13
Set
2013

Costituzione: l’art.138 e la riforma della Bibbia

Prima e dopo l’approvazione dell’istituzione del Comitato per le riforme costituzionali abbiamo visto e letto di tutto. «Riforma piduista», «stupro della Costituzione», «colpo di mano», persino comitati di cittadini che scrivono lettere ai defunti: «caro Sandro Pertini, nei prossimi giorni ci sarà la fine dell’Italia: verrà cambiata la Carta Costituzionale». Antonio Padellaro, direttore del Fatto quotidiano, che ha lanciato la raccolta firme contro il ddl ha scritto: “di chi è la Costituzione della Repubblica? Prima di tutto di chi l’ha realizzata, proprio come fosse un grande monumento o un capolavoro dell’arte (non è stata forse definita “la più bella del mondo”?). I Costituenti l’hanno affidata al popolo italiano poiché a esso appartiene “la sovranità” che esercita “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. E poi Rodotà, Zagrebelsky, i parlamentari grillini col megafono sul tetto della Camera come si fa nelle occupazioni liceali. I sacerdoti della Bibbia laica difendono le tavole della legge che i Padri Costituenti hanno donato al proprio popolo, e in particolare si oppongono al tentativo di manomissione della «valvola di sicurezza» della Costituzione, cioè l’art.138.

In effetti il testo approvato alla Camera riduce i tempi (da 90 a 45 giorni) della doppia votazione di revisione, ma prevede un meccanismo di garanzia che nessuno dei protestatari ricorda: con la cosiddetta procedura in deroga all’art.138, le modifiche costituzionali verranno sottoposte a «referendum popolare – dice l’art.5 del ddl – anche qualora siano state approvate nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza dei due terzi». Sarà sufficiente  che ne facciano richiesta un quinto dei parlamentari, o cinquecentomila elettori, o cinque consigli regionali. In pratica la stessa procedura prevista dall’art.138, ma rafforzata: la possibilità del referendum viene prevista anche in dopo un voto a maggioranza qualificata. Si tratta quindi di un’ulteriore garanzia che impedirebbe al “Parlamento dei nominati” di modificare la Costituzione contro il volere popolare, anche se per assurdo le modifiche venissero approvate con un voto all’unanimità (in quel caso basterebbero le 500mila firme del Fatto per indire un referendum).

In pratica si è fatto e si sta facendo molto rumore per nulla, tanto più che il Parlamento non ha fatto niente di rivoluzionario, riprendendo quasi alla lettera la legge 1 del 97, quella che istituiva la Bicamerale durante il governo D’Alema. Tralasciando i feticisti della Costituzione, la posizione più paradossale è proprio quella di Grillo e del M5S che da un lato criticano la Costituzione per essere «la terza gamba della dittatura partitocratica» (e lanciano V-day per la Nuova Costituzione partecipativa) e dall’altro fanno le barricate contro una procedura che lascia l’ultima parola ai cittadini, proprio nello spirito referendario e partecipativo che è una delle bandiera del M5S.

Come ha giustamente ha giustamente sottolineato Giovanni Guzzetta (promotore del comitato Scegliamoci la Repubblica che invece auspica una riforma presidenziale), molte posizioni sono solo strumentali e «hanno come unica finalità  quella di gridare al complotto. È paradossale che si contesti la fretta quando sono cinquant’anni che si discute di una riforma che non arriva. Io mi preoccuperei più di manovre dilatorie e non di un tentativo che dia certezza sui tempi. La Costituzione fu approvata in un anno e mezzo, che è esattamente lo stesso tempo previsto nel ddl». A parte la demagogia e il populismo dei partiti (e fin qui nulla di nuovo), ciò che sorprende sono le barricate degli studiosi e dei giuristi che sovrappongono le convinzioni politiche al giudizio tecnico. Si può essere contrari alle modifiche costituzionali, ma non si grida al complotto. Non è in corso nessun attentato alla Costituzione che anzi, molto probabilmente, rimarrà uguale a sé stessa anche questa volta.

13
Set
2013

Il programma OMT della Banca Centrale Europea è illegittimo ed economicamente sbagliato

Come contributo al dibattito, pubblichiamo la traduzione di questo appello di 136 economisti tedeschi, in risposta all’appello promosso a sostegno delle Outright Monetary Transactions in vista del giudizio della corte di Karlsruhe.

Alcune settimane orsono un consistente numero di “economisti di professione” europei e americani (comprendente un piccolo numero di docenti universitari tedeschi) ha diffuso una difesa pubblica dell’acquisto diretto di titoli di Stato da parte della BCE (Outright Monetary Transactions). I firmatari di questo appello (136 docenti tedeschi di economia) ritengono che le argomentazioni avanzate dai sostenitori delle politiche di OMT non siano valide. Inoltre, siamo dell’opinione che tale acquisito di titoli da parte della BCE sia illegittimo.

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13
Set
2013

ILVA, in malora un pezzo di economia italiana. Politica imbelle e decreto Letta hanno le loro colpe

La notizia non è stata una sorpresa. Ma è scoppiata comunque come una bomba. L’ennesima, nella terremotatissima vicenda dell’ILVA di Taranto. Prima di riepilogare i fatti e il lungo braccio di ferro tra politica e magistratura sul caso ILVA, un’opinione secca. Succede quel che succede perché la politica italiana da vent’anni ha totalmente perso il bandolo di come intervenire sulle fattispecie penali e sui poteri ordinamentali della magistratura. Sappiamo tutti il perché. Ma la ferita che si è aperta negli anni sulle conseguenze di inchieste penali in materia di continuità d’impresa esiste solo in Italia. I magistrati assumono provvedimenti sulla base di una legislazione che moltiplica le fattispecie sulle quali i loro poteri cautelari sono molto estesi. E di volta in volta che se ne manifestano le conseguenze, la politica non riesce ad avere il senso della misura di dover correre ai ripari, perché significherebbe stare dalla parte dei “cattivi”. Succede anche nel caso ILVA. E così, nell’impotenza generale solcata da ondate di demagogia, si manda alla malora un pezzo intero e rilevante dell’economia italiana.
I fatti. Da oggi, il gruppo Riva ha messo in libertà circa 1.500 addetti che operano nelle 13 società riconducibili alla famiglia e oggetto del sequestro di beni e conti correnti per 916 milioni di euro operato tre giorni fa dalla Guardia di Finanza, nell’ambito dell’inchiesta tarantina per disastro ambientale. Cessano tutte le attività dell’azienda esterne al perimetro dell’ILVA, in tutta Italia. Chiudono gli stabilimenti di Verona, Caronno Pertusella (Varese), Lesegno (Cuneo), Malegno, Sellero, Cerveno (Brescia) e Annone Brianza (Lecco), chiudono i servizi energetici e i trasporti aziendali. Chiudono per il sequestro di 8,1 miliardi di cui quello di tre giorni fa era una tranche, sequestro disposto il 24 maggio scorso dalla magistratura tarantina, pari al valore del disastro ambientale stabilito dai periti della Procura. Un sequestro appunto compiuto dovunque le società del gruppo offrano la possibilità ai magistrati di eseguirlo, per liquidità, immobili o cespiti. Sequestrare i saldi attivi di conto corrente significa bloccare le attività bancarie, e noi non possiamo più pagarvi, dicono i Riva a dipendenti e sindacati. Giornali e politica lo prendono come un ricatto. Invece, è un fatto.
Ed eccoci tornati a 14 mesi fa, quando i primi interventi della magistratura rischiarono di provocare non la bonifica, ma la chiusura dell’ILVA a Taranto. Con la differenza che a insorgere adesso sono non solo i dipendenti senza lavoro disseminati in tutta Italia, ma anche la politica del Nord, con Flavio Tosi e il presidente del Piemonte Cota che immediatamente alzano la voce a difesa degli impianti. In un modo che anch’esso è peculiare dell’Italia, perché rivela che la politica e anche il Nord scoprono gli effetti negativi solo quando se li ritrovano in casa.
Per dare un giudizio su ciò che avviene, purtroppo bisogna fare un passo indietro. Era il 26 luglio 2012, quando Emilio e Nicola Riva e 6 dirigenti dell’ILVA di Taranto furono arrestati. A ottobre, il governo Monti e il ministro Clini rilasciarono una nuova e più accurata Autorizzazione Integrata Ambientale, perché le emissioni e le polveri a Taranto fossero messe in regola con opportuni investimenti. Era novembre, quanto i magistrati tarantini disposero altri arresti, per Fabio Riva e il direttore dell’acciaieria. A dicembre il governo Monti intervenne con un decreto ad hoc, convertito in legge e che per paradosso si chiama legge 231 del 2012. Come 231 è il numero decreto legislativo del 2001 che estende alle persone giuridiche, cioè alle imprese, le responsabilità per i reati commessi dalle persone fisiche che vi operano, cioè lo strumento principe con cui i magistrati operano in questa vicenda.
La legge 231 del 2012 venne chiamata “salva-Ilva”, perché nasceva proprio dalla necessità di non interrompere la continuità dell’acciaeria di Taranto, per effetto dei sequestri degli impianti disposti dai magistrati. Ma i magistrati la considerarono incostituzionale. E la Corte costituzionale invece la confermò, nell’aprile 2013. A maggio, contro il parere della Procura, il Riesame dissequestrò i semilavorati e le materie prime dell’acciaeria, garantendole l’operatività, sia pure ridotta a due soli altiforni perché altrove si lavora alla bonifica. Una settimana dopo, la Procura sequestra ad Adriano ed Emilio Riva 1,2 miliardi. Due giorni dopo, i magistrati dispongono il sequestro di ben 8,1 miliardi di euro, intervenendo su tutto il perimetro delle società controllate in Italia dalla holding, non sull’acciaeria di Taranto. Questa volta non intervengono con la 231, né quella del 2001 né tanto meno quella del 2012, ma si fanno forza dell’articolo 2359 del Codice vivile sul coordinamento e il controllo delle società. E nel frattempo il governo Letta interviene il 4 giugno scorso con un altro decreto, di segno opposto rispetto a quello del governo Monti. E’ un decreto del quale si è mormorato che lo stesso Quirinale, pressato dalla magistratura, avesse dato il benestare preventivo, per un “cambio di segno” rispetto agli interventi del governo Monti e del ministro Clini, considerati troppo “filo-azienda”. Un decreto che fa stato del nuovo sequestro di 8,1 miliardi ai Riva disposto dai magistrati, e stabilisce norme di commissariamento per tutte le eventuali imprese sopra i 200 dipendenti la cui attività produttiva comporti pericoli per ambiente e salute. Il commissariamento pubblico potrà così sostituirsi agli organi di amministrazione, con contestuale sospensione dell’assemblea dei soci. E assumere su di sé, tramite un commissario, tutti i poteri e le funzioni per un massimo di ben 3 anni, senza rispondere di eventuali diseconomie a meno che non abbia agito con dolo o colpa grave. E’ sulla base di questo decreto, che conferma ed estende in maniera inusitata la sospensione dei diritti di proprietà, che il ministro Zanonato parla ora di commissariamento complessivo non più solo di Taranto – dove nel frattempo anche i nuovi manager espressi dai Riva sono stati travolti e arrestati anch’essi – ma dell’intero gruppo Riva in Italia.
Lo so che tirare le fila di tutta questa vicenda è lungo. Ma dà l’idea del punto essenziale. L’Italia è l’unico Paese avanzato ad avere forti problemi ambientali per impianti siderurgici ed energetici di vecchio tipo? No, basta conoscere la realtà di nazioni come Germania e Polonia per sapere che non è vero. Eppure, è l’unico paese avanzato in cui l’ordinamento consente che, per misure cautelari disposte dalla magistratura cioè fuori dal contraddittorio,venga profondamente intaccata la continuità aziendale, fino a farla cessare se si dispone il sequestro di liquidità e conti bancari.
Qui non si tratta di difendere i Riva, o di sottovalutare responsabilità gravi e gravissime loro contestate, che devono essere giudicate in Tribunale sul rispetto delle normative ambientali, e sulla corruzione delle stesse autorità pubbliche locali chiamate a farle rispettare. Si tratta di assumere un elementare principio di buon senso: scrivere norme precise e chiare, che separino le responsabilità penali personali, le integrino con le responsabilità delle aziende a integrare gli investimenti e a procedere alle bonifiche, rispetto invece alla messa a morte delle stesse imprese, alla perdita di lavoro, reddito e crescita.
Il gruppo Riva era il secondo europeo e l’undicesimo al mondo negli acciai, l’intera manifattura italiana se ne serviva. Dopo 14 mesi di braccio di ferro tra magistratura e politica, con quest’ultima incapace di scrivere norme diverse da quelle che “obbligano” i magistrati a colpire dovunque la legge lo consenta, siamo riusciti a mettere in ginocchio non solo il gruppo Riva e chi ci lavora, ma ad aggravare l’ntera crisi dell’acciaio italiano nel mondo, come giustamente protesta il presidente di Federacciai, Gozzi. E come se ce ne fosse bisogno, in un paese che è già in ginocchio di suo.
E tutto questo perché la politica, alla sola idea dell’impopolarità rispetto alle conseguenze dell’inquinamento tarantino su salute e sicurezza, dimentica che era lo Stato ad aver realizzato l’impianto così e ad averlo portato a fallimento. E preferisce non sfidare la protesta di chi vorrebbe, impossibilmente, che le aziende continuino a produrre nello stesso frattempo in cui vengono messe in ginocchio.
E’ una politica così, a portare a fondo l’Italia.

10
Set
2013

Cinque buone ragioni per cui la Spagna ci ha riagguantato sullo spread

Nel novembre 2011, quando l’Italia giunse a un passo dal baratro e lo spread sui titoli pubblici decennali tedeschi superò quota 580 punti base, il rischio sovrano italiano era prezzato dai mercati assai peggio di quello spagnolo. Poi, nel 2012, l’eurocrisi venne raffreddata complessivamente dalla BCE di Mario Draghi, a gennaio con le aste LTRO e a fine luglio con le OMT, lo scudo che finora non è mai stato utilizzato ma eccome se ha funzionato. Nella discesa generale degli spread, l’Italia riuscì a superare nel ribasso la Spagna, fino a quasi 100 punti base di inferiore rendimento nel decennale.

Ma in questo 2013 siamo tornati indietro. I titoli italiani hanno incassato un nuovo peggioramento di circa 80 punti base, mentre la Spagna ha sostanzialmente tenuto. Ed ecco che da agosto, quando la condanna di Silvio Berlusconi ha iniziato a profilare nuove minacce di crisi ed elezioni in Italia, il rendimento sui titoli pubblici biennali italiani ha cominciato a superare quello dei pari durata spagnoli. In questi giorni, anche sul decennale lo spread italiano si è allineato a quello iberico, intorno a quota 260 punti rispetto al Bund germanico.

Che cosa davvero spiega questo andamento peggiore dell’Italia, se la Spagna ha visto esplodere nella crisi bombe assai peggiori delle nostre, praticamente la sua intera economia fondata su una gigantesca bolla immobiliare – favorita dai bassi d’interesse praticati nei primi otto anni dell’euro- che si è riverberata in un’enorme crisi bancaria, con pressoché un terzo del credito spagnolo in condizioni fallimentari?

Richiamiamo qualche numero. Se guardiamo agli aiuti europei, la Spagna ne ha avuto bisogno più di noi: 100 miliardi per i salvataggi bancari via ESM, e 44 miliardi di titoli pubblici comprati dalla BCE entro fine 2012. L’Italia ha avuto zero euro per le sue banche – nessun fallimento, a parte il caso Mps che vi si avvicina – e 99 miliardi di propri titoli comprati dalla BCE. Noi abbiamo un debito pubblico assai più rilevante, al 130% del Pil, ma quello spagnolo è arrivato al 92% dal 36,3% a cui stava nel 2007, prima della crisi. E ancor oggi la Spagna chiuderà l’anno con un deficit che sfiora il 7% del Pil – con il via libera di Bruxelles a slittare di 2 anni per il rientro sotto quota 3%, rispetto al 2015 – perché ai deficit accumulati per salvare le banche si sono aggiunti quelli per gli enormi sfondamenti delle Regioni autonome, mentre noi siamo appena usciti dalla procedura d’infrazione europea.

Il sistema bancario spagnolo sta ancora a tocchi, le sofferenze lorde – depurate degli asset illiquidi conferiti alla grande bad bank creata con il salvataggi europeo – sono all’11,2% degli impieghi, rispetto al 7,2% italiano, che pure è una cifra elevata e che continua a crescere del 22% su base annua. I prezzi immobiliari spagnoli sono scesi dl 37% dal 2007, con milioni di spagnoli depauperati e sfrattati, una caduta più che tripla rispetto a quella italiana. Se infine consideriamo il PIL, la Spagna ha perso meno dell’Italia nel 2012 – -1,4% – e perderà anche quest’anno meno del nostro 2%, perché già nel secondo trimestre 2013 la caduta spagnola si è fermata al -0,1%, rispetto al -0,2% italiano. Ma la disoccupazione spagnola, rispetto alla nostra che supera di poco un ragguardevole 12%, è quasi al 27%. Anche se da luglio la situazione ha inziato lentamente a migliorare.

Perché dunque il rischio sovrano spagnolo ha riguadagnato tante posizioni su quello italiano? Le ragioni sono essenzialmente cinque.

La prima equivale – al contrario – alla causa della nuova caduta italiana: la Spagna è politicamente assai più stabile. Il premier Mariano Rajoy, moderato-conservatore del PPE, è in carica da dicembre 2011 e terminerà il mandato a fine 2015, reggendo persino agli scandali di finanziamento occulto del suo partito rivelati dall’ex tesoriere. Ha perso tantisismo nei sondaggi, da oltre il 40% a poco più del 25%, ma non per questo i socialisti lo superano, e due altre formazioni sono salite oltre il 12-15%. Pur con tutti questi guai, ai mercati la stabilità di Rajoy piace molto più di un bis di elezioni italiane col Porcellum, che nessuno a ragione crede garantirebbe un governo stabile e riformatore.

La seconda ragione ha a che vedere con le politiche di consolidamento e le riforme applicate dalla Spagna. Anche Madrid ha alzato le tasse sulla casa come le imposte indirette, ma la riforma del mercato del lavoro è stata incisiva, come i tagli al settore pubblico. A inizio d’anno, nel nuovo pacchetto pro-crescita, la Spagna ha fatto scelte opposte a quelle della riforma Fornero: favorire i contratti part time per i dipendenti con meno di 30 anni, con una riduzione del 75% degli oneri sociali per le imprese con più di 250 dipendenti e del 100% per quelle più piccole. Sono stati messi in pagamento 32 miliardi di debito commerciale dovuti dalla PA alle imprese, praticamente l’intero ammontare, come se noi in Italia avessimo pagato 100 miliardi alle aziende entro il 2013. E’ stata introdotta per le piccole imprese e artigiani l’IVA per cassa.

La terza ragione è l’effetto che tutto questo ha avuto su una voce essenziale dello sbilancio estero del paese. Quello della bilancia dei pagamenti: il riequilibrio del deficit cumulato di parte corrente rispetto all’export spagnolo è passato da oltre il 300% alla metà in soli 3 anni, con un export che tira benissimo e che ridurrà nel prossimo quinquennio il rapporto verso quota 50% che è quella attuale dell’Italia.

La quarta ragione ha a che vedere con un altro indicatore “feroce” di competitività, l’andamento del CLUP, il costo del lavoro per unità di prodotto: la Spagna rispetto al 2005 l’ha abbassato del 6%, noi continuiamo in Italia a vederlo aumentare tra il 2 e il 3% annuo.

Infine, quinta ragione, pur con un’economia più piccola della nostra e colpita in profondità, la Spagna gode di un numero di grandi imprese percentualmente maggiore delle nostre. I 15 grandi gruppi spagnoli come fatturato valgono il 35% del Pil e il 70% della capitalizzazione della Boprsa, danno lavoro a 1,7 milioni di spagnoli. Acciona, Acs, Banco Santander, Bbva, El corte ingles, Ferrovial, Grupo Planeta, Iberdrola, Inditex, La Caixa, Mango, Mapfre, Mercadona, Repsol, Telefonica, Zara, sono protagonisti dei mercati globali, in molti settori in posizioni più avanzate delle nostre.

Non è dunque un cattivo scherzo del destino, se i titoli pubblici italiani hanno perso posizioni su quelli spagnoli. Stabilità, riforme, competitività, costo del lavoro, imprese, sono ragioni solide. Classi dirigenti serie, nel nostro Paese, dovrebbero sapere a memoria tutti questi dati. E guardarsi bene, di conseguenza, dal rimettersi a giocare irresponsabilmente la carta di nuove elezioni a pochi mesi dalle precedenti.

9
Set
2013

Ronald Coase, diritto di proprietà e tutela dell’ambiente

Uno dei tanti meriti di Ronald Coase è quello di aver dimostrato come si possa ricorrere ad un approccio di mercato, fondato sui diritti di proprietà, per offrire una soluzione efficace alla tutela dell’ambiente.

Prima della pubblicazione dell’articolo The Problem of Social Cost, a firma di Ronald Coase, nell’ottobre 1960, il tema delle esternalità negative di un’impresa era stato trattato applicando gli strumenti di analisi elaborati da Arthur Cecil Pigou, autore di The Economics of Welfare.

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9
Set
2013

Tre ragioni economiche per cui è meglio evitare avventurismi politici

Oggi si riunisce la giunta per le elezioni del Senato, all’ordine del giorno le conseguenze della pena comminata a Silvio Berlusconi per evasione fiscale sui diritti tv. Tutti sanno che non c’è alcun accordo su decadenza e incandidabilità, eventuale rinvio alla Corte costituzionale della legge Severino, natura stessa delle pene interdittive – se amministrative o penali – e conseguente possibilità o meno di applicazione dei limiti di retroattività delle norme in questione. Da oggi si apre dunque un nuovo accidentato sentiero di instabilità per l’Italia. La tenuta del governo Letta è a rischio, ed è stato sinora impossibile capire quanto Berlusconi sia convinto dei possibili frutti di uno scontro assoluto, e quanto invece di quelli di un atteggiamento ragionevole.

Ma di tutto questo valuterà e deciderà Berlusconi, insieme al Pdl. Sono scelte però che hanno una ricaduta che riguarda tutti. Ed è dunque necessario dare una risposta chiara a una domanda precisa. Perché considerare un bene degno di tutela, la prosecuzione dell’attuale governo?

Un conto è se a rispondere sono i soggetti politici presenti in Parlamento, ciascuno dei quali persegue il proprio legittimo interesse. Quel che è evidente è che se il Pdl aspetta le decisioni del suo fondatore, Grillo punta a capitalizzare in nuove elezioni a breve e anche con l’esecrato Porcellum la sua irriducibile alterità rispetto a Pdl e Pd. Mentre il Pd sta approdando faticosamente alla scelta di un nuovo leader, Renzi, ma a propria volta in ampie fasce del suo elettorato e dirigenza è convinto che prima finisce la formula di emergenza Pd-Pdl-Scelta civica, meglio è.

Altro conto è se alla domanda si tenta di rispondere guardando agli interessi generali. Ovviamente, anche nella valutazione degli interessi generali pesano eccome le idee e opinioni degli osservatori, visto che nessuno è depositario della verità. Ma cerchiamo comunque di fissare almeno tre ragioni di fondo, per le quali è meglio evitare una crisi al buio, forse una rielezione del Capo dello Stato, ed elezioni con una legge che comunque non garantirebbe governabilità, né scelta degli eletti da parte dei cittadini.

La prima ragione è europea e internazionale. Negli ultimi tre giorni, al Forum Ambrosetti a Cernobbio, è stato un coro univoco tra gli ospiti internazionali: l’Italia eviti di farsi altro male. Dall’ex governatore della BCE Trichet al grande storico di imperi e mercati Niall Ferguson, da Ian Bremmer specialista della valutazione del rischio come criterio principe non solo dei mercati ma della politica estera, al commissario europeo Almunia al presidente del Consiglio europeo Van Rompuy, tutti hanno considerato nuove elezioni italiane sul caso Berlusconi come una scelta che esporrebbe l’Italia a un rischio terribile. Quello di essere il maggior Paese avanzato a frenare l’intera crescita mondiale, ora che l’Ue in quanto tale è uscita dalla crescita negativa.

Siamo usciti da pochissimo dallo status di sorvegliati speciali, perché eravamo soggetti alla procedura d’infrazione europea per il nostro deficit pubblico. Andare a nuove elezioni ci esporrebbe a risforare il 3% di PIl come deficit nel 2014. E, soprattutto, impedirebbe alla presidenza di turno italiana dell’Unione, che scatta dopo quella greca dal primo luglio 2014, di avere un qualsivoglia credibile programma di reindirizzo dell’Europa verso metriche diverse rispetto a quelle del fiscal compact, metriche su cui misurare investimenti e bilancia dei pagamenti oltre a deficit e debito pubblico.

Tornare a calcare il cappello del somaro per l’Italia è una conseguenza internazionale ed europea oggettiva e certa, in caso di elezioni. Figuriamoci poi in un quadro in cui la vicenda della Siria porta al diapason tutte le contraddizioni della politica americana in Medio Oriente, e mentre abbiamo i nostri soldati schierati sul confine tra Libano e Israele, cioè tra Hezbollah filoiraniani e l’obiettivo di ogni possibile ritorsione fondamentalista.

La seconda ragione è economica, e coincide con l’impatto per noi tutti lavoratori e contribuenti italiani degli effetti se il governo cade. Anche qui vale il criterio delle conseguenze oggettive, comunque la pensiate di ciò che il governo avrebbe dovuto potuto fare e non ha fatto, o di come ha fatto ciò che ha fatto.

Cento punti di spread in più sui titoli decennali tedeschi, per i mesi necessari a scioglimento, campagna elettorale e nuovo governo, significano un punto di Pil in più – circa 15 miliardi – di interessi da pagare sul debito pubblico italiano nel triennio successivo. Facile immaginare  che cosa capiterebbe alla legge di stabilità, da presentare entro il 15 ottobre e che va poi sottoposta  all’esame di Bruxelles entro novembre e approvata entro fine dicembre. Per l’IMU, cadrebbe la copertura della seconda rata sulla prima casa, che va disposta entro il 15 ottobre in concomitanza con la Legge di stabilità. Né ci sarebbero i termini per definire la nuova Service Tax sugli immobili per il 2014, attualmente avviata a essere un pasticcio immondo che va evitato con norme precise. L’aumento dell’IVA al 22% dal primo ottobre tornerebbe a scattare. Metà delle banche italiane quotate rischiano di vedere i loro titoli scendere sotto il livello “spazzatura”, in caso di inevitabile downgrading del rating del debito pubblico italiano. I tassi sui mutui tornerebbero a salire, la restrizione di credito per famiglie e imprese – già dura – si prolungherebbe invece di attenuarsi. Salterebbe l’ultima rata di finanziamento della CIG entro fine anno, e l’ulteriore garanzia a nuove coorti di esodati. Salterebbe il Patto per la salute appena avviato tra Stato e Regioni. E fermiamoci qui, perché l’elenco è molto più lungo.

La terza ragione investe non ciò che il governo ha fatto finora, ma ciò che ha promesso di fare nei prossimi mesi. Entriamo nell’opinabile, ma è anche vero che si tratta proprio di ciò che è più necessario, per rilanciare la crescita di un Paese che resta fanalino di coda ora che l’Europa si riprende, e persino il Portogallo nell’ultimo trimestre è tornato a un più 1,1% di Pil.

Impugnare le forbici davvero sulla spesa pubblica – ieri Saccomanni ha promesso un cambio di marcia sulla spending review, ma purtroppo ha riparlato di un commissario e di una task force ad hoc, mentre i tagli dopo anni vanno fatti e non più studiati – abbattere imposte sul lavoro e impresa cominciando da Irap e cuneo fiscale – parola di Letta, a Cernobbio – effettuare dismissioni pubbliche di mattoni di Stato e innumerevoli utilities locali, estendere il tentativo di abolire le province a una rivisitazione vera e profonda del Titolo V della Costituzione nelle competenze di impatto finanziario ed economico. Sono solo quattro dei più pesanti esempi, di ciò che si attendeva da un governo Letta più coraggiosamente proteso a orizzonti riformisti di lungo periodo, e meno condizionato dalle pesanti eredità della campagna elettorale.

Nessuno può davvero sapere, se la svolta di energia che il governo promette verrà davvero. Letta si sforza di promuoverla, ed è anche per questo che ha lanciato la palla della candidatura italiana alle Olimpiadi 2024, altra proposta della quale chi qui scrive pensa che sia una fuga in avanti rischiosa, in un paese tanto indietro su centinaia di opere infrastrutturali necessarie, e che allo stato attuale ancora non ha speso per proprie incapacità istituzionali il 60% dei fondi strutturali europei che ci erano attribuiti negli anni 2007-2013.

Ogni scetticismo è dovuto. Ma nelle condizioni in cui Italia e italiani si trovano, una cosa è sicura. Meglio rischiare nuove delusioni sul bene e sull’ottimo che forse non verrà, rispetto al male di altri nuovi colpi ai nostri redditi e portafogli, effetto certo di un ritorno all’avventurismo politico.

8
Set
2013

Omaggio a Ronald Coase, lettore di Adam Smith

Sebbene si schermisse dicendo di aver “conosciuto alcuni grandi economisti, ma non mi sono mai considerato uno di loro”, Ronald Coase è stato fra i massimi scienziati sociali del secolo passato. Coase è ricordato (ed è stato insignito del Premio Nobel), per due saggi, “La natura dell’impresa” (PDF) e “Il problema del costo sociale” (PDF) (trovate la traduzione italiana di entrambi in questa antologia) . LeoniBlog sta ospitando una serie di contributi (Carlo Stagnaro, Francesco Forte intervistato da Lucia Quaglino, Serena Sileoni e Massimiliano Trovato) che rendono bene l’idea sia dell’importanza di questi due lavori, sia di come la produzione di Coase sia stata ben più vasta.

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6
Set
2013

Omaggio a Ronald Coase, per la privatizzazione dello spettro

La ricerca di Ronald Coase – straordinariamente duratura e influente – può essere descritta come una perlustrazione dei confini del mercato: prima ristretti con “The Theory of the Firm” (1937), in cui l’economista britannico diede ragione dell’esistenza delle imprese, isole di pianificazione in un mare di spontanee relazioni commerciali orientate dal sistema dei prezzi; poi ampliati – rivoluzionando l’interpretazione di alcuni dei cosiddetti fallimenti del mercato – con “The Lighthouse in Economics” (1974), che incrinò il mito dei beni pubblici, e ancor più con “The Problem of Social Cost” (1960), che superò quarant’anni di letteratura sulle esternalità.

Proprio a questo secondo filone va ascritto “The Federal Communications Commission” (1959), un articolo sovente trascurato, ma che già conteneva in nuce la tesi del seminale contributo che Coase avrebbe pubblicato l’anno seguente. Prendendo le mosse da un’accurata ricostruzione storiografica, l’autore evidenziava il considerevole margine di discrezionalità che la FCC esercitava nell’assegnare le licenze di cui ogni operatore radiofonico (e poi televisivo) doveva munirsi per ottenere le indispensabili risorse frequenziali. La desiderabilità di tale soluzione, che confliggeva con il principio della libertà d’espressione incarnato dal Primo Emendamento, era affermata con due distinti argomenti: da un lato, la necessità di evitare interferenze tra trasmissioni attigue; dall’altro, quella di regolare l’accesso a un bene scarso come lo spettro elettromagnetico.

A tali argomenti Coase oppose un’idea eretica per lo stato della disciplina, ma che egli stesso considerava solo apparentemente innovativa (“novel with Adam Smith”): quella di assegnare al miglior offerente un diritto di proprietà chiaramente definito su una data porzione di spettro. Quanto alla scarsità, essa è  (in senso assoluto) condizione comune alla totalità dei beni economici, ed è (in senso relativo) funzione della tecnolologia disponibile: alla luce di entrambe le caratteristiche, i meccanismi di mercato sono meglio equipaggiati di quelli amministrativi per garantire un utilizzo efficiente.

Quite apart from the misallocations which are the result of political pressures, an administrative agency which attempts to perform this function normally carried out by the pricing mechanism operates under two handicaps. First of all, it lacks the precise monetary measure of benefit and cost provides by the market. Second, it cannot, by the nature of things, be in possession of all the relevant information possessed by the managers of every business which uses or might use radio frequencies, to say nothing of the preferences of consumers for the various goods and services in the production of which radio frequencies could be used. (p. 18)

Venendo alle interferenze, Coase conclude che – una volta che i diritti dei titolari delle frequenze siano precisamente definiti – saranno poi le transazioni di mercato, senza la necessità di un preliminare intervento pubblico, a risolvere i conflitti e ottimizzare l’utilizzo dello spettro. Si tratta di un caso particolare del tema più generale di “The Problem of Social Cost”: con il caveat che, in questo caso, la natura almeno in parte reciproca di tutte le “esternalità” è più evidentemente percepita.

Coase pubblicò il suo articolo nel neonato Journal of Law and Economics, e fu proprio il circolo che – all’University di Chicago – si raccoglieva intorno a quella rivista a testarne duramente i risultati: la conclusione (la convergenza verso gli utilizzi più efficienti in presenza di diritti di proprietà bene definiti, ma a prescindere dalla loro allocazione) fu l’oggetto di una cena ospitata da Aaron Director e a cui parteciparono – tra gli altri – Milton Friedman e George Stigler, che ne parla nelle sue memorie. Quello che all’antipasto era un verdetto di venti a uno contro Coase, si trasformò entro il dessert in un unanime verdetto a favore. Quella sera, Director suggerì a Coase che il punto da lui sollevato meritava una specifica trattazione, il cui risultato apparve – appunto – nel 1960. Quattro anni dopo, Coase si sarebbe trasferito a Chicago – sia pure presso la Law School.

L’influenza diretta dell’articolo del 1959 fu, invece, meno immediata. Solo negli anni ’90 la FCC e gli analoghi regolatori di altri paesi cominciarono a mettere all’asta i diritti d’uso delle frequenze, mantenendone – nella maggior parte dei casi – la proprietà e spesso limitandone la circolazione; ancor oggi, la classe politica pare più interessata alle connesse opportunità di gettito che non al ritorno d’efficienza che solo da una netta demarcazione dei diritti di proprietà può discendere. Da questo punto di vista, l’approccio dell’economista inglese alla gestione dello spettro non ha ancora trovato una completa implementazione.

A ben vedere, esso si potrebbe persino criticare “da destra”, contestando l’idea stessa che  lo stato possieda lo spettro e sia dunque legittimato ad alienarlo; mentre una coerente logica di mercato sottoporrebbe le frequenze, come ogni altro bene, a un regime di appropriabilità originaria, secondo lo schema lockeano. Tuttavia, una simile riflessione – oltre ad avere scarsa utilità pratica – mancherebbe l’obiettivo: il cuore dell’argomento di Coase è l’applicabilità di principi economici (prezzi e circolazione) alla gestione delle frequenze, un’idea che ben pochi – almeno tra gli accademici – osano oggi mettere in dubbio.