14
Apr
2014

Le quote della Banca d’Italia, il prelievo “alle banche” e il Barone di Münchhausen—Carlo Amenta e Paolo Di Betta

 

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Carlo Amenta e Paolo Di Betta.

La storia della rivalutazione e della tassazione delle quote di Bankitalia possedute dalle banche emana l’acre odore del capitalismo di relazione (crony capitalism).

In questo caso, i legami non sono sotterranei e poco trasparenti fra soggetti istituzionali, imprenditori e banche. Leggendo le dichiarazioni fatte dal (già) Ministro del tesoro Saccomanni, è evidente che anche la Banca Centrale Europea e la Banca d’Italia erano d’accordo con l’operazione. D’altronde, il Governatore Visco ha dichiarato che così si rafforza l’indipendenza della Banca. “La riforma ribadisce che l’assemblea dei soci e il consiglio non hanno alcun potere di intervento nelle funzioni della banca.” Tutti sono riuniti en plein air per assolvere al supremo perseguimento dell’interesse nazionale: garantire l’indipendenza della banca, rafforzare patrimonialmente le banche, e visto che ci siamo, prelevare un miliardo di euro e più dalle banche.

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14
Apr
2014

Alitalia: tre lezioni dai fallimenti pubblici e privati

La trattativa tra Alitalia ed Etihad è data da mesi in chiusura da festanti tifosi. Ma prenderà ancora qualche tempo. Ancora una volta il consiglio d’amministrazione della compagnia è stato rinviato, in attesa della lettera formale edelle condizioni poste dalla compagnia emiratina che fa capo ad Abu Dhabi per assumere fino al 49% di Alitalia, con un apporto di capitale fino a 500 milioni. Ma oramai la lettera d’intenti è in arrivo, dopo una due diligence sui conti, i debiti e i costi di Alitalia che ha convinto James Hogan, l’ad di Etihad, nel chiedere vincoli ben più gravosi di quanto soci e tifosi di Alitalia si aspettassero. Il governo – Letta prima, Renzi poi, Lupi sempre – si è molto speso. Troppo, per far pensare che quasto sia un acordo “di mercato”, dopo esser intervenuti con Poste nel capitale.  Mentre i soci privati italiani hanno dovuto tenere un profilo molto basso, responsabili come sono della cattiva gestione successiva alla privatizzazione del 2008.

Ma ormai è tempo di qualche considerazione di fondo, sulla svolta pressoché definita: quella di un’Alitalia che ammaina ogni velleità di essere vettore mondiale, dopo che per decenni sia lo Stato, e per alcuni anni gli attuali soci privati, non sono riusciti a produrre una gestione e un modello di business capace di efficienza e redditività.

Sono almeno tre, le considerazioni generali da svolgere mentre si definiranno gli ultimi particolari dell’accordo con Etihad. La prima riguarda il fallimento dei privati italiani, dopo quello dello Stato. La seconda, il prezzo che si paga – e paga l’Italia – al non aver saputo fare il mestiere del trasporto aereo. La terza, la partita ancora aperta – malamente aperta – tra Malpensa e Linate.

Cominciamo dalla cattiva prova dei “capitani coraggiosi”. Ormai, è consegnata alla storia. L’eterogenea compagnia di giro messa in piedi da Banca Intesa nel 2008, la famiglia Benetton con Atlantia, i Riva dell’Ilva,la Fondiaria Sai di Salvatore Ligresti, la holding Immsi del presidente Alitalia Roberto Colaninno, la Equinox di Salvatore Mancuso, e molti altri con quote da zerovirgola, aveva rilevata un’Alitalia reduce dal disastro pubblico pluridecennale. Ma con  un finanziamento pubblico da 300 milioni, ripulita dai debiti di quasi 4 miliardi della gestione statale, caricati sulla collettività – cioè a noi contribuenti – insieme ai costi indiretti degli ammortizzatori sociali (fino a 8 anni!), con una riduzione della forza lavoro di un terzo. Fino a un costo complessivo pubblico superiore ai 6 miliardi di euro. La vecchia compagnia non fu fatta fallire, la Corte del Lusemburgo che aveva definito illegale l’ultimo prestito ponte pubblico fu ignorata, le regole della concorrenza furono sospese per tre anni sulla rotta Roma-Milano.

Dopo avere perso 1,2 miliardi di euro nel quinquennio – mangiandosi il patrimonio ricostituito – producendo anche a fine 2012 debiti per 2,1 miliardi – tra esposizioni bancarie (956 milioni), verso i fornitori (605), debiti finanziari (169), verso lo Stato cioè tasse (44), e altri di diversa natura (366) – i “capitani coraggiosi” di Intesa erano arrivati a perdite quotidiane oltre il milione e mezzo di euro. Hanno purtroppo fatto rimpiangere persino lo Stato incapace e dissipatore. Il cosiddetto “Piano Fenice” iniziale, quello annunciato da Passera con le parole “le partecipazioni statali sono finite per sempre”, prevedeva il pareggio al 2010 e  un utile operativo di 171 milioni nel 2011. Macchè, l’Alitalia di Intesa non è mai stata in utile. Nemmeno con gli aiuti anti-concorrenza. La quota di mercato italiana non è risalita al 56% come promesso. Il primo aministratore delegato, Sabelli, voleva – giustamente – portare entro tre anni l’azienda ad Air France. Ma i soci dissero no. Dopo di lui, a Ragnetti e del Torchio è toccato pagare pegno.  E nell’autunno 2013 i soci privati hanno dovuto chiedere in ginocchio allo Stato che un nuovo impellente aumento di capitale ponte fosse sostenuto da 75 milioni della pubblica Poste Italiana.

Improvvisamente, sui media molto influenzati dalle banche esposte – Intesa e Unicredit –è tramontata l’arcifamosa bandiera dell’italianità da difendere, la tiritera per cui Berlusconi nel 2008 cambiò idea, visto che all’inizio – nell’autunno 2007 – sosteneva pubblicamente Carlo Toto nel tentativo di rilevare Alitalia, ma poi sotto elezioni si convinse dell’operazione-Fenice. Ecco, il doppio fallimento pubblico e privato in Alitalia ha fatto finalmente capire che nel mercato aereo internazionale credere di giocare in Champions League quando non si è capaci è un’illusione. Almeno questo è un bene. D’ora in poi, è meglio che taccia chi parla di “strategicità”. Il mercato aereo italiano è cresciuto “malgrado” Alitalia, pubblica e privata.

Veniamo al secondo punto. Subito si comprese che i 75 milioni di Poste sarebbero stati bruciati in poche settimane, e dunque ecco che Etihad diventa il salvatore buono, il cavaliere bianco.Altra illusione. Etihad fa il suo mestiere. Assume quote di”solida” minoranza in compagnie europee come Air Berlin – attenta a non salire oltre il 49% per non perdere il beneficio delle rotte europee mantenuto dai vettori comunitari che partecipa, e bisognerà comunque superare l’esame europeo se Etihad sarà decisiva nel piano in dustriale come sembra, perché anche in quel caso si perde la licenza europea – per orientare però il traffico di compagnie in difficoltà verso l’hub emiratino che è la propria base, da cui porta passeggeri a milioni verso l’Asia, forte com’è di una grande flotta transcontinentale. Hogan l’ha dichiarato più volte che questa è la sua intenzione , anche a proposito di Alitalia, su grandi testate mondiali. Da noi, si fa finta di non vedere. Si racconta che Etihad potenzierà i voli transcontinentali di Alitalia. Certo qualche rotta verso Cina e Usa ritornerà, ma guardate che solo pochi giorni fa Alitalia ha dovuto dismettere l’ordine per 12 Airbus A-350 a lungo raggio. Non ha i soldi.

Il nuovo boccone da ingoiare oggi sono altri 3mila esuberi indicati da Etihad sugli 11.800 dipendenti di Alitalia, e la richiesta che Unicredit e Intesa consolidino tra i 400 e i 500 milioni di debito Alitalia su cui sono esposti. Il ministro Lupi dice che non è vero. Ai giornalòisti, chi rappresenta Etihad in Italia dice che è verissimo. Vedremo, se non è  il prezzo da pagare alla fine delle illusioni, pubbliche e private, di chi non ha saputo gestire. Oggi sembra non esserci alternativa. Se il governo si prepara a mettere altro denaro del contribuente a sostegno di mega-scivoli ai dipendenti in esubero, dopo aver già confermato aiuti al personale navigante nell’ultima legge di stabilità, si aggiunge errore ad errore.

Terzo punto. E’ evidente che Etihad vuole potenziare Fiumicino per fare feedraggio su Abu Dhabi, e questo fa felice i soci privati di Adr. Ma resta il pasticcio lombardo, tra Linate e Malpensa. Su questo, la politica milanese, mentre quella romana ha ammainato le sue velleitarie bandiere, continua a non capire la lezione. In 15 anni malgrado Alitalia il traffico aereo italiano è di molto aumentato, da 53 a 116 milioni di passeggeri. Grazie alle low cost come RyanAir e Easyjet, che hanno il 49% del mercato. Il bilancio sul traffico aeroportuale è stato impietoso. Mentre Fiumicino, tornato a essere l’unico hub di Alitalia, tra 2002 e 2013 ha visto il traffico aumentare del 43%, Malpensa ha perso negli ultimi anni e registra un modestissimo più 3% in 15 anni, Linate più 16%. Orio al Serio di Bergamo, che ha lavorato solo attirando low cost, è cresciuto nel frattempo del 616%, quasi agguantando praticamente Linate come terzo scalo italiano, e Ciampino con lo stesso modello low-cost è cresciuto del 39,5%. Qui trovate tutti i dati, elaborati e commentati dall’ottimo Andrea Giuricin.

Conclusione ovvia: invece di ostacolare l’intesa ormai obbligata Etihad-Alitalia con pretese di porre vincoli alle rotte Malpensa-Linate per proteggere lo scalo varesino, come questo dipendesse ancora da Alitalia – che vale oggi meno del 10% del suo traffico –, la politica milanese capisca che è venuto il momento di cambiare musica. Buisogna prendere maroni alla letterra, quando dice di non voler più entrare in SEA se il governo non “tutela” Malpensa. E E’ l’ora di privatizzare SEA che gestisce oggi i due scali, accettando una sèperazione netta tra i due scali e la loro concorrenza diretta, senza porre pregiudiziali. Linate torni pure ai 25-30 movimenti aerei l’ora precedenti al limite di 18 assunto per favorire Malpensa, limite che non  è servito a nulla. E Malpensa lavori per attirare compagnie e rotte sul mercato delle low cost e delle compagnie concorrenti.

L’Italia attirerà più traffico business e turistico dal mondo quanto più gli scali si faranno concorrenza vera su tariffe e servizi, piantiamola di ripetere che è un compito che spetta ad Alitalia. Falliti sia lo Stato sia i privati amici di banche e Stato, credere ancora che la politica “faccia” il mercato aereo è un errore irrimediabile.

12
Apr
2014

Cosa ne dite di sostenere la libertà anziché i dittatori?—di William Easterly

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Atlas Network.

Coloro che in Occidente simpatizzano per l’Ucraina potrebbero rimanere sorpresi nell’apprendere che, in altri Paesi che una volta facevano parte dell’Unione Sovietica, il governo degli Stati Uniti appoggia dittatori filo-russi.

Un esempio è il Tagikistan, da sempre feudo del dittatore Emomali Rahmon. Il sostegno economico statunitense al Tagikistan ha raggiunto la cifra di un miliardo di dollari da quando il Presidente Rahmon prese il potere nel 1992. L’assistenza finanziaria da parte dell’Occidente conta per un buon 10% dell’economia del Tagikistan e copre gran parte della spesa pubblica del regime del Presidente Rahmon – la cui brutale repressione dell’opposizione è stata nuovamente condannata dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti nel suo ultimo Report annuale sui diritti umani.

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10
Apr
2014

Il disastro delle pensioni polacche – Una nuova tragedia dei (presunti) beni comuni—di Remberto Latorre-Artus

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Atlas Network.

Il 3 febbraio 2014 le autorità polacchi hanno applicato una legge, approvata dal Parlamento lo scorso anno, che ha confiscato circa 153 miliardi di zloty (37 miliardi di euro) presenti in fondi pensione privati.

Questa comoda operazione, fin troppo consueta di questi tempi, ridurrà il debito pubblico polacco all’incirca dell’8% rispetto al Pil e creerà un’illusione della stabilità fiscale. Questo genere di politica – che mira a equilibrare il bilancio presente gravando sui contribuenti di domani – è, infatti, una pratica sempre più diffusa in tutto il mondo. In Europa, purtroppo, è diventata la prassi e proprio in questo sta il pericolo.

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9
Apr
2014

La protezione dei dati personali è un diritto. Ma non per il fisco

Ogni giorno, lasciamo traccia dei nostri dati nei luoghi più disparati: dallo scontrino fiscale della farmacia allo sportello del bancomat, dall’accesso a internet da casa all’avvio di una telefonata da cellulare.

Proprio i dati derivanti dalle comunicazioni elettroniche sono stati ritenuti, qualche anno fa, talmente importanti ai fini delle indagini penali che l’Unione europea ha approvato una direttiva che obbligava i fornitori di servizi di comunicazioni elettroniche a conservarli per un certo periodo – dai 6 mesi ai due anni – al fine di renderli disponibili alle autorità pubbliche per la prevenzione e il perseguimento di infrazioni gravi, come quelle legate alla criminalità organizzata e al terrorismo. In tal modo, l’eventuale lavoro delle autorità inquirenti sarebbe stato agevolato, quanto meno nella tracciabilità della fonte e del tipo di comunicazione, della data, ora, durata e frequenza della comunicazione, del nome e indirizzo dell’abbonato e del nome del destinatario della comunicazione.

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9
Apr
2014

PNR-DEF: ok le critiche, ma 3 svolte ci sono

C’è parecchia acidità, nei primi giudizi sul DEF di Renzi. Non li condivido. Il che non significa che non restino criticità. Né che vada tutto bene. E tanto meno che sia il migliore dei mondi possibili, soprattutto per chi è liberale e vorrebbe da anni una svolta energica a suon di meno spesa e meno tasse. Però una svolta c’è comunque, e prevale sui punti ancora non strutturalmente chiari.

Secondo me va riconosciuto. L’accoppiata DEF-Piano nazionale delle riforme di Renzi e Padoan è comunque una rottura rispetto al passato. Per almeno tre ragioni. La prima riguarda la forma. La seconda la cautela, cioè la serietà, nelle proiezioni. La terza, a differenza di quanto stamane rilevino molti osservatori “acidi”, riguarda anche e proprio il punto che tanti interrogativi aveva suscitato a fronte delle molte promesse, cioè le coperture finanzarie.

La forma,innanzitutto. Padoan ha fatto una scelta essenziale: è il dettagliato e organico piano delle riforme, il vero architrave dell’azione che si ripromette il governo, e che illustrerà in Europa per un cambio anche delle regole cooperative di convergenza, durante il semestre europeo. Fino ad oggi, ad avere la prevalenza erano le tabelle del DEF, su deficit e debito pubblico che si faticava a fronteggiare se non con nuove tasse. Ora il DEF è invece giustamente ancillare e conseguente, rispetto a ciò che rappresenta la priorità: cioè le riforme. Una novità conseguente a tale impostazione è altrettanto importante: questa volta non siamo all’annuncio di una manovra fatta soprattutto di imposte e accise. Siamo a un’antimanovra, anzi, perché il più viene da importanti tagli strutturali e permanenti alla spesa che vengono confermati in quasi 5 miliardi nel 2014, e via aggiungendo di anno in anno fino ai 32 miliardi complessivi nel 2016. Come vengono anche confermati gli importanti incassi da cessioni pubbliche,12 miliardi ogni anno a cominciare da quello in corso (è ovvio che noi vorremmo la cessione del controllo e che non ci sarà invece, ma questo appunto NON è un governo liberale, e siamo gia’ ad aprile, bisogna il governo metta il turbo se vuole quegli incassi…).
Secondo, va dato atto al governo che, questa volta, si è attenuto a un apprezzabile rigore nella stima degli andamenti economico-finanziari. La vecchia tradizione dei DPEF raccontava scenari mirabolanti, tassi di crescita stellari e deficit puntualmente sottovalutati. Una prassi che ci ha abbondantemente compromessi nei fori internazionali e in Europa. Ora basta, invece. Ci si atterrà rigorosamente al 2,6% di deficit sul PIL nel 2014, senza venir meno agli impegni europei, e con una stima di crescita limata verso il basso allo 0,8%. Gli effetti della pur impressionante lista di riforme sono contenuti in un realistico più 0,3% di PIL quest’anno,  e sommando gli effetti fino al 2018 si resta entro un pur sperabile più 2,1%. Si scrive correttamente che il debito pubblico continuerà ad aumentare fino a fine 2015, per andare incontro a un modesto rientro del meno 1,8% solo nei 3 anni succesivi. Idem dicasi sulla disoccupazione: non si bara promettendo discese significatrive, impossibili a breve
Padoan si e’ solo en passant limitato a un’osservazione marginale, sul fatto che l’andamento del Pil nominale non aiuta a ridurre il debito, per causa dell’inflazione troppo bassa: perché questo attiene alla svolta attesa nelle politiche di intervento della BCE sui mercati, e ha fatto bene Padoan a citare l’argomento senza farne una richiesta esplicita. Quel che conta è che i numeri “pubblici” dell’Italia, questa volta, appaiono più realistici del solito.

Terzo, le coperture. Ecco il punto su cui non condivido le letture critiche che stamane si sprecano. Dove i conti non tornavano, il governo ci ha riservato sorprese, ma più positive che negative. Quanto mancava alla copertura delle detrazioni Irpef verrà innazitutto dall’aumento del prelievo sulle plusvalenze realizzate dalle banche azioniste di Bankitalia. A mio giudizio una misura giusta, che sana fondate obiezioni – anche europee – al vantaggio che si era determinato per gli istituti di credito attraverso la frettolosa rivalutazione delle quote decisa a fine dicembre dal governo Letta. Una misura ancor più giusta perché purtroppo è confermata l’aliquota al 26% sui piccolo risparmiatori. Inoltre, la stima nelle coperture del miliardo aggiuntivo di incassi IVA, generato dal pagamento dei debiti commerciali alle imprese, è significativamente assai meno incredibile di quanto non lo fossero i 2-3-4 miliardi che in parlamento suono risuonati in questi ultimi mesi, da parte di Brunetta e non solo. Si dirà: ma il miliardo dalle banche e quello sull’IVA sono una tantum. Corretto. Ed è che qui la vera differenza che mi persuade e che va difesa. Renzi è andato avanti come un treno sui tagli alla spesa e alla dirigenza pubblica. L’anno prossimo, le coperture da una tantum 2014 che vengono meno verranno sostituite da tagli di spesa aggiuntivi: questo è l’impegno. Su cui inchiodare Renzi se venisse meno al suo rispetto. Ma è una discontinuità, rispetto ai continui aumenti di tasse generali del passato.Prescrivere un limite da 239mila euro lordi, quelli attribuiti al Capo dello Stato, come retribuzione veramente invalicabile fuori dalle società quotate pubbliche, per direttori generali e capi di gabinetto che oggi incassano anche 70 mila euro in più l’anno, o per magistrati che alla Corte costituzionale arrivano a lambire il mezzo milione, è una svolta. Sulla quale bisognerà sorvegliare, perché com’è noto il diavolo sta nei dettagli, e a scrivere i decreti attuativi saranno coloro i cui stipendi devono scendere.
Scendiamo ora per li rami delle diverse riforme, con considerazioni iper sintetiche. Della conferma degli 80 euro mensili in più al mese per chi sta sotto i 25 mila euro lordi di reddito si è detto, ma la novità è che la settimana prossima il governo dirà entro che misura e come estendere (e finanziare) l’iniezione di reddito anche ai cosiddetti “incapienti”, che non ne beneficerebbero attraverso detrazioni Irpef visto che sono sotto la soglia dalla quale si inizia a pagare l’imposta.
Purtroppo, invece, la discesa dell’IRAP per le imprese non è andata oltre quanto  Renzi aveva detto negli ultimi giorni limitando l’obiettivo iniziale, cioè un meno 5% quest’anno e meno 10% dal 2015, finanziata con le entrate aggiuntive dovute al ritocco al 26% dell’aliquota su risparmio e titoli esclusi quelli pubblici. Questo è – come ho più volte scritto e argomentato – un aggravio sbagliato e regressivo, la vera grande e brutta macchia del PNR. Mentre molto promettente è la parte di semplificazione fiscale, attuativa della delega votata in Parlamento: vedremo se davvero il governo riuscirà a modificare criteri organizzativi e adempimenti richiesti dall’Agenzia delle Entrate.
Quanto alla vera iniezione di liquidità per le imprese, il pagamento di tutta la parte restante del debito commerciale pubblico dovuto alle imprese fornitrici, il lungo paragrafo esplicativo fa capire che ancora un rilevante problema tecnico c’è, tra Tesoro e Cdp: ma l’impegno è ribadito. Come quello alla riduzione del 10% della bolletta energetica, tagliando costi impropri oggi sussidiati in bolletta.
Sul lavoro, è per intero rispiegata la somma del decreto Poletti già emanato sul tempo indeterminato e apprendistato – senza concessioni a richieste di modifiche – e della delega che darà corpo al Jobs Act. E a proposito di PA, è confermata – purtroppo – la discutibile proposta della “staffetta generazionale” lanciata dal ministro Madia: vedremo se Renzi davvero si esporrà ai fischi che i lavoratori privati riserverebbero giustamente ai prepensionamenti in deroga a favore dei dipendenti pubblici, o se si limiterò ad aprire qualche finestra nel blocco del turnover pubblico.
Però è anche vero che nei paragrafi di alcune riforme si colgono elementi mai prima visti. Si parla di separazione verticale totale delle diverse attività della holding Ferrovie dello Stato. Si esprime l’intenzione di dotarsi degli strumenti – vedi il riformato Titolo Quinto della Costituzione – per ridisegnare profondamente l’intero oceano delle 7700 società pubbliche controllate dalle autonomie. Senza escludere nessuna “vacca sacra”, dall’acqua all’energia al trasporto pubblico locale.
Ovviamente, un’ importanza fondamentale nell’elenco di riforme è attribuita a quelle istituzionali, a cominciare da quella del Senato. Padoan ha giustamente insistito. in Europa la nostra richiesta di prenderci un anno in più per azzerare il deficit in cambio di riforme che alzano il prodotto potenziale – la famosa “clausola delle riforme”- avrà più ascolto quanto più energicamente cambiamo le nostre istituzioni e la PA.

E’ proprio così. E’ un governo non liberale ma di sinistra realista e alieno da tentazioni antieuropeiste, quello guidato da Renzi. E se una debolezza essenziale ha il suo piano di riforme è che richiede un passo bersaglieresco, per essere adottato nei tempi e nei modi in cui il governo ieri l’ha definito. Ma a questo punto è del Pd,  il problema. Se una parte del partito di Renzi pensa davvero che sia un disegno autoritario da bloccare, allora inizi pure a frenare come ha cominciato a fare sulla riforma del Senato. Poi non si lamenti, però, se le urne premiano Grillo.

8
Apr
2014

Società pubbliche locali, Regioni e Titolo V°: il filo rosso che frena i tagli

Tra poche ore conosceremo il teso del Documento di Economia e Finanza. Avrà termine la ridda di ipotesi e promesse, e si entrerà nel concreto dettaglio vero dell’operatività del governo. Limitiamoci qui a una riflessione aggiuntiva. Su un punto delicatissimo dell’apparato pubblico italiano. Un punto sul quale Renzi e il ministro Padoan si ripromettono – giustamente – di intervenire, aa contro il quale sono “rimbalzati” sia il governo Monti sia il governo Letta, quando si proposero lo stesso intento.

Parliamo della finanza pubblica delle Autonomie, e dell’oceano di società che esse controllano e partecipano. Quelle di primo livello censite sono circa 7700 (quelle di secondo livello dovrebbero essere oltre 20mila, ma nessuno lo sa di preciso), muovono circa 24 miliardi di euro di oneri e quasi 13 miliardi è il solo costo dei loro oltre 200 mila dipendenti, altri 2,5 miliardi il lauto costo dei loro 24 mila amministratori e 56 mila tra revisori e consulenti. Più della metà delle società sono in perdita, quasi la metà non offrono affatto servizi ai cittadini. Hanno un debito cumulato che si stima in più di 30 miliardi (c’è chi dice fino a 40). E’ ovvio ed è giusto, mettere mano a questa proliferazione inefficiente che è continuata anche negli anni di crisi. Per la Fondazione Mattei e KPMG nel corso del decennio alle nostre spalle il socialismo municipale è cresciuto infatti di almeno il 10%.

Senonché, per invertire la marcia verso il baratro, è da sperare che il governo Renzi abbia studiato bene i fallimenti di chi l’ha preceduto. Il governo Monti aveva previsto che entro aprile 2013 si sarebbe dovuto emanare un Dpr per definire i criteri con cui procedere all’individuazione delle società locali da razionalizzare, creando un’anagrafe nazionale per selezionare quelle prestatrici di servizi da affidare a gara e quelle invece da chiudere, con la conseguente scelta di affidare all’esterno il servizio prestato nel rispetto della normativa comunitaria e nazionale. Non se ne è fatto nulla. E’ dal 2009 che il Parlamento ha chiesto chiede al al Tesoro un quadro preciso delle società partecipate e controllate (oltre che del patrimonio immobiliare detenuto), e di quelle che offrono servizi pubblici affidati in house, cioè in gestione diretta, senza gara, con vastissimo spazio garantito a criteri di discrezionalità politica e di diseconomicità di prezzi-tariffe rispetto a standard di servizio offerti. Ma solo poco più del 40% degli oltre 9mila soggetti pubblici all’obbligo di comunicazione lo adempie davvero, visto che è privo di sanzione.

Nell’estate scorsa, con il cosiddetto “decreto del fare” varato dal governo Letta si adottò una nuova proroga, di altri 6 mesi,rispetto ai termini previsti dal governo precedente per lo scioglimento delle società controllate dalle PA e l’esternalizzazione dei servizi da esse prestate. Gli enti titolari di queste società multiservizi, se fatturano fino al 90% delle loro prestazioni all’ente controllante, erano tenuti ad alienare le relative partecipazioni entro il 30 giugno 2013. E contestualmente avrebbero dovuto riassegnare il servizio prestato per 5 anni a decorrere dal 1° gennaio 2014. Niente da fare.

Anche perché, nel frattempo, la Corte Costituzionale ha richiamato i governi nazionali alla dura realtà. Con una raffica di sentenze ha smontato il più delle prescrizioni che il governo Monti aveva tentato di adottare per mettere un freno alla finanza pubblica delle Regioni. Con la sentenza 219-2013 la Corte ha così abrogato quanto era stato disposto in materia di controlli e sanzioni alle Regioni fuori controllo. Sono caduti lo scioglimento dei Consigli Regionali, l’incandidabilità per 10 anni dei presidenti di Regione finite in default per dolo o colpa grave, e persino l’obbligo di relazione di fine legislatura per fissare nero su bianco le responsabilità finanziarie di ogni governo regionale uscente. Il 6 marzo scorso, la Corte ha depositato una nuova sentenza, la 39 del 2014, con cui ha abrogato i poteri che erano stati affidati alla Corte dei Conti sul controllo preventivo di legittimità su tutti i singoli atti delle amministrazioni Regionali, nonché sulla verifica del rispetto del pareggio di bilancio. In caso di violazioni, qualora avesse rilevato spese sprovviste della dovuta copertura, la Corte avrebbe potuto bloccarle e obbligare le amministrazioni a modificare gli atti contestati. Alla Corte dei Conti era stato affidato il potere-dovere di verifica semestrale sulla legittimità e regolarità delle gestioni, nonché sul funzionamento dei controlli interni e sul rispetto delle regole contabili e del pareggio di bilancio, fino al punto di poter bloccare i programmi di spesa scoperti.

Niente di tutto questo è sopravvissuto.  La Corte costituzionale è stata categorica: l’attuale testo vigente del Titolo V° della Costituzione impedisce di vincolare e inibire la potestà legislativa dei Consigli regionali. Tanto meno consente di sanzionarli.

Ecco la lezione da studiare e mettere a frutto. Se il governo Renzi – auguriamocelo – intende davvero intervenire a spazzaneve con criteri organici per razionalizzare e cedere migliaia di società locali, accorparle e aprirle alla concorrenza vera secondo standard di servizio commisurati a costi e prezzi, allora il suo intervento deve essere commisurato e coerente al nuovo testo da approvare del Titolo V° della Costituzione, attribuendo con chiarezza allo Stato facoltà di intervenire sul pareggio di bilancio e sul portafoglio patrimoniale delle Autonomie, mattoni compresi oltre le partecipazioni mobiliari. Non è un caso che il testo della riforma sia in questi giorni all’attento esame del Quirinale.

Se il governo non farà così, il paradosso è che a cedere municipalizzate sia solo il Comune che riceve ripiani condizionali del suo debito, come capita a Roma con il sindaco Ignazio Marino che si è deciso ad annunciare la cessione di una ventina di società solo perché vincolato per decreto, in cambio dei denari ricevuti dal governo. Altrimenti la regola continuerà a essere quella di Napoli, dove il sindaco De Magistris, sfidando il governo a salvarlo come Roma dopo che la Corte dei Conti ha bocciato il suo piano di rientro di fronte al pre-default dei conti dell’amministrazione, annuncia cessioni del 40% della municipalizzata dei trasporti per mantenerne il controllo, come se i privati corressero a mettere soldi in aziende così compromesse che quando un autobus si ferma per guasti bisogna fermarne un altro per cannibalizzarne i pezzi.

4
Apr
2014

Esuberi pubblici: Renzi ha 2 strade ma una sola è svolta, assimilarli ai privati

Mancano pochi giorni alla presentazione del DEF, il Documento Economico-Finanziario che il governo Renzi dovrà presentare in Europa insieme al Piano Annuale delle Riforme. In quei due documenti , bisognerà tentare di essere il più possibili precisi e chiari. Sui diversi capitoli della manovra che il governo intende compiere per rilanciare crescita e produttività, nel rispetto dei vincoli europei , sulle coperture e sugli effetti reali di ogni singolo intervento il governo intenda porre in atto. Eventuali superficialità e approssimazione non avrebbero facili sconti, quanto più – come il premier ha ripetuto a Londra – si chiede all’Europa di “cambiare marcia”, cioè di pensare più agli effetti di crescita per rianimare reddito e prodotto, che al solo rigore per il rigore.

Uno dei capitoli essenziali sui quali occorre chiarezza, dopo queste settimane di convulso dibattito, riguarda il pubblico impiego. Non tanto o solo per la rilevanza che tale posta ha sul totale della spesa pubblica italiana. Ma perché è un pezzo essenziale dell’ambizioso piano di Renzi di imprimere una svolta all’efficienza della Pubblica Amministrazione, nelle graduatorie comparate internazionali non esattamente un vantaggio competitivo per l’Italia negli ultimi decenni. Diciamo subito che il governo ha davanti a sé due strade, diverse per assunto iniziale e strumenti conseguenti: ma una sola è davvero “la” svolta.  Prima di entrare nel merito serve una breve premessa, per inquadrare il fenomeno.

Innanzitutto, i numeri di cui si parla. Se consideriamo la spesa in retribuzioni pubbliche, dagli oltre 12 punti di PIL annui a cui era giunta nei primi anni ‘90 del secolo scorso, scese sotto il 10,5% l’anno delle “grandi pulizie” per entrare nell’euro, per poi risalireall’11,2% nel 2008. In questi anni di eurorigore è tornata a scendere, intorno al 10,5% del PIL nel 2013. Dai 172 miliardi di euro a cui ammontava ancora nel 2010 è diminuita ai 164 miliardi del 2013, e in prospettiva pluriennale è sostanzialmente stabilizzata intorno a tale cifra, con un lieve ulteriore decremento progressivo.

E’ l’effetto sostanzialmente di due misure: il blocco del turnovwer, cioè i pensionati annuali pubblici non vengono sostituiti se non con deroghe limitate; e il blocco degli scatti retributivi di anzianità, generale ma anche qui con alcune deroghe ( i magistrati, ad esempio). Numericamente i dipendenti pubblici – attenti, non comprendono i lavoratori delle società partecipate locali – sono in percentuale diminuiti più del monte retribuzioni, passando dai tre milioni e 430 mila del 2005 ai 3,2 milioni del 2013. Ma una parte del risparmio “numerico” è stato finanziariamente “mangiato” dal fatto che manager pubblici, dirigenti apicali e di prima fascia della PA, continuavano a veder salire le loro pingui retribuzioni.

Il problema non è solo e tanto la numerosità eccessiva in quanto tale, visto che in percentuale sulla popolazione non siamo poi fuori dalla media dei grandi Paesi dell’Europa continentale, in Italia 58 impiegati pubblici per mille abitanti e la Germania 54. Le dimensioni dell’intervento necessario dovrebbere conseguire invece da una valutazione seria e approfondita del rapporto tra piante organiche, produttività e obiettivi di ogni branca della PA. Cioè da un criterio microeconomico, non macro. Purtroppo un’esame sistematico di questo tipo, una vera e propria reingegnerizzazione a cominciare da scuola e sanità che da sole rappresentano oltre il 50% dei dipendenti pubblici totali, in tutti questi anni di studi e commissari alla spending review è avvenuto solo per piccoli comparti, come quello della sicurezza e forze di polizia. Per tutto il resto, si procede a spanne.

Per esempio l’invecchiamento dei pubblici dipendenti dovuto al blocco del turn over non è affatto omogeneo: si va dai 49,8 anni di età media nella scuola nel 2012 ai 45 nella carriera diplomatica, quando avrebbe più senso e sarebbe meno grave l’inverso. Come scrive Cottarelli, “il numero di esuberi nella PA dipende da piani specifici di riforma, per ora siamo a una stima preliminare”. Da questo criterio approssimativo nasce la stima degli 85mila esuberi nella PA al 2016, con un di risparmio cifrato in 3 miliardi di euro, di cui ha parlato Cottarelli suscitando un vespaio tra i sindacati.

Ma poniamo pure che la stima di 85 mila unità – ripetiamo senza comprendere le centinaia di migliaia aggiuntivi dell’universo delle partecipate locali – vada presa per buona. E’ a questo punto, che il governo deve fare una scelta. A maggior ragione dopo le polemiche scatenate dalle intenzioni espresse dal ministro Madia, che ha parlato di “staffetta generazionale” nella PA, adombrando prepensionamenti per i dipendenti pubblici in deroga ai tetti di età e contribuzione minimi introdotti dalla legge Fornero – aggiuntivi rispetto a quelli di alcune migliaia di unità previsti dal governo Monti in contemporanea al varo della riforma – accompagnati da assunzioni di giovani, altrimenti esclusi dal turnover bloccato nel settore pubblico.

Le strade sono appunto due. La prima è quella di un governo che affermi che quegli esuberi non sono esuberi per davvero. Come dovrebbe avvenire a Roma per i dipendenti della ventina di società controllate dal Campidoglio di cui i sindaco Marino ha annunciato la cessione, destinati – ha detto – al riassorbimento nelle piante organiche pubbliche comunali. Scegliere tale strada a livello nazionale significa dire che i dipendenti pubblici non vadano sottoposti alle procedure dei lavoratori in esubero del settore privato: procedure che pure in teoria nell’ordinamento italiano esistono, mobilità compresa, anche per i dipendenti pubblici, anche se non vengono praticamente mai attivate per tener buoni i sindacati. Se il governo pensa questo, se davvero scegliesse il prepensionamento in deroga per decine di migliaia di unità – la Madia per la precisione a volte ha parlato solo dei dirigenti pubblici, a volte no – che pure suona come uno schiaffo ai lavoratori e disoccupati del settore privato che lo scivolo agevolato alla pensione se lo sognano, allora il governo dovrà fare bene i conti, perché i 3 miliardi di risparmio in 3 anni si riducono di molto. E in quel caso la proporzione dei neoassunti in sostituzione agli “scivolati” difficilmente potrebbe essere superiore a un rapporto di uno a cinque, per evitare che la somma di retribuzioni nuove e pensioni aggiuntive facciano addirittura salire la spesa complessiva. Assunti per concorso e merito e non per sanare precari, bisognerebbe anche sperare. Anche se già si legge di membri del governo – e di moltissimi nel Pd – che pensano il contrario.

Oppure, c’è la seconda strada. Quella di un governo capace di rompere il tabù per davvero. Cioè di riconoscere che il settore pubblico non è diverso dal privato, e quando deve ridefinire la propria mission, obiettivi e produttività, allora può essere benissimo che esuberi “veri” ci siano eccome. E in quel caso, anche per gli esuberi pubblici scatteranno non i vecchi strumenti di sostegno al sussidio per chi perdeva il lavoro, ma dopo la mobilità il nuovo sostegno universale al reddito promesso dal governo Renzi come corrispettivo di un percorso di riformazione e ricollocazione al lavoro da parte di un sistema di intermediazione tra domanda e offerta molto più efficiente dei vecchi centri provinciali per l’impiego.

Inutile dire che questa seconda scelta sarebbe una riforma grande e vera, capace di consegnare al passato l’idea che tutti i lavoratori privati nutrono, e cioè che il dipendente pubblico alla fin fine non rischia mai niente. C’è la voglia e la forza per dirlo al sindacato?

 

3
Apr
2014

Befera ridifende i blitz fiscali, ecco perché sono sbagliati

Ieri il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, ascoltato in commissione Finanze al Senato, è tornato sui controlli fiscali “blitz” che animarono le cronache tempo fa, da Cortina a Porto Rotondo a Courmayer. Ed è tornato a difenderli come successi. Il blitz di Cortina ha fruttato allo Stato 2 milioni di euro di maggiori incassi, tra imposte dirette, IVA e sanzioni. E su 173 accertamenti fatti quel giorno, 142 sono già stati definiti e incassati, solo in 32 casi è pendente un ricorso. Con grande rispetto per Befera, cerchiamo qui di spiegare perché considerarlo un successo sia altamente opinabile. Mi è capitato più volte di confrontarmi direttamente con Befera su questo punto in radio e televisione, e so che non può risentirsene.

Non può risentirsene perché la tesi che sostengo non ha nulla a che spartire con la negazione dei grandi meriti di Befera, nei suoi lunghi anni di impegno per rendere efficiente e incisiva l’Agenzia che gli è affidata insieme ad Equitalia. Né disconosce a Befera il pregio di esser stato tra i primi a ridursi il compenso nei limiti del primo presidente di Corte di Cassazione, mentre tanti dirigenti pubblici ancora nel 2013 guadagnavano multipli. Infine, è giusto ogni volta richiamare che Befera non è responsabile, delle tante contraddizioni e sinanco follie dell’accumularsi di una sempre più fitta foresta normativa in campo tributario. Tocca anzi all’Agenzia emanare a propria volta tonnellate di circolari che fanno impazzire i professionisti del fisco, proprio perché le leggi mille volte mutate sono spesso incomprensibili agli stessi commercialisti, e inducono anche la Cassazione a sentenze contraddittorie.

Detto questo, e ribadito che il contrasto all’evasione fiscale nel nostro Paese resta emergenza seria – come serissima è quella di tagliare la spesa pubblica e abbattere le imposte, aggiungiamo noi-  andiamo al punto. Dopo l’ondata di polemiche che suscitarono i blitz del 2012, ci eravamo convinti che quella stagione dovesse essere considerata chiusa, per valutazione convergente di opinioni. Perché un conto consolidato degli effetti delle verifiche fiscali, per essere completamente attendibile e fare testo, deve obbligatoriamente considerare non solo i maggiori incassi per la finanza pubblica, ma altresì la stima delle conseguenze generate nell’economia.

Non intendiamo qui parlare degli effetti più macroscopici, quelli sui quali l’Agenzia delle Entratre è incolpevole. Esempio numero uno: ieri Befera ha giustamente vantato come un successo l’aumento anche nel 2013 di incassi da accertamenti, giunti a 13,1 miliardi di euro rispetto ai poco più di 3 miliardi di un decennio prima. Ma i contribuenti italiani continuano a sentirsi ripetere dallo Stato che meno evasione significa meno tasse per chi le paga, eppure anche nel 2013 i contribuenti onesti non hanno visto un euro di tasse in meno, dagli incassi aggiuntivi ottenuti dallo Stato attraverso i controlli. Esempio numero due: ancora ieri Befera ha aggiornato a 90 miliardi di euro la differenza annuale tra ciò che lo Stato dovrebbe ricavare dalle aliquote oggi in vigore per tutte le imposte, e ciò che lo Stato incassa davvero. Ma è difficile immaginare che questa stima davvero venga apprezzata da chi di imposte onestamente ne paga troppe, finché lo Stato non restituisce  sia pur  almeno qualcosa. In entrambi in casi è la politica, non Befera e l’Agenzia delle Entrate, ad avere la responsabilità di non aver mai attivato davvero il fondo di restituzione ai contribuenti di almeno una parte dei proventi della lotta all’evasione. Tuttavia è ovvio che, per imprese e famiglie stremate dalla crisi, dalle tasse e dalle banche, il mancato rispetto di tale pluriennale promessa conti eccome. Lo Stato è il primo, a non mantenere la parola.

Torniamo invece ai blitz. Da metà degli anni Duemila in avanti – prima assai meno, va riconosciuto che la politica per decenni ha vissuto una sorta di patto implicito con ampie fasce di evasione – sotto i morsi del necessario riequilibrio della finanza pubblica, il legislatore ha nel tempo disposto un ingente e progressivo rafforzamento degli strumenti a disposizione per la lotta all’evasione. Dalla sinergia tra tutte le banche dati pubbliche a disposizione dell’Agenzia delle Entrate, fino alle ultime norme oggi in vigore sul nuovo redditometro, e alla totale acquisizione da parte degli uomini di Befera di ogni movimentazione bancaria. Su molti di questi siamo stati critici, perché l’inversione dell’onere della prova e la mancata tutela dei diritti nel contenzioso è più regola che eccezione, ma fatto sta che l’arsenale di armi per la lotta all’evasione è diventato munitissimo.

Tutto ciò consente oggi controlli e accertamenti proprio sulla base dell’incrocio dell’immensa mole di dati attingibili con un clic dall’Agenzia, e adottando di conseguenza il metodo delle verifiche  individuali, ad personam e per così dire ad aziendam. E’ questo il metodo da seguire, per contenere ed eliminare ogni “esternalità negativa” dell’accertamento, cioè ogni effetto indotto improprio di freno e contrazione dei settori o delle aree locali in cui si interviene. Al contrario i blitz pubblici con grande dispiegamento di forza, i controlli “a strascico” porta a porta, massimizzano proprio l’effetto negativo indiretto. Se si parla con i rappresentanti delle categorie economiche attive nell’offerta di servizi turistici a Cortina, ai 2 milioni di incasso aggiuntivo per lo Stato generati dal blitz pubblico va affiancato nei mesi successivi un effetto negativo stimato tra 2 e 4 volte per alberghi, ristoranti, taxi, guide, impianti di risalita, prodotto dallo spostamento verso Austria e Svizzera di  turisti non solo italiani, ma soprattutto stranieri appartenenti al più alto segmento di reddito e consumi. Un effetto negativo verificatosi anche in Sardegna e in Valle d’Aosta, a seguito dei blitz. Su tutte queste attività sfumate, lo Stato ha perso gettito, non ne ha guadagnato.

Se alziamo lo sguardo, è esattamente ciò che si è verificato in intere filiere economiche per effetto degli aggravi sul “lusso”, decisi in quel caso dal legislatore. L’aggravio dell’imposizione patrimoniale sui natanti ha allontanato migliaia di barche dai porti turistici italiani verso quelli di Spagna, Grecia e Croazia. L’aumento di tassazione sulle auto di elevata cilindrata ha finito per spostare verso Svizzera e Austria una bella fetta della filiera dei ricambi come dell’assistenza, oltre che della vendita. In parole povere, mettendo nel mirino proprio servizi e prodotti del “lusso” giustamente abbinati al brand Italia per un segmento elevato di consumatori, italiani e soprattutto internazionale, e facendolo in maniera indiscriminata invece che caso per caso, ci diamo la zappa sui piedi. Perdiamo flussi rilevanti per l’intera economia italiana, e facciamo pagare il conto non ai ricchi che si spostano altrove, ma ai dipendenti e autonomi a basso reddito che lavorano in alberghi e ristoranti, officine e porti.

Non è di questo che ha bisogno l’economia italiana. Ma di tre altre cose. Controlli sì ma come sono oggi davvero possibili, cioè mirati e non indiscriminati. Incentivi ai dirigenti delle Entrate che premino incassi aggiuntivi ma da dove davvero si concentra l’evasione – società di capitale se si parla di redditi, aree geografiche dove si concentra l’evasione IVA  – senza premiare allo stesso modo chi genera invece contenzioso, aggravando la richiesta a chi le tasse già le paga. E infine una politica che sappia disboscare ed evitare i troppi eccessi fiscali, dalla corresponsabilità fiscale e contributiva degli appaltatori verso i subappaltanti, fino ai troppo ridotti tempi di esecutività degli accertamenti rispetto ai tempi della giustizia tributaria. La lotta all’evasione deve essere fatta senza rinunciare alla civiltà, e ai diritti del contribuente.