30
Lug
2013

A 6 anni da inizio crisi, un po’ di cifre: più di 2000 banche salvate tra Usa e Ue, il disastro italiano

Sono passati sei anni, dall’inizio della più dura crisi dagli anni Trenta del secolo scorso. Tra fine luglio e inizio agosto del 2007, infatti, le grandi banche americane ed europee cominciarono ad entrare in fibrillazione manifesta, senza più riuscire a nasconderlo. Ad aprile era esplosa la prima crisi di un gigante immobiliare USA, la New Century Financial Corporation, che aveva rivelato a tutti le prime esplosive avvisaglie dei mutui subprime. Dopo una lunga fase di crescita in media del 15% l’anno dei prezzi immobiliari americani, che aveva reso sostenibili i subprime insieme ai troppo bassi tassi d’interesse praticati dalla FED dopo la crisi Internet del 20oo e l’11 settembre 2001, l’esplosione della bolla immobiliare americana si accingeva a mettere alla frusta l’intero settore di punta mondiale dell’intermediazione finanziaria. Aveva agito in base a una leva finanziaria – il rapporto tra attivi e capitale proprio – troppo alta, superiore a 30 e con punte fino a 50 e oltre. E aveva creduto, grazie a regolatori compiacenti, di annullare una regola elementare della finanza, quella per la quale per ogni prodotto finanziario non può annullare il rischio dell’emittente e il rischio del prenditore, annegandolo invece nella tripla A di un arrangiatore-intermediario finanziario che cartolarizza e nasconde col proprio marchio l’inadempienza potenzile dell’emittente accentuando il rischio di esplosione del prenditore.

La crisi che iniziava allora ha conosciuto sei diverse fasi. La prima, dall’estate 2007 al fallimento di Lehman Brothers il 15 settembre 2008, in cui banche e regolatori hanno tentato di minimizzare le crisi bancarie a catena che dagli Usa si estendevano all’Europa. La seconda, dall’ultimo trimestre 2008 al terzo trimestre 2009, in cui la crisi esplose travolgendo il meccanismo della crescita planetaria, il commercio mondiale, diventando recessione conclamata. La terza, fino a metà 2010, in cui i piani straordinari delle banche centrali, i salvataggi bancari e la nuova governance mondiale del G20 diedero l’illusione del fine crisi. La quarta, i cui primi segni sono a metà 2010 e che avvampa nell’estate 2011, in cui la crisi si tramuta in insostenibilità dei debiti sovrani, e si addensa in Europa. La quinta, nel 2012, con le due risposte straordinarie della BCE, la faticosa evoluzione degli strumenti cooperativi europei, i programmi straordinari d’intervento a favore dei paesi eurodeboli, Irlanda, Grecia, Portogallo e Italia. La sesta è quella che viviamo ancor oggi, con le attuali previsioni di un cambio di segno della crisi che ci colpisce, e la speranza che la caduta di prodotto e reddito possa venire tra fine 2013 e metà 2014. Ma anche con una certa preoccupante decelerazione della crescita degli ex BRICS, dalla Cina al Brasile alla Turchia. Cerchiamo di capire con un po’ di numeri, chi sta a che punto dopo 6 anni di crisi.

Le Borse. Se per gli Usa prendiamo l’indice Dow Jones US 30 delle maggiori quotate, superando quota 16mila poche settimane fa è salito di oltre il 20% sui 13.200 punti di metà 2007. In Giappone, il Nikkei225 era venerdì a quota 14.129, a fine luglio 2007 a quota 18mila. L’Hang Sen 40 cinese, per via della frenata in corso a Pechino, venerdì stava a quota 21.968, a fine luglio 2007 a quota 23.100. Se per l’Europa guardiamo al DAX tedesco,rispetto ai 2770 punti di fine luglio 2007 venerdì scorso stava sotto sia pur di poco, era a quota 2741. Ma Il FTSE MIB italiano venerdì era a quota 16.421, mentre a fine luglio 2007 stava a 39.500, il che la dice lunga sulla gravità del colpo che l’eurocrisi ha portato al nostro mercato finanziario.

Le banche. Se guardiamo agli interventi diretti dei governi e banche centrali a favore di banche e intermediari a qualunque titolo in difficoltà, con salvataggi e nazionalizzazioni destinate poi a tornare indietro valori ai governi in caso di buone vendite e restituzioni di prestiti, e se a questo aggiungiamo anche le garanzie (che rappresentano il più), gli Stati Uniti tra Tesoro e Fed hanno mobilitato fino a metà 2012 – sono i dati più aggiornati del rapporto semestrale sui piani di stabilizzazione, curato certosinamente da R&S di Mediobanca – 2,8 trilioni di dollari, dei quali 562 miliardi in interventi di capitale, 1869 in garanzie, 421 in “altro” cioè prestiti, per un totale di 1678 istituti interessati. A metà anno scorso 1,6 trilioni di dollari erano stati restituiti alle autorità pubbliche USA , dunque l’aiuto netto in corso restava di 1,2 trilioni, e le autorità pubbliche avevano incassato nel frattempo anche 89 miliardi di dollari tra dividendi e proventi vari

Nell’Unione Europea, gli interventi a sostegno di banche e intermediari erano ammontati a 2,7 trilioni di euro (di cui 389 miliardi in capitale, 2,1 trilioni in garanzie, 142 miliardi i prestiti) a 437 istituti. A metà 2012 le risorse restituite o “terminate” ammontavano a 1,5 trilioni di euro, e gli aiuti netti ancora operanti erano dunque pari a più di 1,1 trilioni Se poi guardiamo più ampiamente all’estensione degli attivi delle banche centrali americana ed europea, dovuti ai diversi programmi speciali a sostegno dei mercati e delle banche – come le operazioni straordinarie di liquidità tipo le LTRO della BCE varate a inizio 2012 che “incamerano” alla BCE collaterali a bassa qualità e illiquidi, mentre in Usa la banca centrale compra bond pubblici e prodotti finanziari non solo pubblici – allora dopo “lo scudo” Draghi la BCE dal 2012 batte la FED come estensione dei suoi attivi, superando i 4 trilioni di dollari, cioè ben oltre l’equivalente del Pil tedesco.

L’Italia. Veniamo al nostro conto perdite nazionale. Nella crisi abbiamo perso circa un milione di unità di lavoro “piene”, cioè un milione e mezzo di disoccupati nuovi si sono aggiunti ai preesistenti, con 22,4 milioni di italiani al lavoro rispetto ai 23,5 del 2007. Nel potenziale manifatturiero siamo tornati al livello del 1990, perdendo il 19% rispetto al 2007. Sul 2007, abbiamo perso a oggi circa 28 punti percentuali di produzione industriale. Il reddito reale delle famiglie, al netto dell’inflazione, è tornato sui livelli del 1993-94. La propensione al risparmio è scesa dal 12% del reddito disponibile del 2007 sino a sotto l’8%, e oggi risale verso il 9% perché gli italiani preferiscono risparmiare piuttosto che consumare, con un reddito tanto compresso. Con un commercio mondiale che nel 2013 sale solo del 2,3 o 2,4% rispetto al più 5,7% del 2011, è verissimo che l’export italiano si avvia a superare quota 500 miliardi di valore, ma da solo l’export non ce la fa a sollevare l’Italia verso una crescita, nel migliore dei casi, di qualche decimale di punto nel prossimo 2014. Restiamo sorvegliati speciali per il nostro debito pubblico che ha sforato di brutto il 130% del Pil, e in termini di CLUP (costo del lavoro per unità di prodotto) cioè di competitività, se prendiamo il dato 2000 come 100 per Italia e Germania, Berlino sta nel 2013 solo a quota 107 noi invee siamo saliti impetuosamente a quota 137.

 Il Sud. Se l’Italia insieme alla Grecia è il Paese dell’euroarea che ha perso di più, per come sono strutturate le manovre di finanza pubblica tutte sul versante fiscale, per la stretta del credito e per la sua bassa produttività, il Sud è quello che se l’è vista ancor peggio. Le cifre le ha appena attualizzate lo Svimez. Nel solo 2013 il Sud perde il 40% del Pil più del Nord. Se al Nord il calo dei consumi è a meno 2,8%, al Sud è del 4,2%. Gli investimenti calano dell’11,3% rispetto al meno 5,4% del Nord. Gli occupati saranno quest’anno -2% al Sud, meno 1,2% al Nord. Il 62% dei posti di lavoro persi in Italia dal 2007 sono al Sud.

Come si vede, per Italia e Mezzogiorno il bilancio della crisi è ancora assolutamente disastroso. E attenti che ai tassi di crescita previsti, molto moderati rispetto ai nostri partner, bisognerà aspettare il 2022-2024 per rispristinare reddito delle famiglie e Pil del 2007. A meno di cambiare marcia, come una classe dirigente seria dovrebbe fare senza perder tempo. Invece, tutti a pensare alla sentenza di Cassazione sull’ennesimo processo a Berlusconi.

29
Lug
2013

Tutti pensano alla Cassazione, ma spesa, privatizzazioni,liberalizzazioni e credito restano 4 ferite aperte. Per non parlare dei 3 nuovi ordini professionali scodellati caldi caldi

Dal Messaggero di ieri

Nella settimana alle nostre spalle, come spesso avviene in Italia, le polemiche politiche hanno prevalso sui fatti concreti. Si trattasse dell’ostruzionismo Cinquestelle al decreto del fare, delle parole del viceministro Fassina sull’evasione “per sopravvivenza”, o dello scontro sulle regole congressuali del Pd, in tutti i casi si è trattato di contese che non riguardano il bilancio concreto dell’agenda di governo, e come siamo considerati da partner europei e mercati.

Se adottiamo questa seconda visuale, ciò che è avvenuto non si direbbe esaltante.

Siamo reduci in 7 giorni da alcune decisioni della Corte costituzionale, delle quali poco si è parlato. Eppure hanno smontato pezzi molto rilevanti di ciò che era stato deciso per “cambiare marcia” alle politiche di bilancio. Con la sentenza 219/2013, la Corte ha abrogato quanto era stato disposto dal governo Monti in materia di controlli e sanzioni alle Regioni fuori controllo. Sono caduti così lo scioglimento dei Consigli Regionali, insieme all’incandidabilità per 10 anni dei presidenti di Regione finite in default per dolo o colpa grave. E’ caduto l’obbligo di relazione economico-patrimoniale di fine legislatura, per fissare nero su bianco le responsabilità finanziarie di ogni governo regionale uscente. Ed è caduto l’obbligo di ridurre del 20% gli oneri degli enti intermedi controllati dalle Regioni. A ciò si è aggiunta la sentenza 229/2013, con cui la Corte ha abrogato l’obbligo di scioglimento o privatizzazione delle società controllate dalle Autonomie il cui fatturato dipenda al 90% dalla stessa PA. E’ caduto l’affidamento a gare evitando l’”in house”, con la giustificazione che il Parlamento non può interferire in competenze delle Regioni neanche in materia di concorrenza, che pure per famigerato Titolo V della Costituzione è competenza nazionale.

Se dalle decisioni concrete ci spostiamo al quadro europeo, in questa settimana abbiamo appreso dal Corriere della sera che nell’autunno 2011 la crisi del governo Berlusconi, dopo la lettera inviataci dalla BCE chiedendoci misure energiche di liberalizzazione e di tagli di spesa, arrivò quando ormai era pronta una bozza di decreto per chiudere il mercato finanziario italiano. Il ministro dell’Economia del tempo, Tremonti, ha detto di non saperne nulla. Nessuno ha aggiunto null’altro. Col risultato che continuiamo a ignorare una circostanza che un domani, dovessero ricomplicarsi le cose con l’Europa e i mercati, riesploderebbe come una mina. Il settimanale tedesco Spiegel di questa settimana critica duramente il governo Letta, “sembra anch’esso incapace di riforme vere”.

Sui mercati, nella settimana si è sentita però una tenue brezza positiva. L’indice PMI degli ordinativi europei è tornato nella rilevazione di luglio sopra quota 50 che segna il crinale tra contrazione e crescita. Nel secondo trimestre Il Pil spagnolo è sceso solo dello 0,1% e quello francese è tornato di un sussurro sopra quota zero. In questo quadro, non resta che augurarsi che i pessimisti sui destini italiani, e gli scettici come chi qui scrive, restino delusi. La possibilità c’è, se il governo resta discosto dalle polemiche, da quello che avverrà o meno dopo la decisione della Cassazione il 30 luglio, come dalle polemiche precongressuali Pd.

Letta e Saccomanni sanno bene che Europa e mercati non guarderanno tanto al modo in cui si troverà soluzione ai due nodi – IMU e IVA – sui quali il governo si è incagliato. Guarderanno se sul contenimento della spesa ci saranno non nuove commissioni e commissari esterni al governo, ma decisioni concrete assunte con la legge di stabilità. Se sulla dismissione degli asset pubblici si stabilirà da dove iniziare e per che ammontare procedere, con tempi cadenzati e credibili, come il ministro Saccomanni ha avuto il merito di dire e far sperare con le sue parole pronunciate al G20 di Mosca. Se sulle liberalizzazioni vi saranno altri passi decisi, che sembrano oggettivamente smentiti dalla volontà di istituire altri tre Ordini professionali, contenuta nel disegno di legge sanitario varato venerdì in Consiglio dei ministri.

Infine, Bce e Commissione europea ci chiedono da tempo misure per ridare efficienza al canale di trasmissione della politica monetaria, e questo significa misure straordinarie perché le banche possano liberare capitale per garantire più impieghi a famiglie e imprese, invece di continuare nella restrizione di credito, misure che tecnicamente si possono porre in essere senza aggravi di deficit, mobilitando veicoli come la Cassa Depositi. L’invito a creare prestatori non bancari, echeggiato dalla riunione a porte chiuse tenuta dal governo coi vertici bancari italiani la settimana scorsa, ha tempi di realizzazione troppo lunghi perché possa costituire risposta efficace all’asfissia di credito riservata agli italiani.

Spesa, privatizzazioni, liberalizzazioni e credito sono quattro capitoli essenziali,ma insieme non centrali nel tiremolla della maggioranza. Il governo ha davanti a sé sette settimane, prima del voto tedesco a settembre, per respingere l’impressione di essere prigioniero di un quadro politico che è problematico e asfittico di suo. Il bene dell’Italia e quello del governo coincidono, nel non farsi spingere a fondo da un Parlamento in cui ogni terzo degli eletti si ritiene depositario di verità irriducibili, e diverse parti di ogni singolo terzo hanno poi idee diverse di leadership, programmi e alleanze. Ma per sfruttare il moderato alito di ripresa dei mercati, bisogna che il governo le issi con forza, le sue vele.

28
Lug
2013

Le matrioske dell’informazione

Libera informazione in libero Stato: in Italia, non è certo uno slogan. Perché le libertà a ciò necessarie ci sono tutte e tutte costituzionalmente tutelate: quella di informare e di essere informati, che nella libertà di opinione e di stampa (art. 21 Cost.) trovano compiuta espressione. C’è una disciplina antitrust per garantirle e sovvenzioni all’editoria (per approfondimenti, si veda il paper dell’Istituto Bruno Leoni) che, con dubbi risultati, mirerebbero a incrementarle. C’è una tecnologia in rapida e continua evoluzione per amplificarle e strumenti, ormai alla portata di ognuno, per meglio usufruirne. E c’è una collettività, cui tutto ciò è finalizzato, che aspira a una conoscenza di tipo sempre più “open”, consapevole che apertura è trasparenza condivisa, conoscenza diffusa e democrazia meglio esercitata.

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26
Lug
2013

Il sindaco Doria prova a cambiare musica al Carlo Felice

Linkiesta le ha definite “i colabrodo della cultura italiana”, si tratta delle 14 fondazioni liriche italiane. Non che il resto del settore culturale faccia registrare performance brillanti, però alcune istituzioni culturali sono molto più in vista e in difficoltà di altre. A monopolizzare le pagine dei giornali sono infatti le disavventure gestionali e finanziarie di istituzioni come il Maggio Musicale Fiorentino o il Parco archeologico di Pompei. A queste va aggiunto ora anche il Carlo Felice di Genova.
Proprio oggi è comparsa la notizia che per una cinquantina di dipendenti della Fondazione si prefigura il licenziamento. La situazione si può dire che sia precipitata in queste ultime giornate. Dopo una trattativa, l’accordo fra sindacati e amministrazione della Fondazione prevedeva ammortizzatori sociali e contratti di solidarietà per ridare fiato all’ente. Una minoranza dei dipendenti ha però scelto di rimandare a settembre il referendum su tale accordo. La risposta del sindaco Doria è stata pronta e decisa: per una cinquantina di dipendenti verrà presto attivata la procedura di mobilità. Read More

25
Lug
2013

Alla radice degli squilibri INPDAP

Martedì scorso il presidente dell’INPS, Antonio Mastrapasqua, ha presentato a Roma il bilancio di consuntivo dell’ente previdenziale per il 2012. L’anno trascorso è il primo durante il quale i conti dell’INPS sono consolidati con quelli di INPDAP e ENPALS a seguito della fusione decisa a fine 2011. Si sapeva da tempo quale sarebbe stato l’effetto sul bilancio INPS del consolidamento con INPDAP, i cui conti sono da anni in profondo rosso: nel bilancio preventivo per il 2012 si stimava che il patrimonio netto della nuova INPS sarebbe sceso da 41 a 25 miliardi di euro. Read More

24
Lug
2013

Perché essere grati a Dolce e Gabbana

Si deve gratitudine, a Domenico Dolce e Stefano Gabbana. Non solo per quello che fanno genialmente da tanti anni, nella moda. Si deve loro gratitudine proprio per l’eclatante durezza con cui hanno protestato, quando l’assessore milanese D’Alfonso ha affermato che Milano non doveva dar loro spazio, perché evasori. Le due pagine che Dolce e Gabbana hanno pagato sui giornali per esporre le loro ragioni rappresentato non solo la loro personale protesta, ma un atto d’accusa pubblico contro errori, orrori e scempio che purtroppo caratterizzano sempre più ordinamento e contenzioso tributario italiani.

Sono tanti, i paradossi del caso Dolce e Gabbana. Continua a valere per loro la maxi multa di 400 milioni stabilita a marzo dalla Commissione tributaria di primo grado. Eppure a giugno, in Tribunale – da noi vige il doppio rito, penale e tributario, viva il giustizialismo – il giudice ha dovuto riconoscere che l’accusa di dichiarazione infedele nei loro personali confronti era infondata, li ha assolti perché il fatto non sussiste. Il Tribunale ha inoltre dovuto riconoscere che era infondato che lo Stato chiedesse come imposta il doppio dei redditi conseguiti e dichiarati per la cessione dei marchi,eppure lo Stato lo aveva chiesto. Mentre il Tribunale nulla può sul fatto che le leggi applicate siano retroattive rispetto agli anni d’imposta contestati, perché la retroattività è prassi ordinaria fiscale italiana anche se proibita dal calpestatissimo Statuto del contribuente.

Ecco, tutto questo naturalmente lo hanno ignorato, i giustizialisti che hanno solidarizzato con D’Alfonso. Compreso il sindaco Pisapia, che ci ha messo giorni prima di capire la malaparata e tendere una mano. La lotta contro un fisco che attribuisce a sé poteri illegali in ogni altro ordinamento liberale ha bisogno di proteste esplicite. E di eroi, tanto meglio se noti e conosciuti come Dolce e Gabbana. Non hanno fatto come tanti altri vip, che pagano e tacciono. Hanno dato voce alla libertà. Per questo chi è libero sta con loro, non con l’oppressore.

23
Lug
2013

Stipendi d’oro dei manager, la soluzione del merito contro la tagliola

Qualche giorno fa, sui giornali sono apparse due diverse graduatorie. Da una parte la sintesi del rapporto annuale INPS, dall’altra quanto guadagnano i più pagati tra i manager italiani. A molti, anzi sono sicuro, praticamente quasi a tutti, a leggere le due classifiche viene il sangue amaro, e a non pochi anzi il sangue va alla testa.

Se guardiamo ai pensionati italiani, nel 2012 la metà di essi ha percepito meno di 1000 euro mensili, il 31% ha una pensione tra i 1000 e i 500 euro mensili, il 15% addirittura inferiore ai 500 euro. Solo il 30% degli italiani può vantare una pensione superiore ai 1500 euro. Il reddito medio pensionistico è di 1269 euro, 1518 per gli uomini e 1053 per le donne.

Dall’altra parte, leggendo l’annuale rapporto del Sole24 ore sui compensi – retribuzioni, stock option e buonuscite – elargite ai manager delle società quotate, si è appreso che sono ammontate a 402 milioni di euro, a fronte dei 352 milioni del 20011. In testa a tutti l’amministratore delegato di Fiat e presidente di Fiat Industrial, Sergio Marchionne, che l’anno scorso ha guadagnato 47,9 milioni lordi. 40,6 vengono da “premi” azionari, come da stock option viene il più della terna a capo di Luxottica, Luigi Francavilla (28,8 milioni), Roberto Chemello (15,4 milioni) e Andrea Guerra (14,2 milioni), o i 22,6 milioni di Federico Marchetti, il fondatore di Yoox, piattaforma web della moda. In ogni caso, si parla di molti milioni. Se anche per Marchionne ci fermassimo ai 7,3 milioni di compenso ordinario, rispetto ai meno di 16mila euro lordi annui “base” di un operaio Fiat, stiamo parlando di un multiplo pari a circa 460 volte. Analogamente Luca di Montezemolo, con 5,5 milioni guadagna 354 volte un operaio Ferrari. Enrico Cucchiani, con 3 milioni, 75 volte i 40 mila euro lordi portati a casa da un bancario “base” di Banca Intesa. E via proseguendo.

La sproporzione non è appannaggio solo dei manager privati. Quelli pubblici italiani, per esempio, guadagnano molto più della media dei parigrado stranieri, né lo Stato riesce a porre un limite effettivo per i “suoi”, visto che a decine continuano a ricevere compensi di molto superiori a quelli del Capo dello Stato. E le polemiche ripartono quando si tratta di calciatori e sportivi. Quando nell’estate scorsa Zlatan Ibahimovic fu ceduto dal Milan al Paris Saint Germain, i suoi 14 milioni di compenso annuo infiammarono la stampa d’Oltralpe visto che equivalevano a 875 volte il compenso del tifoso medio, come ricorda Alberto Mingardi nel suo bellissimo L’intelligenza del denaro.

A questo punto sorge spessissimo una domanda. E’ giusto? Oppure è l’espressione di una avidità insaziabile tipica delle degenerazioni del capitalismo e di chi lo comanda, come molti immediatamente commentano? E in ogni caso, se e come porre rimedio?

Chi qui vi risponde difende il mercato, dunque non ritiene affatto né che la sproporzione – evidente e oggettiva – sia figlia del capitalismo, né che il giusto rimedio sia una bella legge sul limite dei compensi. Se pensate ai tempi pre-mercato, il Re e il nobile dell’Assolutismo vivevano rispetto al 95% dei loro sudditi secondo multipli annui pari a più volte mille. La verità è che nella storia le differenze diventano tanto meno sopportabili quanto più, col progresso e la libertà, si attenuano. Ed è giusto così. Perché il problema esiste, in una società libera, in quanto è percepito come tale. E in una società come la nostra, con milioni di italiani regrediti a redditi disponibili pari a quelli di 20 anni fa, è percepito eccome.

In Svizzera, patria delle libertà, un recentissimo referendum ha visto il 67.9% dei partecipanti al voto rispondere entusiasticamente a favore del quesito: sì, è necessario porre un limite all’avidità dei manager. Ma gli svizzeri non sono diventati improvvisamente comunisti, e dunque il limite introdotto per referendum per i manager privati significa una procedura formalmente più vincolante che le società dovranno adottare, per compensare i loro manager. Dovranno essere gli azionisti in assemblea a pronunciarsi, non solo i comitati per la remunerazione formati da amministratori delle società che, alla prova dei fatti, locupletano i manager in maniera connivente.

Ecco, in un paese a libero mercato e a giusta sensibilità sociale, proprio questa è la strada giusta. Bisogna prevedere che, a pronunciarsi sui compensi, siano il più possibile i rappresentanti dei soci di minoranza e degli investitori istituzionali, non solo di chi rappresenta i patti di sindacato chiusi che sono purtroppo tanto numerosi nel nostro capitalismo asfittico. Le società quotate devono puntare sul fatto che “limiti ai maxicompensi” diventino parte integrante di una politica di sostenibilità sociale volta ad accrescere i propri clienti e a migliorare il rapporto e la fiducia con loro. A cominciare dalle banche, che negano credito a famiglie e imprese e che avrebbero tutto da guadagnare sul mercato, con capiazienda sotto il milione di euro l’anno mentre pressoché tutti gli italiani tirano la cinghia.

In Italia siamo ancora indietro su questo, sia tra le società quotate, sia nella stragrande maggioranza di società che sono a controllo e a gestione familiare. Nel caso delle società familiari, per convincere un manager a guidarle occorre pagarli di più, viste le minori garanzie, ed è anche per questo che il più di esse in Italia è anche gestito in famiglia, col rischio elevatissimo di estrazione di ricchezza dalle casse dell’azienda a proprio vantaggio (cosa del resto che nel capitalismo italiano capita persino per le quotate, vedi il gravissimo caso Ligresti-FonSai).

Direte voi: caro il mio amico del mercato ci stai disegnando una strada troppo lunga, così moriremo da poveri senza vedere i pochissimi privilegiati con le tasche un po’ meno piene. Non è così. Una legge che fissasse dei limiti invasivi, oltre a essere illiberale spingerebbe semplicemente le imprese via dal Paese che la proponesse. E pensate che proprio la settimana scorsa persino il Delaware, lo Stato americano che della massima libertà societaria consentita alle imprese ha fatto il volano della sua crescita tanto che molti lo considerano ai limiti della tollerabilità, ha introdotto nel suo codice la cosiddetta B-Incorporation, cioè di una quotazione dove “B” sta per “Benefit”, i benefici riservati in termini di retribuzione e welfare aggiuntivo ai propri dipendenti e la trasparenza e sostenibilità verso clienti e fornitori. Diverse imprese italiane iniziano per fortuna volontariamente a seguire l’esempio di Luxottica, che ai propri dipendenti garantisce molto più di ciò che prevedono i contratti nazionali.

Riforme del codice societario sul meccanismo di come votare i compensi, e limiti volontari assunti per codice deontologico e volti a ottenere più favore sul mercato che a questi temi è sensibile, sono mille volte più efficaci di una “secca” legge dirigista che ponga un multiplo secco, tra capi e dipendenti “privati”. Se quella legge fosse varata poi da uno Stato che non riesce mai a fermare il vortice di crescita delle proprie spese, rendetevi conto che apparirebbe due volte paradossale.