2 giugno: cosa resta della Repubblica?
Sessantotto anni fa, al primo suffragio universale italiano, uomini e donne scelsero il concetto immodificabile della Costituzione, la forma repubblicana, ed elessero coloro che che avrebbero dovuto portarne a compimento la redazione.
Fu vera transizione alla democrazia e alla libertà, per un giovane paese che, dal regime monarchico, era direttamente passato a un regime autoritario?
Pensare a quegli elettori, con un velo di giustificabile retorica per gli anni della liberazione della ricostruzione, fa venire alla mente le parole che Margherite Yourcenar mette in bocca all’Imperatore Adriano nelle sue memorie: “Eravamo noi che, ammaestrati dai nostri stessi errori, ci adoperavamo faticosamente per fare dello Stato una macchina atta servire gli uomini, e che rischiasse il meno possibile di sopprimerli.”
A quasi settant’anni, possiamo dire che quella macchina abbia mai funzionato? Se la Repubblica è la negazione della sudditanza, se essa è un sistema in cui il potere politico, non più ereditario, necessita di una sovranità popolare che ne sia guardiana costante e fonte di legittimazione, possiamo dirci oggi eredi di un dono di piena cittadinanza?
Sono dubbi leciti, per un sistema politico e amministrativo che non conosce sazietà dei guadagni e risparmi dei suoi contribuenti, che impone a ogni neonato, già al primo vagito, un debito pubblico di più di 35.000 euro, che si avvale non più di una legislazione incomprensibile, ma persino ignota per giorni e giorni dalla fittizia approvazione negli arcana imperi del governo, che ha perso ogni decenza nel garantire la certezza delle regole, che abusa delle misure cautelari, che non teme di espropriare la proprietà privata senza valido titolo.
Eredi di una Costituzione non perfetta, ma impoverita ancor più per l’uso che se ne è fatto, specie nella parte relativa a come i poteri politici agiscono, ci troviamo di nuovo sudditi – l’Istituto Bruno Leoni lo ha detto nel libro curato da Nicola Rossi – di uno Stato che conosce senso di dominio, piuttosto che di servizio. Non è solo questione di regole. Se così fosse, la pubblica amministrazione non dovrebbe mai chiederci estratti, certificati e atti già in suo possesso, e la digitalizzazione avrebbe snellito già molto di più di quanto non sia i rapporti tra privati e burocrazia. È una questione anche di cultura, di modo di pensare e costruire, giorno dopo giorno, i rapporti tra individui e apparato pubblico.
La domanda vera è se possa mai esistere un potere statuale, o come lo si voglia chiamare, simile a quello vagheggiato dall’imperatore Adriano. O se la condizione imprescindibile per la “minor oppressione” e una piena cittadinanza sia la responsabilità individuale, la quale implica non un modo diverso di esercitare il medesimo potere politico, ma un arretramento di questo e delle sue manifestazioni.