Essere onesti non è inutile: il rating di legalità.
La corruzione è zavorra non solo per l’economia, ma per qualunque ambito da essa contaminato, come si è qui esposto. La lotta a tale fenomeno è stata affrontata nel settore pubblico, quale ineludibile esigenza collettiva, con una serie di recenti provvedimenti. Strumento e fine di questi ultimi è, da un lato, la “trasparenza”, volta a illuminare gli angoli bui di una burocrazia nelle cui pieghe possono annidarsi illegalità e malaffare; dall’altro, l’accountability, vale a dire la responsabilità di chi, gestendo la “res publica”, ai cittadini è tenuto a “rendere conto”. I risultati normativi, com’è stato qui esposto, non sembrano efficaci: perché il regolatore non riesce a emanciparsi da quella sorta di peccato originale che marchia ogni ambito pubblico, cioè da un’impostazione anche legislativamente burocratica, che finisce produrre opacità anche là dove vorrebbe far luce.
Ma la corruzione è problema molto grave anche nel settore privato. E se, di recente, qualcuno, ha parlato di una “evasione per sopravvivenza”, c’è chi parimenti ha rilevato l’esistenza di una corruzione motivata dalla “pressione per generare buone performance finanziarie” e, così, permanere sul mercato. E’ quanto emerge da una recente indagine, (qui riportata), la Fraud Survey 2013, svolta della Ernst & Young, una delle “big four” mondiali della revisione contabile, che ha intervistato 3.459 dipendenti (il 30% dirigenti e top manager) di imprese di 36 Paesi nel mondo, al fine di rilevare “la risposta delle aziende alle difficoltà derivanti dall’attuale contesto economico”. Detta indagine evidenzia la portata del fenomeno corruttivo, come percepito all’interno delle strutture imprenditoriali, dimostrando che, ove la crisi economica è più sentita, più diffusi sono comportamenti connotati da illegalità, al fine di produrre, nonostante la crisi, buoni risultati.