3
Apr
2014

Quel proiettile d’argento che non c’è

In un articolo recente su la stampa, Luca Ricolfi, spiega in modo chiaro perché tagliare la spesa pubblica lasciando invariato il livello dei servizi, seppure teoricamente possibile, risulta impraticabile nel breve periodo e presenta inoltre criticità rilevanti anche nel medio.

L’impossibilità di un’azione immediata, deriva dalla mancanza di informazioni e studi sufficientemente approfonditi sulle pratiche migliori (quei casi in cui si riesce ad ottenere risultati superiori o analoghi alla media a costi inferiori) e piani di intervento sufficientemente dettagliati per intervenire sulle pratiche peggiori al fine di adeguarle. In sintesi sappiamo che, in aggregato, è possibile risparmiare (e anche molto, nell’articolo si parla di 100 miliardi) senza incidere sulla quantità e qualità del servizio, ma occorrono anni per individuare le misure specifiche per l’implementazione concreta.

Nel medio termine, quand’anche si riuscisse finalmente a superare questi ostacoli, occorre poi che

ci sia qualcuno che abbia sia la competenza sia il potere per riorganizzare il servizio, e non solo per imporre tagli di spesa. Oggi non esiste praticamente alcun servizio erogato dalla Pubblica amministrazione in cui un dirigente informato e motivato abbia un effettivo potere di riorganizzazione. E questo per la semplice ragione che chiunque provi a mettere le mani davvero su mansioni, orari di lavoro, trasferimenti, ruoli e gerarchie, invariabilmente incontra la più o meno sorda resistenza di tutti, dai sindacati che preferiscono tutelare i propri iscritti piuttosto che difendere gli utenti, ai singoli lavoratori che non esitano a ricorrere alla magistratura pur di evitare qualsiasi decisione che non gradiscono

La scomoda verità illustrata da Ricolfi, dunque, consiste nel fatto che, posto che dei tagli urgenti alla spesa saranno pressoché obbligati dai vincoli di bilancio esistente (pressione fiscale già a livelli record e crescita economica anemica nella più rosea delle ipotesi) essi si tradurranno in un peggioramento della qualità e in una riduzione nella qualità dei servizi ricevuti dai cittadini.

Questo vuol dire che non solo dovremo pagare il conto del malgoverno del passato, più preoccupato del consenso immediato, che non della sostenibilità nel tempo delle proprie politiche, ma che questo conto sarà anche più salato del dovuto, perché chi si appresta a governare (o si candida per farlo in alternativa) non si è preoccupato di elaborare piani di azione sufficientemente dettagliati.

A ben guardare, tuttavia, il discorso fatto per la troppa spesa cattiva e sulle difficoltà nel ridurla senza intaccare quella buona, è solo un caso particolare di carattere più generale del declino del nostro paese: non solo non esiste un proiettile d’argento che possa risolvere in breve tempo i nostri problemi, ma anche i sacrifici che saremo costretti a fare nei prossimi anni, se non indirizzati nella direzione giusta, non riusciranno a migliorare le sorti del nostro paese.

Prendiamo ad esempio la disoccupazione elevata, soprattutto tra i giovani (anche se è opportuno fare attenzione alle cifre e alle esternazioni), il dibattito politico, ovviamente polarizzato ideologicamente si è incentrato su questioni di natura contrattuale (art. 18, contratto unico etc) come se bastasse rendere più facili i licenziamenti per risolvere i problemi e come se questo non fosse largamente inaccettabile senza radicali interventi sulla rete di protezione per chi rimane senza lavoro. Insomma, a seguire il dibattito su questi temi, sembra che un contratto nuovo o una sforbiciata allo statuto dei lavoratori possa garantirci le “magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria. Eppure bastano poche semplici considerazioni per rendersi conto che la soluzione non solo non è così semplice, ma non può essere neanche rapida.

L’assunzione di un nuovo dipendente è, per il datore di lavoro, un investimento di lungo termine. Per rendere quest’operazione attraente, è sicuramente importante che l’eventuale “disinvestimento” possa avvenire con modalità, costi e rischi, conoscibili in anticipo, ma si tratta solo di una delle molteplici condizioni necessarie e singolarmente, non sufficienti. Perché sia conveniente investire in capitale umano, occorre anche, ad esempio, che gli individui disposti a lavorare possiedano le competenze tecniche (e non solo) richieste per le posizioni aperte: se al momento occorrono ingegneri e matematici, non c’è contratto che possa rendere appetibili gli archeologi o i linguisti alla ricerca di impiego. Questo non vuol dire necessariamente stigmatizzare le cosiddette lauree inutili, quanto piuttosto sottolineare la necessità di aggiornare e sviluppare le proprie competenze per aumentare la propria “impiegabilità”. Per rimanere sugli archeologi e i linguisti, a partirà di formazione di partenza, saranno più impiegabili coloro che riescono ad esempio a girare documentari multimediali, a scrivere nel formato adatto per un blog o a collaborare con team di lavoro in conference call, rispetto a chi aspetta pazientemente l’ennesimo concorso pubblico ritenendo superfluo anche imparare a scrivere un’email in inglese.

Ancora, come per qualsiasi altro investimento, rileva quanta parte del valore aggiuntivo prodotto dal nuovo assunto viene assorbita dai costi della burocrazia e dal fisco e quale impatto su di esso possono avere le condizioni generali del paese, in primis la crescita economica e del costo opportunità delle alternative, ossia di quanto è agevole spostare in una nazione più accogliente la produzione (e la nazione più accogliente non è necessariamente la Cina cattiva, ma in tanti casi può essere l’Austria o altri paesi UE) o acquistare il servizio da qualcun altro. Insomma, per osservare dei risultati significativi in termini di occupazione, è di certo necessario, aggiornare il mercato del lavoro per venire incontro alle esigenze di un’economia moderna, ma non è sufficiente. Occorre anche questa economia non scoraggi gli investimenti con oneri burocratici e fiscali eccessivi, e che sia avviata su un percorso di crescita.

La crescita economica del paese è poi una questione che suscita altrettante discussioni intrise di ideologia, più utili a confondere e travisare che non a comprendere le reali condizioni del paese. Con buona pace dei radical chic, che vagheggiano di una decrescita felice e dei marxisti travestiti da keynesiani (che hanno preso troppo alla lettera la storia del pagare la gente per scavare buche): l’unica cosa che può garantirci il mantenimento, se non il miglioramento, delle attuali condizioni di vita è un livello adeguato di crescita economica.

Anche a questo proposito i problemi del nostro paese hanno radici lontane e non potranno essere risolti da qualche repentino colpo di genio. Per sperare di rivedere livelli accettabili, occorre che il sistema Italia non scoraggi l’innovazione e gli investimenti da parte dei privati, ma anzi li favorisca e per ottenere questo risultato, occorrerebbe ridimensionare significativamente sia gli apparati burocratici che la pressione fiscale, ma così torniamo allo spunto di Ricolfi e il cerchio si chiude: occorre ridurre sensibilmente l’entità della spesa pubblica e il ruolo dello stato nell’economia e non è pensabile conseguire questi risultati in breve tempo, per non menzionare il dettaglio che ridimensionare la spesa spesa pubblica nel breve possa avere  effetti  recessivi.

La strade delle riforme è dunque un percorso obbligato, se non altro dal fatto che il mantenimento dello status quo appare sempre più insostenibile, anche se ormai in molti hanno una vaga idea del punto di arrivo, il percorso è tutt’altro che tracciato e questo avvalora la previsione che non sarà una via breve: le scorciatoie fantasiose, dalla moneta filosofale alle bungalire al posto dell’euro servono solo a distrarre l’attenzione, a ritardare ulteriormente la soluzione dei problemi e in definitiva aumentare il costo dell’aggiustamento.

@massimofamularo

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Apologia di Socrate

29
Mar
2014

Ha ragione Visco, ecco tutti i miliardi persi per i freni di corporazioni e sindacati

Non l’avesse mai detto, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. Citando testualmente Guido Carli nel centenario della nascita, ha indicato nelle “rigidità legislative, burocratiche, corporative, imprenditoriali, sindacali” ciò costitusce “sempre la remora principale allo sviluppo del nostro Paese”. Il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, è insorto tacciandolo di essere tra le “alte autorità che spesso parlano a vanvera”. La segretaria della Cgil, Susanna Camusso, l’ha liquidato dicendo “mi sembra un riproporre ricette che hanno già mostrato il loro fallimento”.

Invece il governatore Visco ha ragione. E se il giudizio di Carli è ancora attuale, anche se i tempi sono diversi – ai tempi di Carli il problema era l’inflazione, oggi è la stagnazione – ciò esprime una parte rilevante dell’irrisolto problema italiano. Fermiamoci alla parte che ha suscitato la polemica, quella relativa alle parti sociali, e passiamo in rassegna alcuni dei maggiori capitoli sui quali opposizioni e frenate oggettive sono venute da chi ieri ha criticato Visco. Con un’osservazione preliminare: naturalmente è sempre sbagliato generalizzare, richiamare le responsabilità dei “professionisti” della rappresentanza non significa affatto negare che esistano e che abbiano molti meriti, per esempio, migliaia di rappresentanti sindacali nei posti di lavoro che svolgono il loro compito gratuitamente e con coscienza, senza distacchi né benefici retributivi. E dare ragione a Visco non vuol dire neanche fare un calderone comune delle diverse posizioni: ovviamente la Cisl non è la Cgil, e questa non è l’USB.

Relazioni industriali. Cominciamo da quello che dovrebbe essere il mestiere primario di chi rappresenta lavoratori e imprese: non sostituire i partiti, ma occuparsi dei contratti. Sotto questo profilo, non è affatto sanata la rottura che avvenne nel 2009, alla mancata firma Cgil-Fiom del contratto dei metalmeccanici. Cisl-Uil e Cgil erano separati dalla coda polemica del rapporto preferenziale che i governi Berlusconi avevano mantenuto con le prime e non con la seconda. Solo nel 2011 e poi con l’accordo interconfederale del 31 maggio 2013 si è tornati all’unità con le associazioni d’impresa intonro alla rappresentanza delle RSU, sui requisiti maggioritari per la firma dei contratti, sulla contrattazione decentrata nella quale va incardinata la “vera” contrattazione che fa la differenza, quella per accrescere la produttività con il salario detassato e con un utilizzo di impianti – turni, orari – che metta più soldi nelle tasche sia delle imprese che dei lavoratori. Ma un pezzo della Cgil – a cominciare dalla Fiom, di qui la battaglia tra Camusso e Landini – non si è mai riconosciuta in questa svolta. A parte le multinazionali e alcune decine di grandi gruppi, la contrattazione decentrata che pure si è diffusa non ha ancora sprigionato la forza che è in grado di ottenere. E di grandi contratti in deroga aziendali rispetto a quelli nazionali – oggi perfettamente possibili, e che sarebbero utilizssimi –  dopo la Fiat che ha sbattuto la porta da Confindustria se n’è praticamente persa traccia. L’effetto? Frazioni di punto di crescita di PIl in meno. Preziosi in teoria, ma denegati dall’ideologia: quella che oggi nel Pd e nella Cgil gtorna a preferire meno lavoratori apprendisti e a tempo determinato, pur di non ammainare la bandiera di difendere a chiacchiere  il modello unico del tempo indeterminato per tutti.

Il mondo pubblico. Qui le resistenze sono fortissime e trasversali davvero, vista la forza Cisl nel settore statale. Facciamo tre soli esempi. Da 7 anni manca il rinnovo del contratto di quelli che un tempo si chiamavano autoferrotranvieri. Sotto la pressione “di base” dei sindacati autonomi, i confederali resistono a ciò che si manifesta nella realtà. Di fatto, la situazione delle aziende di trasporto pubblico locale – ogni anno circa 6 miliardi di sussidi pubblici – è totalmente divergente. Per l’eccezione Atm di Milano, in utile, ci sono disastri di dimensione europea come l’ATAC di Roma. E nella media guai seri come quelli dell’AMT di Genova – ricordate il blocco per sei giorni della città, due mesi fa, senza che alcun potere pubblico intervenisse – sono più la regola che l’eccezione. In questo settore ormai il contratto nazionale dovrebbe servire solo per la parte normativa e relativa ai diritti: solo con contratti azienda per azienda “ritagliati” sulle specifiche necessità di risanamento-efficienza delle diverse imprese, è pensabile rivedere la luce. E servono energici accorpamenti. Come nel secondo caso: l’universo delle 7700 società controllate da Comuni, Province e Regioni, che diventano quasi 30mila se sommiamo le controllate e partecipate di secondo e terzo livello. Qui l’onere è di 24 miliardi di euro l‘anno, la metà concentrato in società pubbliche che non offrono servizi ai cittadini. Il terzo settore è quello della scuola. Due giorni fa il ministro Giannini ha pronunciato in Parlamento una cifra spaventosa: sono circa 500 mila, sommando tutte le diverse tipologie, i precari della scuola. La politica ha colpe immense – avendo preferito per decenni inventarsi sottocategorie a tempo per ragioni clientelari, alle quali promettere poi stabilizzazione e cattedra in cambio di voti. Ma è il sindacato che le ha accettate, difese e sostenute.

Le liberalizzazioni. Le resistenze sono state infinite. E quelle sindacali per una volta sono “concentrate”, su modalità dell’offerta di servizio da parte del pubblico che prevedano dovunque procedure di gara davvero “aperte”, superando le gestioni in house e mettendo dunque a serio rischio le piante organiche spesso pletoriche dei monopolisti pubblici, dalla raccolta rifiuti ai servizi idrici e ai trasporti. Ma la “resistenza diffusa” alle liberalizzazioni è venuta fortissimamente anche dal mondo privato. Dall’avvocatura, al notariato, ai farmacisti. Alle banche, sempre pronte a sostituire l’abbattimento delle commissioni bancarie o la gratuità della portabilità e rinegoziabilità dei mutui con nuovi oneri impropri a carico del cliente. Tra le liberalizzazioni “offuscate”, cioè attutite nell’effetto per chi paga i costi del servizio, c’è quella energetica. Abbiamo introdotto concorrenza nella generazione di energia più di altri grandi paesi europei, ma in bolletta oggi il costo dell’energia è una componente minoritaria, rispetto a fisco e sussidi. Se lo Stato ci va pesante con le tasse, tuttavia non dimentichiamo che ogni anno diamo 12 miliardi di sussidi alle rinnovabili e oltre 3 al vecchio bacino delle cosiddette “assimilabili”, quasi 4 di sussidi alle reti private, altri miliardi di sostegno ai grandi gruppi “energivori”, e a quelli che hanno sbagliato modello d’investimento e oggi hanno impianti – innanzitutto a gas – inattivi. Confindustria per prima, al cui interno tutte queste categorie sono ben rappresentate e tra i primi grandi soci finanziatori in termini di quote associative, è perennemente attraversata da scosse telluriche anche se restano sotto la superficie, tutte le volte che – come con l’attuale ministro Guidi – riaffiora la volontà di taglie i sussidi in bolletta in modo da alleviare il costo per le piccole imprese e le famiglie.
I costi impropri. Sindacati e associazioni d’impresa hanno ancora una lunga strada da percorrere, in termini di trasparenza rispetto al denaro pubblico di cui beneficiano. La questione è macroscopica per i sindacati, visto che – come ribadito nella recente inchiesta del Messaggero – si aggira sul miliardo di euro l’anno la cifra stimata annuale di fonte pubblica che affluisce nei loro bilanci – tra convenzioni dei CAF, Patronati, quota-pensioni girata dall’INPS, e via proseguendo. Non pubblicano bilanci consolidati nazionali di conto economico e patrimoniale, ma solo stringati rendiconti di cassa annuali per ogni categoria, e non per tutte. Anche per Confindustria – come per le altre 53 diverse sigle d’impresa – non c’è un vero e proprio bilancio consolidato, ma ogni Associazione territoriale e di categoria ha un proprio rendiconto. Confindustria ha tagliato in questi anni i costi centrali e sta accorpando le sue territoriali, l’esempio di Unindustria Lazio che ha superato le organizzazioni provinciali ha fatto testo. Ma che le migliaia di dipendenti del sistema “pesino” troppo in questi anni sulle tasche degli associati, è fatto confermato in molte prese di posizione di imprenditori. Moltissimoci sarebbe da dire sulle Camere di commercio a cui partecipano le associazioni datoriali: sono 105 Camere di commercio, con un’Unione italiana, 19 regionali, 19 strutture di sistema, 69 Camere arbitrali, 105 Camere di conciliazione, 27 Laboratori chimico-merceologici, 47 Borse merci e Sale di contrattazione e 9 Borse immobiliari,151 sedi distaccate per l’erogazione di servizi sul territorio, 135 Aziende speciali per la gestione di servizi promozionali e infrastrutture, 495 partecipazioni con altri soggetti pubblici e privati in infrastrutture, 9 Centri estero regionali, 74 Camere di commercio italiane all’estero, 39 Camere di commercio italo-estere. Al finanziamento proveniente dal diritto annuale versato dalle aziende imprese iscritte o annotate al registro delle imprese e con i diritti di segreteria sull´attività certificativa svolta e sulle iscrizioni in ruoli, elenchi, registri e albi tenuti ai sensi delle disposizioni vigenti, si somma quello di leggi e leggine locali di sostegno alle attività delle Camere. Basta dare un occhio all’elenco delle 19 società controllate e partecipate dalla Camera di Commercio di Roma, e alle 25 di quella di Napoli, per capire che molta pulizia andrebbe fatta.

Insomma siamo seri: è veramente difficile, dare torto al governatore Visco.

 

29
Mar
2014

La tariffa idrica dopo il referendum

Grazie a due recenti sentenze, finalmente si chiariscono alcuni concetti tanto basilari quanto banali relativi al servizio idrico: ossia, che tale servizio è un servizio di interesse economico e, pertanto, i costi vanno integralmente coperti con i ricavi. Ci sono voluti quasi tre anni (dal referendum fuffa a oggi), ma almeno si può festeggiare il lieto fine. Se così vogliamo definire il fatto di ribadire principi economici tanto basilari quanto banali. Read More

29
Mar
2014

Gamberale e l’eterno ritorno del capitalismo parastatale

Quella che sta per cominciare, per Vito Gamberale, sarà anche una «terza gioventù», come proclama Alessandro Plateroti, intervistandolo sul Sole, ma somiglia pericolosamente alla prima e alla seconda. Alla soglia dei settant’anni, il manager molisano sta per tornare a casa. La lista di minoranza che fa capo alla Findim di Fossati ha fatto il suo nome per una poltrona nel consiglio d’amministrazione di Telecom Italia: con un po’ di fortuna, non sarà una poltrona qualsiasi, bensì quella di presidente. Sapientemente, Gamberale frena: «per il momento punto al ruolo di consigliere: il resto si vedrà».

Quasi vent’anni sono passati dalla precedente avventura di Gamberale in azienda: il monopolio ha lasciato il posto alla concorrenza; l’azionista pubblico si è fatto da parte e un certo numero di investitori privati sono andati e venuti; il mestiere stesso delle telecomunicazioni è cambiato: le reti si sono digitalizzate e la voce è ormai solo una fetta dell’attività degli operatori. Gamberale non è certo il tipo che si lasci impressionare da queste piccolezze.

L’azienda è stata privatizzata? Forse, ma lui – «dopo tanti anni nel settore privato» – ci rientra con lo spirito del «civil servant», per mettersi «a disposizione della compagnia e soprattutto del Paese»; del resto, parliamo di «un’azienda troppo strategica per il Paese, per non interpretarne il ruolo conciliando attese degli azionisti e sviluppo del Paese». (Qualcuno ha detto “Paese”?) Le accuse di conflitto d’interesse, per il suo ruolo in F2i? Disfattisti alla ricerca dei «soliti peli nell’uovo».

E i rapporti con l’azionista di controllo? Gamberale non ha una tradizione di concordia con le maggioranze spagnole in imprese italiane – le sue dimissioni dalla carica di amministratore delegato di Autostrade si consumarono in seguito all’acquisizione dell’azienda da parte di Abertis – ma non si costruisce una carriera dirigenziale di alto livello cavalcando le proprie antipatie. Certo, «Telecom deve lavorare per valorizzare se stessa, per arginare il declino nel Paese, per aiutare il Paese a sentirsi più evoluto». (Giureremmo di aver sentito nominare il Paese…) Però, «se poi, in tutto questo, possono conciliarsi anche interessi di Telefonica, ben venga il tutto». Bontà sua.

A ben vedere, c’è una cosa che Gamberale troverà quasi come l’aveva lasciata: la gestione della rete. Certo, con Open Access è intervenuta una prima forma di garanzia per i concorrenti, ma le discussioni sullo scorporo non hanno prodotto alcunché. Anche su questo, il Nostro ha le idee chiarissime: la separazione è un’ipotesi «surreale», perché «la rete telefonica» – ma mica ogni rete telefonica: solo quella «di un grande incumbent» – «non può essere ridotta ad un frazionamento catastale». Integrazione verticale unica via! Bizzarro punto di vista, venendo dal dirigente apicale di un fondo che di mestiere mette le infrastrutture a disposizione di chi sappia come usarle.

Gamberale sa bene che sulla rete occorre fare qualcosa: ma cosa? Semplice: valorizzarla, senza perderne il controllo. Se proprio fosse necessario. si potrebbe persino valutare l’ingresso di nuovi soci.  (La Cassa Depositi e Prestiti – che avevate capito?) In questo modo, Telecom potrà «investire sull’Italia e sulla modernizzazione della rete nazionale di trasporto in modo da garantire a tutti gli italiani l’accesso a internet ad una vera alta velocità». «Tutti gli italiani», come ai bei tempi andati del monopolio. Per la sua nuova avventura, Gamberale ha già pronto anche il motto: «si tornò al passato e fu progresso». Ci piacerebbe. È, però, raro che i ritorni si rivelino come qualcosa d’altro che insipide minestre riscaldate.

 

27
Mar
2014

Imprenditori più poveri dei dipendenti! Evasione!—di Carlo Amenta e Paolo Di Betta

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Carlo Amenta e Paolo Di Betta.

Ci risiamo, arriva il solito confronto fra stipendi dei dipendenti e reddito degli imprenditori.

Dai dati emanati dal Ministero dell’Economia (26 marzo 2014) emerge che i lavoratori autonomi dichiarano in media 36.070 euro, i dipendenti 20.280 e gli imprenditori 17.740.

E si scatena la ola sugli spalti: EVASIONE!

Non è possibile che gli imprenditori guadagnino quanto i dipendenti!

Il ragionamento è viziato da alcune relazioni: Read More

27
Mar
2014

Il bicchiere mezzo vuoto sulle Province, quello che non c’è ancora sui tagli

Il Senato ieri sera ha approvato il disegno di legge Delrio che compie un passo necessario per l’abrogazione delle Province. E’ stato necessario anche porre il voto di fiducia. Ma è un bene che sia stato fatto. Non perché il disegno di legge dia una risposta strutturale al problema che da tanti anni è diventato un tormentone – letteralmente si stenta a tenere il numero, delle volte nelle quali in tanti decenni si era promesso di mettere mano alla proliferazione dei troppi enti di governo locale – bensì per due altre ragioni. Se non si fosse dato un segnale chiaro e tempestivo, si sarebbe dovuto votare in decine e decine di province nel prossimo maggio. E a quel punto ancora una volta, con nuovi amministratori appena eletti, addio riforma strutturale e abrogazione. Secondo: perché era necessaria anche un’altra scelta chiara. Quella di iniziare e fare finalmente sul serio, tagliando di qualche migliaio i troppi eletti della politica italiana.

Il disegno di legge Delrio si limita però a una soluzione transitoria, prorogando a fine 2014 i presidenti delle 52 province appartenenti alle Regioni non a statuto speciale (che hanno una competenza propria sulle province, costituzionalmente tutelata) in cui si sarebbe dovuto votare, mentre altre 21 sono già commissariate. E ciò che conta davvero non è tanto la soluzione escogitata nel ddl, cioè trasformarle in enti di area vasta come associazioni di Comuni. Tanto meno le 10 città metropolitane inserite nel testo, visto che per Bari e Reggio Calabria è davvero una ridicolata. E tanto meno ancora che si sia tiornato ad aumentare di ben 24 mila unità – ma senza compenso, si afferma – il numero dei consiglieri comunali nei Municipi, sia nella fascia sino ai 3 mila abitanti, sia in quella sino a 10mila. Tutte cose per le quali ancor oggi la Ragioneria Generale dello Stato stenta a dire con precisione quanto davvero si risparmierebbe, oltre ai più di 100 milioni di emolumenti dei consiglieri non più eletti visto che il loro posto sarà preso da sindaci e amministratori comunali.

La realtà è che una soluzione organica, equilibrata e ordinata, sarà possibile solo nell’ambito della riforma generale del Titolo Quinto della Costituzione, che è appena agli inizi ed è ancora chiusa in un confronto tra pochi fiduciari dei partiti, collegata com’è anche all’abrogazione del bicameralismo perfetto e dell’attuale composizione del Senato, oltre che dei suoi poteri. Auguriamoci che la revisione dei rapporti e delle competenze, tra Stato centrale e Autonomie, risponda a un disegno non ispirato all’improvvisazione, come avvenne quando la sinistra con pochi voti di maggioranza varò la riforma del Titolo V° che ha reso impossibile grandi scelte economiche su terreni come le infrastrutture e l’energia. Ma intanto una cosa va detta: con tutte le riserve che è gisto nutrire sul fatto che vi sia tempo ed equilibrio bastevoli a partorire una buona riforma del Titolo V°, non ci sarebbe stata prospettiva a breve di riforma della Costituzione su tutti questi punti essenziali, se intanto non si fosse sciolto subito il nodo di impedire la rielezione di 52 province.

Bene così dunque. Anche se la soluzione “vera” non è quella del testo votato ieri, almeno la rende possibile come premessa per un serio cambio della Costituzione. Nel quale ancorare criteri di risparmio di spesa maggiori del solo trattamento economico dei consiglieri che non ci saranno più, e dei denari pubblici ai loro gruppi. Accompagnati a una ripartizione nuova e non più conflittuale delle competenze, tra Stato centrale e Autonomie. E a criteri finanziari che da una parte ancorino a princìpi più rigorosi l’autonomia finanziaria di Comuni e Regioni – a oggi, non esiste – ma in cambio anche di un’estensione locale della disciplina dell’articolo 81, che oggi vale solo per lo Stato centrale. E’ necessario, visto che appena lo scorso 6 marzo è stata depositata una sentenza della Corte Costituzionale che priva la Corte dei Conti dei poteri di blocco di programmi di spesa regionali in deficit che le erano stati attribuiti dal governo Monti: un’attribuzione che purtroppo contrasta con l’attuale disciplina del Titolo V°, che anche per questo va riformato.

Piuttosto, allarghiamo lo sguardo. Ieri il Capo dello Stato ha pronunciato parole che sono state subito equivocate, da una parte troppo ampia della politica. Visitando l’agenzia Ansa, che ha subito tagli pesanti nelle convenzioni che legavano la sua offerta di servizi giornalistici ai ministeri, e mentre il presidente americano Obama si diceva allarmato per i tagli alle spese della Difesa annunciati dall’Italia come da altri paesi NATO, Napolitano si è detto contrario ai tagli indiscriminati. Cioè quelli lineari, a cui si fece ricorso sotto Tremonti, e più volte da allora in avanti.

Ma il Presidente della Repubblica non intendeva affatto dire quel che in troppi hanno voluto capire. E cioè niente tagli. Era un florilegio, ieri, tra chi proponeva di salvare il Cnel, chi questo o quell’ente, chi questo o quel capitolo di spesa. Incrociando le dichiarazioni politiche, da destra a sinistra passando per i sindacati, una pessima fotografia di quanto sia ancora diffusa l’irresponsabilità, in tema di spesa pubblica. Napolitano ha voluto semplicemente dire che la politica deve uscire dall’aver demandato a “tecnici” – come Cottarelli, dopo Bondi e Giarda – il compito di esaminare tutti i capitoli degli oltre 800 miliardi di spesa pubblica, per individuare i tanti possibili interventi da compiere. Che sono necessari, per abbattere le imposte ammazza-crescita che gravano su impresa e lavoro.

Ora la politica deve scegliere, e spiegare all’Italia con chiarezza perché sceglie questa o quella posta, per almeno due punti di Pil di spesa pubblica in meno entro 2 anni. L’esercizio di questa scelta e di questa spiegazione, nell’Italia piegata sulle ginocchia dall’eccesso di tasse a fronte dei servizi resi dallo Stato, è oggi la forma più alta di responsabilità politica, per una classe dirigente degna di questo nome.

Scelte come quella di prepensionare solo i dipendenti pubblici in deroga alla riforma Fornero di troppo sarebbero uno schiaffo ai disoccupati privati per i quali simili salvataggi sono impossibili. Si tratta di cambiare radicalmente perimetro e modo di lavorare della pubblica amministrazione. Solo pochi giorni fa, un ottimo rapporto di Confcommercio presentato a Cernobbio ha dimostrato che, se in tutte le Regioni Italiane l’output di servizi pubblici fosse offerto ai costi e alle prestazioni di quelli lombardi, il risparmio sarebbe di 82 miliardi di euro.

Sappia scegliere e giustificarlo davanti al paese, la politica. Tentare ancora di dire no ai tagli di spesa oggi, tentare di difendere le 7700 società pubbliche locali che da sole costano 24 miliardi e di cui quelle che non offrono servizi costano più della metà, continuare in tutto questo per la politica sarebbe un suicidio. Cosa della quale potremmo anche infischiarcene, se no ci andassimo di mezzo noi tutti.

 

27
Mar
2014

Fischiatemi, ma la decadenza per un rinvio a giudizio tributario è giustizialismo puro

Sulle oltre 500 nomine in arrivo al vertice delle società pubbliche, non si proietta solo l’effetto della bufera scatenatasi dopo il caso Moretti sui tetti ai compensi per i manager. Tema sul quale, in verità, ancora non si è capitop se per società quotate ed emittenti davvero il governo pensi a tetti rigidi “non di mercato”. Renzi e Delrio hanno già detto che per ogni società il governo intende chiarire preliminarmente la mission da affidare ai nuovi vertici. E che vorrebbero adottare un limuite di conferma non superiore ai tre mandati, che già implicherebbero la sostituzione dei capoazienda di Eni, Enel, Terna e Poste. Quanto alla procedura, le norme emanate dal governo Letta prevedono che l’istruttoria sulle candidature sia svolta dal Dipartimento del Tesoro ma supportato da società specializzate nel recruiting di top manager. Al termine dell’istruttoria dovrebbe essere sottoposta a Padoan e Renzi una lista ristretta di nominativi, con una relazione sui criteri adottati per ogni singola società rispetto ai candidati proposti. E alle designazioni si procede solo dopo l’ok di una Comitato di garanzia, che ha alla testa Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale, affiancato da Vincenzo Desario, direttore generale onorario della Banca d’Italia, e dalla professoressa Maria Teresa Salvemini.

Sin qui, siamo alla forma. Ma in arrivo per i cda in scadenza c’è anche una modifica di sostanza, e bisognerà vedere se il governo la conferma oppure no. I primi segnali, dati dal MEF proprio oggi, dicono che la modifica è sposata anche dal governo Renzi. Anch’essa discende dalla direttiva Saccomanni emanata nel giugno 2013, e modifica in profondità i requisiti di onorabilità per gli amministratori di società pubbliche, rispetto a quelli previsti dall’articolo 2382 del codice civile, e dall’articolo 147 e 148 del TUF. Alcune società hanno già introdotto, nell’estate scorsa, i nuovi criteri: Eur, Fondo Italiano di Investimento, Sogin, Anas, Invitalia, Poste, Anas e Ferrovie. Ora dovrebbe toccare a quelle che avevano i cda in scadenza quest’anno, come Eni, Enel, Poste e Terna, chiamate in assemblea a recepire le modifiche al loro Statuto. Ma come Renzi intende modificare quella stessa direttiva Saccomanni sulle remunerazioni – non erano previsti per quotate ed emittenti tetti rigidi, si univa alla generica richiesta di moderazione un esplicito rinvio alle migliori prassi delle imprese internazionali di settore, ergo “compensi di mercato” – analogamente sarebbe il caso di riconsiderare le clausole di decadenza automatica che dalla stessa direttiva provengono.

I nuovi criteri prevedono, quali cause di ineleggibilità ad amministratore o decadenza per giusta causa e senza diritto al risarcimento, il mero rinvio a giudizio e la pronuncia di una sentenza di condanna, anche non definitiva, e anche in caso di patteggiamento, per una lista di delitti. Essi coincidono – in maniera leggermente più ampia – con quelli previsti dal Tuf e dai codici di autoregolamentazione delle quotate, e cioè gravi violazioni delle norme sull’attività bancaria, finanziaria, mobiliare, assicurativa, in materia di mercati e valori mobiliari, nonché di strumenti di pagamento; poi le violazioni penali in materia di società e consorzi e della legge fallimentare; i delitti contro la pubblica amministrazione, la fede pubblica, il patrimonio, l’ordine pubblico, l’economia pubblica ovvero in materia tributaria; nonché i più gravi delitti associativi e in materia di droga. Ma il punto è la decadenza disposta anche nel mero caso di un rinvio a giudizio o di giudizio immediato. Gli statuti delle quotate, in linea con il codice civile, TUF e codici di autoregolamentazione, rinviano ai cda e ai soci in assemblea la valutazione delle misure da adottare in caso di condanne di primo grado o appello. Non prescrivono affatto la decadenza automatica per condanne non passate in giudicato, figuriamoci poi per un semplice rinvio a giudizio.

In un sistema che in oltre il 90% dei casi chiede per gli indagati il rinvio a giudizio, e in cui agli amministratori delegati si appioppano – con una discutibile interpretazione estensiva della legge 231 – imputazioni per omicidio non solo colposo ma doloso per incidenti mortali sul lavoro (che per paradosso aggiuntivo però non rientrerebbero nella lista dei delitti per i quali si prevede il giro di vite), ha davvero senso adottare come regola di decadenza il solo rinvio a giudizio? Con un’asimmetria così rilevante, rispetto alla valutazione lasciata ai soci in tutte le altre società quotate e a quelle estere, per condanne diverse da quelle passate in giudicato?

Si dirà che lo Stato finalmente fa bene, ad adottare per le “sue” società criteri finalmente più rigorosi del resto del mercato. Ma qui il rigore non c’entra. E’ una violazione assoluta del più elementare garantismo. Significa esporre grandi società allo stormire di ogni Procura, se l’amministratore decade per un rinvio a giudizio. Contemplando anche reati fiscali, con la fantasia creatrice di numerosi pm in materia di abuso di diritto ed elusione in materia di allocazione di asset in società controllate all’estero, anche il più puro e limpido degli amministratori di grandi imprese pubbliche ramificate fuori Italia non potrebbe sottrarsi all’elevato rischio di andare a casa disonorato. Prima ancora di aver potuto difendere se stesso e la società che ha guidato. Con gravi danni non solo a sé, ma allo Stato, e a tutti i privati che compartecipano al capitale delle quotate o ne detengono obbligazioni. A cominciare dai fondi esteri. Ergo fischiatemi pure, se siete giustizialisti. Io non lo sono, e per coerenza credo sia giusto chiedere al governo di ripensarci.