E’ il paradosso di un’Europa che resta assolutamente poco cooperativa. Proprio per questo, la politica italiana dovrebbe puntare comunque a tagliare significativamente imposte e cuneo fiscale, su lavoro e imprese. E per far questo sui tagli di spesa bisogna passare, dopo anni, dalle parole ai fatti. Altrimenti, la strage di impresa e lavoro potrà di poco rallentare, ma non certo cambiare segno. Prima di gioire di contenuti “premi” europei, la politica italiana deve applicare allo Stato quanto finora ha riservato solo agli italiani. Per il momento, siamo alla Corte costituzionale che boccia persino il modesto taglio alle Province tentato dal governo Monti. Che pena. E che rabbia.