3
Ott
2013

La crisi e l’impossibilità del keynesiano liberale

Ritorno sul tema della crisi, e delle politiche per uscirne, a breve distanza da un precedente post (“Sono i 70 mld. di Pil in meno che fanno sforare i conti pubblici”) che ha suscitato un certo interesse ed anche interpretazioni discordanti. In esso, in grande sintesi, criticavo gli esiti del rigore fiscale applicato in Italia nell’ultimo triennio: una manovra di finanza pubblica da oltre 80 mld. e 5 punti di Pil, quella realizzata in tre ondate nella seconda metà del 2011, avrebbe dovuto sostanzialmente azzerare il disavanzo in rapporto al Pil mettendo in sicurezza i conti pubblici. Read More

1
Ott
2013

In (Destinazione) Italia la cultura è un’impresa.

Il patrimonio culturale italiano è valore riconosciuto, nonché elemento di attrattività indiscusso e, dati i tempi, che su tali profili si sia tutti concordi è già di per sé un successo. Invece, possono avanzarsi dubbi in ordine alle modalità in cui “Destinazione Italia” si propone di far leva su detto patrimonio per richiamare investimenti esteri idonei ad apportare risorse utili ai fini della crescita economica e occupazionale del Paese.

 

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30
Set
2013

Sui mercati il bastone punirà la follia. Ma serve più di un governicchio coi transfughi. Modesta proposta che forse resterà fantasia.

In poche ore, ieri, a Silvio Berlusconi e alla sua cerchia ristretta di consiglieri all’arma bianca è apparso chiaro cioò che forse avevano sottovalutato, nel reciproco darsi coraggio per aprire questa illogicissima crisi. E’ bastata una rapida sfogliata alla stampa internazionale, ieri mattina, perché la cerchia del ri-fondatore di Foza Italia scoprisse quale cifra di comprensione internazionale fosse destinata al diktat di ritirare i ministri Pdl dal governo Letta: ze-ro!
Dal Financial Times allo Spiegel a New York Times, i commenti erano unanimi: l’Italia politica è pazza, s’inventa un’altra crisi, che durerà mesi prima di un voto comunque destinato con l’attuale legge elettorale a non risolver nulla, proprio al primo appuntamento con le leggi di stabilità nazionali da sottoporre all’esame preventivo di Bruxelles.
Ecco perché, prima ancora che Enrico Letta salisse al Quirinale per concordare calendario e iniziative della crisi, Berlusconi già provava a correggere il tiro. Nessun passo indietro su crisi ed elezioni presto, diceva una sua nota, ma certo che Pdl voterebbe a favore di un decreto che abrogasse l’IVA senza alzar altre tasse, e di una legge di stabilita’ con il taglio al cuneo fiscale da tanto tempo atteso dalle imprese.
E’ stato un piccolo ma insieme rilevante segnale, di come forse gioverebbe a Berlusconi il contatto con ministri e dirigenti Pdl con qualche esperienza di mercati, invece che di tecniche e sostanze esplosive. La riapertura dei mercati finanziari, stamane, è ovviamenteuna rumba. Com’era purtroppo da attendersi, il differenziale italiano sui titoli pubblici decennali tedeschi si lascia alle spalle quello dei bonos spagnoli che già nelle settimane ultime avevamo agganciato, bruciando i 100 punti quasi di vantaggio accumulati grazie al governo Monti e all’avvio del governo Letta. Ed è da mettere in conto un prossimo abbassamento del giudizio sulla solvibilità pubblica italiana da parte delle agenzie di rating, il che significa altri interessi in più da pagare nelle prossime aste pubbliche (ammontano a circa una quarantina di miliardi di euro, le emissioni previste dal Tesoro entro fine anno).
Dopodiché l’effetto a catena non si ferma al settore pubblico. Perché un downgrading sovrano comporta a catena un abbassamento del rating per le banche italiane quotate, che hanno 400 miliardi di titoli pubblici in pancia. Con metà degli istituti di credito quotati attualmente a uno o due gradini dal perdere il giudizio di investment grade, significherebbe per loro ulteriori aumenti di costo della provvista di liquidità, e per imprese e famiglie una ulteriore restrizione di credito, oltre a quella già massiccia in corso.
Se pensiamo poi alle vicende in corso nei grandi gruppi italiani, incertezze e caos aumenterebbero – non bastasse la pulsione statalista avvampata in quest’ultima settimana – per il cambio di controllo ormai avviato a Telecom Italia, e in corso di discussione in Alitalia. Sarebbe ancor più esposta la terza banca italiana, MPS, chiamata da Bruxelles a restituire prima i Monti bonds, a rafforzare ulterormente il capitale, e a tagliare sportelli e compensi dei manager. Le controllate di Ansaldo, Bredia, Energia e Sts, perderebbero ancora una volta il treno della cessione annunciata da un anno e mezzo ai mercati: avete sicuramente visto infatti come ieri sera Enrico Letta abbia indicato per la prima volta la soluzione Fintecna-Cdp, accontentandop sindacati e Pd.
Se torniamo alla finanza pubblica, non solo l’aumento dell’IVA al 22% da domani, martedì, non è più rinviabile, ma la copertura dell’abrogazione della seconda rata dell’IMU prima casa è da considerare assai incerta, rispetto alle emergenze rappresentate dalla nuova rata di copertura entro fine anno degli ammortizzatori sociali ed esodati.
Quand’anche si scalasse in questo modo – traumatico, visto che su IVA e IMU la polemica del PDL salirebbe alle stelle – entro la soglia dei 10 miliardi la necessità di coperture sin qui previste intorno ai 15-16 miliardi per le misure urgenti entro fine anno e per la legge di stablità, la conclusione da trarne dovrebbe essere quella di sperare assolutamente in un governo di scopo, invece di elezioni subito. Un governo con voti raccolti in Parlamento, al solo doppo fine di modificare la legge elettorale, e di varare la legge di stabilità entro i parametri europei, senza sfidare l’avvento della troika commissariale -Ue, Bce e Fondo Monetario – la cui morsa sin qui l’Italia era riuscita ad evitare. E che a me personalmente inizia a sembrare quasi preferibile all’incapacità italiana di avviare riforme serie, viosto che aismao a due anni esatti dalla’arcifamosa lettera della BCE che travolse Tremonti-Berlusconi.
In ogni caso, prima delle urne, la legge di stabilità dovrebbe essere considerata una priorità essenziale per chiunque abbia a cuore l’Italia. Non si tratta infatti meramente di varare per il 2014 una finanziaria che ci faccia restare sotto il 3% di deficit, tanto per tener buona l’Europa. Occorre invece almeno un piccolo ma chiaro passo per invertire il segno della politica sin qui seguita. Ieri il professor Ugo Arrigo sul blog dell’Istituto Bruno Leoni ha rifatto i conti dell’ultimo biennio, dimostrando come lo sfondamento del deficit pubblico si deve al mix tutto-tasse sin qui seguito. Anche di fronte a una spesa primaria che scende – sia pur di un soffio- a quota 724 miliardi nel 2013, le entrate totali si fermano a 759 miliardi invece degli 806 previsti, e i 47 miliardi che mancano dipendono dai 70 miliardi di PIL andati in fumo nella recessione, con il 4,1% di crescita perduta tra 2012 e 2013
E’ per questo che servono tagli veri, a copertura di 8, 10 o meglio ancora 12 miliardi di meno IRAP e più detrazioni all’IRPEF dei redditi più bassi da lavoro. Una priorità che dovrebbe lasciare indietro ogni altra considerazione, di decadenza, leadership e aleatorie vittorie alle urne. Se solo prevalesse un minimo di ragionevolezza, invece di farci considerare dei paria agli occhi del mondo.
Un’ultima considerazione, questa volta tutta politica e da puro osservatore. L’occasione per la nascita di una forza liberaldemocratica non berlusconiana c’è tutta, questa volta. Non è più una rottura personale, come quella del 2010 tra Fini e Berlusconi. E’ sulla pretesa di esser sopra le leggi e sull’estremismo della cerchia a cui berlusconi dà retta, la rottura. un estremismo che taglia fuori Gianni Letta come l’intera cerchia delle ragionanti figure storiche alla testa delle aziende del Cavaliere, da Confalonieri e Doris. Tutte personalità che a Berlusconi hanno detto di evitare show down come quello in corso. Per evitare la nascita di un governicchio compra-transfughi al Senato, spetterebbe a Monti una scelta rapida: aprire le porte a tutti coloro che non si riconoscono più nella linea Berlusconi, mettersi alle spalle polemiche e rigidità personali, e negoziare con Pd e Quirinale un governo politico basato su legge di stabilità con intervento di svolta sul cuneo fiscale, riforma elettorale, e intestazione dei referendum radicali sulla giustizia. Certo, Berlusconi e i suoi sparerebbero a palla incatenate. Ma senza regalar troppo tempo al rodeo ammazza-dissidenti che inevitabilmente si scatenerebbe, si aprirebbe una partita per una forza post-berlusconiana capace di sfidare davvero il condannato nel suo campo. Fantasie, forse. Ma vent’anni dovrebbero pur aver insegnato qualcosa.

30
Set
2013

“Europa: sovranità dimezzata”, di Antonio Pilati

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Giacomo Lev Mannheimer.

Scovare il “sick man of Europe” è, da 5 anni, un obiettivo che – più o meno dichiaratamente – tormenta la classe politica del vecchio continente, persa nell’affannosa ricerca di un capro espiatorio a cui addebitare la profonda crisi politico-economica che l’ha colpito.
Questa ricerca, e più in generale l’atteggiamento dei Paesi membri dell’UE nei confronti delle enormi difficoltà che hanno dovuto affrontare in questi ultimi anni, è emblematica sotto due aspetti.
Il primo è, per così dire, sociologico: si tratta infatti di un atteggiamento che riflette perfettamente il comportamento medio di gruppi sociali non coesi e sfiduciati, così impegnati dall’addebitarsi colpe e responsabilità da rinunciare a collaborare per uscirne. Una sorta di antropomorfismo, questo, che ci ricorda ancora una volta come dietro agli oscuri meccanismi della politica ci siano pur sempre esseri umani, nel bene e nel male. Read More

27
Set
2013

Un paese formato Barilla?

Le parole di Guido Barilla sulla famiglia tradizionale e le coppie gay hanno destato una vasta discussione e addirittura un’iniziativa di boicottaggio delle sue produzioni. Le reazioni da parte della comunità omosessuale e di coloro che condividono la battaglia per l’equiparazione dei diritti sono comprensibili, anche se forse eccessive. Barilla può essere un paradigma del paese? Cosa direbbero un sindacalista, un industriale, un magistrato, un politico al posto suo?

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26
Set
2013

Sorpresa, nell’auto a guadagnare più di Usa e Asia è l’Europa. Naturalmente non noi, ma i tedeschi

Se guardiamo al grande salone di Francoforte con l’occhio italiano, probabilmente capiamo poco e ci sentiamo pesci fuor d’acqua. Concept cars come quelle presentate, da Audi Quattro,da Lexus, dai “cinesi” di Volvo con il coupé o la Opel Monza, il trionfo di auto ibride e iperconnesse che dominano negli oltre 70 tra nuovi modelli e restyling presentati al salone, sembrano lontani parsec più che annui luce dalla nostra sconfortante situazione nazionale. Eppure, a guardare la realtà per quella che è e non attraverso il filtro dello sconforto che grava sull’Italia, l’ottimismo e la vitalità respirati a Francofrte sono fondati. Eccome.
Diamo un’occhiata ai numeri, come sempre. E’ vero, le vendite in Europa anche nel 2014 non dovrebbero superare se non di pochissimo quota 12 milioni, rispetto ai 12,6 del 2012, e ai 16 milioni del pre-crisi. Anche gli osservatori più ottimisti, come IHS Automotive., non si spingono, nella ripresa a venire, oltre quota 14,8 milioni di unità vendute, ma nel 2020. Gli ultimi dati congiunturali vedono nei primi 7 mesi del 2013 le vendite in Ue scese di un ulteriore 5% sullo stesso periodo del 2012 e, a parte il boom britannico in corso per la solida ripresa, tutti stanno maluccio: dal -7% tedesco al -10% francese, al -12% dell’Irlanda, al -9% italiano.
Quel che negli ultimi mesi inizia a concretizzarsi è però una diversa velocità di uscita dalla crisi. Mentre in Italia anche agosto su luglio ha registrato un meno 2%, in Spagna e Portogallo il miglioramento è stato del 17%, in Grecia del 13%, in Irlanda addirittura del 163%.
Se esaminiamo i risultati delle case automobilistiche sul mercato europeo, in 7 mesi Volkswagen sta a 935mila unità vendute, Ford a 564mila, Opel 500mila. Poi, a scendere, in fila trovate Renault, Peugeot, Audi, Citroen, BMW e Mercedes prima di arrivare a Fiat, decima con 364mila unità. In testa alla lista nera dei brand che hanno perso di più, ancora una volta Alfa Romeo con il 32% di venduto in meno sul 2012, e dopo Lexus viene terza la Lancia, con- 24%.
Eppure, dopo questo bagno di realismo – anzi di umiltà, per i risultati di Fiat – sono ragionevolmente sicuro che molti di voi resteranno perplessi, nell’apprendere un dato. Io, almeno, l’ho controllato per bene, perché lì per lì mi sembrava eccessivo, viziato evidentemente come sono anch’io dai guai nostrani.
Un recente rapporto di Alix Partner ha rimesso in fila i profitti operativi nel mondo realizzati della case automobilistiche per macroarea di appartenenza, da metà degli anni Novanta ad oggi. Tra il 1995 e il ’99 eravamo ancora nella Golden Age dei grandi gruppi americani, con 71 miliardi di dollari di profitti cumulati rispetto ai 45 miliardi delle case europee, e ai 57 di quelle asiatiche. Tra il 2000 e il 2004 l’America inizia a piantarsi – i suoi profitti dell’auto scendono a 43 miliardi – e l’Asia decolla, toccando quota 133 miliardi. Mentre le case europee salgono anch’esse, ma a 67 miliardi. Nel 2005-09 avviene lo tsunami della crisi, che travolge l’America con 138 miliardi di perdite. Ma, sorpresa, in quegli anni le case europee guadagnano eccome: la bellezza di 99 miliardi di dollari. Mentre quelle asiatiche salgono ancora, a quota 136 miliardi di profitti.
Se poi guardiamo infine agli anni 2010-2012, ultima sorpresa: i produttori europei passano in testa, salgono a 116 miliardi di dollari di utili rispetto ai 100 miliardi dei produttori asiatici, e ai 46 delle case statunitensi, in recupero dopo il grande salvataggio con 80 miliardi di dollari decisi da Obama e messi dal contribuente americano. In altre parole., tra 2010 e 2012 le case europee hanno guadagnato nel mondo più di quanto avessero fatto nell’intero decennio 1995-2004.
Ecco, questi sono i dati finanziari che spiegano la forza, l’ottimismo e il profluvio di novità a tutti i livelli presentati e visti a Francoforte
Ovviamente e purtroppo per noi mentre bene per loro, l’86% dei megaprofitti nel mondo dei costruttori europei si concentra nei tre soli giganti tedeschi: VW, BMW, Mercedes. Tutti gli altri, sono semplicemente in diversi tratti di un percorso di razionalizzazione della produzione e di riposizionamento su segmenti e mercati, di ottimizzazione delle catene finanziarie e distributive. Erano troppo esposti su mercato europeo che si è più contratto, erano in ritardo sul dislocare produzione in Cina e investire nella distribuzione locale, non avevano una copertura di segmenti che dal più alto – dove si guadagnano più margini – garantisse negli anni risorse per investire. La forza nell’auto di tedeschi era e resta quella, triplice. Dovunque nel mondo, completi di gamma e soprattutto forti in quella alta, e mai saltare un ciclo di profitti reinvestiti.
Gli stabilimenti tedeschi sono sono interessati dalla sovraccapacità inutilizzata che continua a essere il problema irrisolto delle altre case europee -. americane comprese, visto che Ford in Europa ha perso 1,8 miliardi di dollari nel 2012 e altrettanti o poco meno me perderà in questo 2013, mentre GM è scesa a un ritmo di mezzo miliardo di perdite annue da 1,4 nel 2012. Solo 42 degli oltre 100 maggiori stabilimenti d’auto europei viaggiano oggi oltre il 45% di capacità utilizzata, mentre bisogna essere almeno oltre il 75% per guadagnare. Se consideriamo i 160 stabilimenti complessivi, 85 di essi sono sotto la quota del break even ,secondo IHS Automotive. Ed erano 74 nello stesso periodo dell’anno scorso, quindi la situazione sta ancora peggiorando. Per il ritardo profondamente radicato in Italia, Francia e altrove, nel comprendere che è meglio consentire alle case automobilistiche di razionalizzare al più presto impianti e processi produttivi, invece di credere che basta tenerli aperti coi sussidi pubblici perché tornino a guadagnare. E’ una sciocchezza, ma la politica e i sindacati credono che sia sciocco tornare a guadagnare più in fretta per investire, distinguendo il sostegno a chi perde lavoro nell’auto – sacrosanto – con la difesa di impianti che vanno semplicemente chiusi.
Nel frattempo, tifiamo ovviamente per il buon esisto dell’ascesa di Fiat in Chrysler. Ma di qui a credere che Alfa Romeo tornerà addirittura oltre quota 300 mila unità vendute entro il 2016, è altro paio di maniche.

25
Set
2013

Telecom Italia: la privatizzazione dimezzata

La vicenda Telecom-Telefónica domanda diverse chiavi di lettura. Un primo e più generale livello, attinente alle lezioni per il nostro sistema economico nel suo complesso, è stato analizzato magistralmente da Oscar Giannino: non siamo di fronte a una sconfitta del mercato, ma piuttosto alla sconfessione di quel peculiare modello di capitalismo di posizione e di relazione che ha trovato in Italia il suo habitat naturale.

Un secondo interrogativo – sul quale molti degli osservatori hanno concentrato la propria attenzione – riguarda le prospettive industriali del controllo spagnolo. Le preoccupazioni sulle sinergie e sulla capacità d’investimento che Madrid potrà (o vorrà) mettere in campo sono legittime: a patto di confrontarle non con un’inesistente figura di operatore benevolo e in salute bensì con la concreta esperienza della Telecom di sistema, espressione di un desiderio di controllo più che di un’idea di sviluppo del mercato delle telecomunicazioni.

Il che ci porta a una terza questione: il dibattito stucchevole e un po’ peloso sulla nazionalità delle aziende. Fa sorridere che – proprio in un settore come quello delle tlc, che ha sperimentato per anni i benefici degli investimenti esteri – trovi trazione la demagogia sul passaporto delle imprese, depositaria di un duplice equivoco: da un lato, l’idea che lo straniero miri a depredare il nostro tessuto produttivo e non, più banalmente, a diventarne parte e in qualche misura sfruttarlo per fare profitto; dall’altro, la credenza mistica che il controllo italiano automaticamente allinei la strategia dell’azienda all’interesse nazionale, qualsiasi cosa tale espressione significhi.

Quarto: in questo senso, la favola dell’italianità si rivela per quello che è: una patente di contiguità al potere: meglio l’italiano dello spagnolo – ma meglio lo spagnolo di messicani e americani – perché più vicino al palazzo, e più influenzabile dalle sue direttive. L’abdicazione degli investitori nazionali in Telco si può leggere, allora, come la conclusione di un processo di privatizzazione sostanzialmente incompiuto, una lunga stagione in cui numerosi e variegati strumenti – il “nocciolo duro”, la golden share, l’immoral suasion, le minacce di ripercussioni regolamentari, le promesse di rinazionalizzazione – hanno preservato il legame tra l’azienda e la politica, talora oltre il dato formale della sua natura privata e sempre oltre il livello di guardia dell’ingerenza pubblica.

Infine, è auspicabile che il passaggio di mano di Telecom possa contribuire all’igiene del dibattito e alla salubrità del contesto competitivo: politica e opinione pubblica dovranno smettere una volta per tutte di trattare come cosa loro un’azienda privatizzata da oltre quindici anni e, per altro verso, interventi regolamentari e para-regolamentari (si pensi al paventato ruolo della Cassa depositi e prestiti) si potranno valutare nel merito, senza alcuna logica di squadra e senza alcuna esigenza di tutela del campione nazionale. Nulla impedisce che Telecom Italia dimostri sul mercato di essere ancora un campione, ma certamente non sarà più nazionale.

@masstrovato