16
Lug
2013

Il decreto del fare, Articolo 41 – Ambiente

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gabriele Sabato.

Con l’articolo 41 del “decreto del fare” (rubricato Disposizioni in materia ambientale), il Governo Letta ha in particolare apportato alcune modifiche alla disciplina normativa in materia di gestione e trattamento delle acque di falda,[1] nell’ambito dello svolgimento delle attività di bonifica di siti contaminati, attualmente prevista all’articolo 243 del cd. Codice dell’Ambiente[2] e, parzialmente, a quella in materia di terre e rocce da scavo, prevista dal D.M. 10 agosto 2012, n. 161.[4] Il testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale sta già facendo registrare alcune critiche. Ingiuste? Vediamone anzitutto le ragioni, ma non senza aver prima analizzato il contenuto delle nuove norme. In coda all’articolo in commento, infine, il Governo ha introdotto la possibilità per il Ministro dell’Ambiente di nominare commissari ad acta per tentare di risolvere definitivamente l’emergenza rifiuti in Campania.

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15
Lug
2013

Di regolamentazione tariffaria e politica industriale (a margine dei prezzi d’accesso alla rete in rame)

La proposta di provvedimento con cui l’Agcom ha ritoccato il listino dei servizi di accesso alla rete in rame di Telecom Italia ha scontentato un po’ tutti: gli operatori alternativi, che auspicavano riduzioni più sostanziose; l’incumbent, che minaccia di ricorrere al TAR contro la decisione definitiva; la Commissione Europea, che ha ribadito le proprie prerogative all’indomani dell’annuncio del Garante. Attorno a questi tre poli d’interessi, si coagulano le reazioni giornalistiche e i commenti – spesso più interessati all’advocacy che all’analisi.

Tale contrapposizione aiuta a disvelare un equivoco ricorrente. La regolamentazione non è una scienza esatta; men che meno lo è la regolamentazione tariffaria. Se consideriamo che oscillazioni di qualche centesimo di euro si riverberano in partite da centinaia di milioni nei bilanci delle imprese regolate, è naturale e forse necessario che le decisioni in materia siano ispirate a criteri in senso lato politici: a criteri, cioè, che non siano agnostici rispetto al bilanciamento degli interessi contrapposti e alle conseguenze sistemiche sugli assetti del mercato.

Non è, pertanto, un caso che, a dispetto di metodologie scrupolosamente dettagliate, convivano visioni divergenti sul livello ottimale dei prezzi all’ingrosso; e, del resto, nessuno dei critici dell’Agcom ha lamentato il travisamento della contabilità regolatoria o l’inesatta applicazione dei modelli di costo: viceversa, si contesta la discrepanza tra le tariffe individuate dall’Autorità e quelle aprioristicamente ritenute ideali.

Sfatare il mito dell’immacolata concezione dei prezzi regolati non dovrebbe, però, indurre a scivolare nell’opposta perversione: quella di ritenere totalmente arbitraria l’attività dei regolatori: nel caso dell’unbundling, per esempio, l’Agcom ha giustificato in modo credibile la riduzione delle tariffe alla luce dei guadagni d’efficienza nel campo della manutenzione correttiva. La comparazione internazionale, purché interpretata cum grano salis, può costituire un’ulteriore punto di riferimento.

Qui arriviamo al dissidio fondamentale: quello tra la visione realistica di una regolamentazione “politicamente consapevole” e il cambio di paradigma proposto dalla Commissione Europea con l’annunciata Raccomandazione che, dal prossimo settembre, dovrebbe garantire canoni d’accesso al rame più uniformi e più stabili: questa pure una forma di regolamentazione politicamente connotata, ma in un senso assai più pregnante. Il principio sotteso è che le misure regolamentari possano essere adottate sulla base di un’idea astratta di come il mercato dovrebbe presentarsi, senza alcun riferimento a come il mercato si presenta oggi – e dunque alle specificità nazionali: ma è possibile ipotizzare che gli stessi rimedi vadano applicati in un paese come il Regno Unito, dove l’ex monopolista ha una quota di mercato del 25%, e in Italia, dove l’incumbent controlla il 55% delle linee?

Il discrimine, mi pare, è lo strumento dell’analisi di mercato, caposaldo dell’attuale cornice regolamentare e destinato a scemare d’importanza nello schema elaborato da Neelie Kroes. In altre parole, fino a oggi abbiamo pensato alla regolamentazione come a un’attività volta a rettificare – essenzialmente – i problemi concorrenziali determinati dal tramonto dei monopoli pubblici nei servizi a rete; oggi, invece, si giustifica esplicitamente un intervento regolamentare con l’intenzione di orientare in una precisa direzione l’evoluzione del mercato. Il trattamento delle tariffe d’accesso è, in questo senso, paradigmatico: se gli approcci tradizionali come il retail minus e l’orientamento al costo mirano a porre tutti gli operatori, vecchi e nuovi, sullo stesso piano di gioco, quello oggi patrocinato dalla Commissione ambisce a stimolare gli investimenti – e poco importa se essi finiranno per cristallizzare gli attuali squilibri competitivi.

Questa commistione tra regolamentazione e politica industriale è senz’altro favorita, a livello comunitario, dalla confusione sul ruolo istituzionale dei soggetti – come il commissario Kroes – cui competono entrambe le funzioni: la sovrapposizione di ruoli esecutivi, legislativi (o paralegislativi) e di vigilanza, per giunta tipicamente sguarniti di elementari garanzie di responsabilità democratica, sta alterando significativamente la portata dell’attività regolamentare, non solo nel settore delle comunicazioni elettroniche. Peraltro, il tema della governance delle autorità indipendenti è oggi discusso anche a livello nazionale, in Italia e altrove. Si possono ipotizzare diverse strategie per ricondurre ciascuna attività al proprio alveo – tra queste, la valorizzazione del Berec. Tuttavia, in attesa di più incisivi aggiustamenti, sarebbe opportuno ricordare che il ruolo del regolatore non consiste nel plasmare il mercato, bensì nel rimuovere gli ostacoli che gli impediscono di emergere.

@masstrovato

15
Lug
2013

Il decreto del fare, Artt.1-3 – Sostegno alle imprese

L’articolo 1 del Decreto del Fare non contiene disposizioni immediatamente attuative, bensì definisce le linee guida alle quali dovrà attenersi un decreto del ministero dell’Economia da adottarsi entro trenta giorni. Più che sui contenuti, merita dunque una discussione sulla direzione che indica.

I due obiettivi individuati dall’articolo sono: a) assicurare un più ampio accesso al credito da parte delle PMI attraverso lo strumento del Fondo di garanzia e b) limitare il rilascio della garanzia del Fondo alle operazioni finanziarie di nuova concessione e erogazione.

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15
Lug
2013

La trasparenza non ha bisogno di eroi, ma di digitalizzazione.

Beato è quel popolo che non ha bisogno di eroi, ma in Italia la tentazione è di ricorrervi affinché ambiti pubblici possano ben funzionare. Eppure basterebbe un legislatore che non necessita di iper-delegare per riuscire a regolare, una normativa delegata più flessibilmente concepita, una P.A. da semplificare prima ancora che da ammodernare, una dirigenza pubblica cui non servono incentivi né sanzioni per sapere di dover attuare: in sintesi, una farraginosità sia legislativa che amministrativa quanto più possibile sfrondata. E mentre rivoluzioni operative continuano a essere sempre proclamate e mai concretamente condotte, finisce per divenire esso stesso eroe, quel popolo che continua a dibattersi tra norme complesse, principi non applicati e burocrazia immutata, se pure in versione tecnologica.

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15
Lug
2013

Se Saccomanni non fa il vaso di ferro ma di coccio, finirà a maxi patrimoniale

L’estate purtroppo non porta quiete e concentrazione, al governo Letta. Divampano le polemiche giudiziarie per i processi di Berlusconi, e la corda tra Td e Pdl si tende a ogni nuovo sviluppo. Nel Pd il confronto interno è aspro, e investe sia la cooperazione nella maggioranza con i seguaci di Berlusconi, sia i dossier di governo. Grillo è pronto ogni giorno ad approfittarne, incalza il Pd da sinistra puntando al suo elettorato. A tutto ciò si aggiungono gravi passi falsi come l’espulsione di moglie e figlia del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, provvedimento precipitosamente messo in atto dagli apparati di sicurezza italiana e ora annullato, senza che sia chiaro chi e come abbia autorizzato questo incredibile favore al regime di un dittatore, ricco di risorse energetiche quanto sprovvisto di credenziali democratiche. Finirà in un’epurazione della Polizia quando dovrebbero saltare teste politiche. E’ penosa, la figura di un governo che a chiacchiere lancia iniziative per attirare capitali stranieri in Italia – a chiacchiere, perché per farlo davvero bisogna abbassare le tasse, abbattere la burocrazia e riformare la giustizia, non insediare tavoli  agenzie – ma poi in realtà fa solo favori a satrapi che hanno canali diretti con la servizievole  alta burocrazia italiana  dei servizi e apparati di sicurezza.
E’ un quadro convulso che rischia ogni giorno di deconcentrare il governo da quella che è la vera prima grande emergenza: quella economica. Più che di larghe intese, a 75 giorni dalla sua nascita, sull’economia il governo Letta rischia di diventare un governo delle lunghe attese. Slittamenti di decisioni, IVA, IMU, costo del lavoro, privatizzazioni, la linea sin qui prevalsa è quella di una dichiarata  grande prudenza, giustificata dai riflettori puntatici contro da Europa e mercati, ma che ormai deve cedere il passo a una stagione diversa.
C’è il modo di farlo. Proprio la politica economica e finanziaria ha un punto di forza, in questo governo. Per la sua autorevolezza maturata in decenni alla Banca d’Italia Fabrizio Saccomanni, il ministro dell’Economia, è per definizione oltre che per natura estraneo al conflitto tra Pd e Pdl. E’ personalmente forte del sostegno diretto del Capo dello Stato, gode di un rapporto senza intermediari con il presidente della BCE, Mario Draghi. A poche settimane ormai dalla Legge di stabilità, che dovrà compiere scelte sin qui rinviate, è venuto il tempo di giocare sino in fondo la carta di scelte energiche e coraggiose.
Se alle prime uscite del ministro i partiti sono stati molto decisi nel ricordargli che la stagione dei tecnici è finita, la cosa peggiore sarebbe accettare una sorta di ruolo dimidiato. Al contrario l’Economia deve farsi sentire, a costo di mettere alla corda agli occhi degli italiani i miopi calcoli dei partiti. Convinti di questo, un po’ inusualmente forse, ci rivolgiamo direttamente al ministro.
Saccomanni, insieme al nuovo Ragioniere generale dello Stato Daniele Franco anch’egli proveniente da via Nazionale, conosce bene quale sia il diverso impatto sul prodotto nazionale di un intervento piuttosto che di un altro. In un’economia tanto prostrata da strage di impresa, lavoro e reddito come quella italiana, le priorità sono quelle che producono un maggior effetto moltiplicatore, non la convenienza dei partiti.
Se si considera l’agenda del governo da questo punto di vista, il pagamento dei debiti della PA alle imprese è l’arma ad effetto più immediato, per mutare in meglio liquidità e aspettative del mercato. Ma sta all’Economia comprendere che le procedure sin qui avviate per tentare di pagare 20 miliardi entro quest’anno si mostrano ancora troppo farraginose. Le imprese non capiscono perché non si segue quanto per esempio proposto dal presidente di Cassa Depositi e Prestiti, Bassanini, che consentirebbe il pagamento in tre trimestri di 70-90 miliardi, sulla scorta di quanto la Spagna ha fatto coi suoi 32 miliardi di arretrati.
La Cgia di Mestre ha stimato che un 30% delle migliaia di chiusure d’impresa avvenga proprio perché lo Stato non paga. Ma a questo si aggiunge che gran parte delle chiusure aggiuntive avviene poi perché lo Stato chiede troppo, sommando IRAP, IRES, contributi e quant’altro. La Legge di stabilità è chiamata a indicare una scelta: una nuova programmazione pluriennale di tagli di spesa non recessivi, da portare a copertura di una discesa effettiva nel tempo della pressione fiscale su impresa e lavoro. Dalle tax expenditures al rapporto Giavazzi, dalle forniture sanitarie al costo standard esteso in tutta la PA, occorre un percorso alternativo all’aumento di altri 99 miliardi di entrate pubbliche tra 2014 e 2017 indicato dalla nota aggiuntiva al DEF dello scorso aprile, precedente all’attuale governo.
Occorre poi pensare a una terza priorità: l’abbattimento del debito pubblico. Il 2015 si avvicina, ed è nell’orizzonte di vita dell’attuale governo. Ma nel 2015 entra in vigore il fiscal compact, e ogni anno il governo dovrà garantire 45-50 miliardi di abbattimento del debito in pareggio strutturale di bilancio. Pensare di farlo per via di avanzi primari di 5-6 punti di Pil l’anno, prostrata com’è l’economia italiana, appare impensabile, a meno di una recessione ancor più dura. Quindi vanno indicate vie straordinarie: le privatizzazioni che sin qui hanno languito, e di cui restiamo convinti in maniera assoluta contro l’opinione della burocrazia  del Tesoro. E se non saranno le privatizzazioni, allora a Saccomanni tocca indicare  una delle diverse manovre straordinarie di riduzione avanzate da più parti in questi ultimi due anni. Molte di loro sono spericolate ai nostri occhi, e lambiscono o mascherano l’intervento che più di tutti occorre evitare,cioè una o più maxi patrimoniali coattive su famiglie e imprese.
Ci fermiamo qui. Ci rivolgiamo al ministro per sollecitargli risposte, a nome degli italiani. Certi come siamo che egli ricordi bene la parabola di Jacques Necker. Chiamato alle Finanze tra 1776 e 1781 da Luigi XVI, le sue riforme di efficienza ed equilibrio del bilancio furono avversate e diluite, dalla Corte come dai Parlamenti locali. Quando Luigi XVI lo richiamò in servizio, una prima volta nel 1788 e di nuovo all’indomani della presa della Bastiglia, era ormai troppo tardi. Ma fu il primo a fare un resoconto pubblico al Re dei veri guai dei conti pubblici francesi, nel 1781. Aver detto per tempo che i problemi erano seri e i rimedi dovevano essere energici, vale a Necker ancor oggi la stima che ai più dei suoi colleghi nella storia è negata: troppo timorosi, davanti a un toro, di prenderlo per le corna.

15
Lug
2013

Il decreto del fare, Art.59 – Università

All’articolo 59 (Borse di mobilità per gli studenti universitari), il decreto legge riguardante “Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia” – giornalisticamente detto “decreto del Fare” – stanzia la somma di 17 milioni di euro per gli anni 2013-2015, con l’obiettivo di erogare borse per la mobilità a favore di studenti che intendano iscriversi a un’università con sede in una regione diversa da quella di residenza.

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14
Lug
2013

Il decreto del fare, Artt.50-56 – Fisco

Considerazioni generali

Le misure fiscali contenute negli artt. 50÷56 del D.L. 69/2013 (cd. “Decreto del fare”) costituiscono un tentativo di tamponare gli effetti della grave congiuntura finanziaria in cui versano i Contribuenti per mancanza o scarsità di liquidità; di conseguenza, sono interventi correttivi che non avranno effetti positivi apprezzabili sulla crescita economica e che, nella migliore delle ipotesi, conserveranno lo status quo mentre, nell’ipotesi peggiore, potranno soltanto rallentare la recessione in atto. L’azione del Governo, sebbene in qualche modo utile, continua infatti ad andare nella direzione opposta a quella che servirebbe e che dovrebbe intervenire a monte per affievolire quel grave e diffuso senso di oppressione ed ossessione fiscale che scoraggia l’intraprendenza e reprime la propensione alla spesa ed agli investimenti da parte dei Cittadini. Ad ogni buon conto la casa ha offerto il Decreto “del fare” e dunque si impone una analisi del suo contenuto, soprattutto allo scopo di offrire spunti utili per modificarlo in sede di conversione.

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14
Lug
2013

Il decreto del fare, Artt.39-40 – Arte

L’articolo 39 del “decreto del fare” modifica il Codice dei beni culturali e del paesaggio in tema di uso individuale dei beni culturali e di autorizzazione paesaggistica.

In merito al primo punto, il governo si è limitato alla sostituzione di una parola: si affida cioè al Ministero per i beni e le attività culturali – e non più al sovrintendente – la determinazione del canone per la concessione in uso di un bene culturale in consegna al Ministero.

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13
Lug
2013

Regime alimentare: menù vegano obbligatorio e obiezione di coscienza per cuochi

pubblicato su Libero il 12 luglio 2013

“L’obbligo di comprarsi una polizza sanitaria sarebbe come se lo Stato obbligasse a comprare broccoli perché fanno bene”, con questo paradosso il giudice della Corte Suprema Antonin Scalia si espresse contro la riforma sanitaria di Obama. Scalia non avrebbe mai immaginato che dall’altra parte dell’oceano ci fosse qualche legislatore pronto a prenderlo in parola. Si tratta della senatrice del Pd Monica Cirinnà che, insieme alle due colleghe di partito Silvana Amati e Manuela Granaiola, ha presentato un disegno di legge sulle «Norme per la tutela delle scelte alimentari vegetariana e vegana» che obbliga tutte le mense, bar e ristoranti a servire piatti vegani e vegetariani.

«In tutte le mense pubbliche, convenzionate e private, o che svolgono in qualsiasi modo servizio pubblico… devono essere sempre offerti e pubblicizzati almeno un menù vegetariano e uno vegano in alternativa alle pietanze contenenti prodotti o ingredienti animali». Se i cuochi pensano di poterla fare franca servendo un’insalata qualsiasi, due patate al forno o una frittata, si sbagliano di grosso perché i menù offerti devono «assicurare un apporto bilanciato così come indicato dalla scienza ufficiale in materia di nutrizione e considerando i progressi scientifici». Ma non basta perché c’è anche l’obbligo di non usare tutta una serie di ingredienti e sostanze di origine animale e «le uova presenti nelle preparazioni vegetariane devono provenire da galline allevate con metodo biologico o allevate all’aperto». E in caso di violazione delle disposizioni le sanzioni sono pesantissime, vanno dai 3.000 a 18.000 euro fino alla sospensione dell’esercizio e alla revoca della licenza. In pratica l’ideologia animalista e salutista carica le attività di ulteriori norme e costi, come se non bastasse la selva di leggi e regolamenti che nel nostro paese imbriglia ogni iniziativa economica.

La legge non si limita ai luoghi di ristorazione, ma si estende anche alle scuole, prevedendo l’insegnamento di cucina vegana e vegetariana negli istituti alberghieri. Inoltre gli studenti di questi istituti che «nell’esercizio del diritto alle libertà di pensiero, coscienza e religione riconosciute dalla Dichiarazione universale dei diritti umani» sono animalisti, vegani o vegetariani «possono dichiarare la propria obiezione di coscienza a seguire le lezioni didattiche pratiche riguardanti alimenti di origine animale». Il testo del disegno di legge dice che i nuovi obblighi servono a promuovere stili alimentari più salutari, in quanto «è dimostrato che una dieta vegetariana ed in particolare vegana protegge dalle malattie cardiovascolari, tumori, diabete e obesità».

La senatrice Cirinnà sa come si vive ed educa secondo «la scienza ufficiale e i progressi scientifici» alla corretta alimentazione gli italiani che non sanno badare alla propria salute. Insomma la considerazione per la libertà e la responsabilità individuale è davvero bassa e, sarà un caso, sul sito della Cirinnà il disegno di legge è tra i «provvedimenti per gli animali». Perché è così che l’ideologia salutista vede le persone, come perfetti idioti, incapaci di badare a sé stessi. E non c’è limite alle iniziative di chi agisce in nome del bene altrui: sotto attacco sono le sigarette, i cibi grassi, gli zuccheri, le bibite gassate, gli alcolici.  Oltre allo stato mamma, lo stato poliziotto, lo stato imprenditore, lo stato spione, c’è anche lo stato medico il cui compito è decidere minuziosamente come bisogna vivere, prescrive stili alimentari e di vita, insomma tratta gli individui da malati quando sono ancora sani.

Un provvedimento del genere è assurdo quanto lo sarebbe prevedere l’obbligo di salsicce in un ristorante vegano, di pizza in un ristorante giapponese o di sushi da un kebabbaro. Nessuno ha il diritto di sindacare le abitudini alimentari della senatrice Cirinnà (che tra l’altro è la moglie di Esterino Montino, l’ex capogruppo laziale del Pd che diceva di aver regalato con i rimborsi regionali 4.500 euro di vini ai bambini poveri, non proprio un’opera salutista), ma obbligare le persone a cucinare e servire pietanze imposte dallo Stato è semplicemente assurdo.

La furia statalista del Pd non si ferma alla proibizione dell’uso di immagini femminili nella pubblicità, ma si estende ai menù dei ristoranti. Non è un caso se due delle firmatarie,  Silvana Amati e Manuela Granaiola, siano le stesse del disegno di legge sulle «Misure in materia di contrasto alla discriminazione della donna nelle pubblicità e nei media». Non solo stabiliscono cosa si può fare o meno del proprio corpo, ma anche cosa cucinare e mangiare. Oltre al divieto della gnocca anche l’obbligo del cetriolo.