9
Giu
2014

Basta spalmare finti salari di produttività a tutti nella PA, Roma sia banco di prova

Ci sono due modi di considerare lo sciopero dei 23 mila dipendenti comunali romani che venerdì ha portato al blocco dei servizi municipali. Il primo è quello del colore, a cui è molto facile indulgere che spingendo sul pedale dell’indignazione, e facendo di tutt’erbe un fascio, a cominciare dai dipendenti del Campidoglio e naturalmente del sindaco Marino che ha i suoi bei guai e le sue pesanti responsabilità, ma non su questo come vedremo. Il secondo modo è di seguire la via della serietà. Cercare di capire di che cosa stiamo parlando, se sia un fenomeno patologico di Roma, e come vada affrontato in concreto: non con invettive e indignazioni contrapposte, delle quali, tanto per cambiare, pagherebbero l’ulteriore prezzo i già tartassati cittadini della Capitale.

Lo scontro è sul “salario accessorio”. Nasce come salario di risultato, cioè come componente della retribuzione non fissa ed eguale per tutti secondo qualifica e come prescritto dai contratti nazionali, di categoria, bensì legata all’ottenimento di determinati risultati. Un salario aggiuntivo di produttività, dunque. Commisurato a obiettivi stabiliti ex ante, e giudicato dai risultati concreti ottenuti secondo l’operato delle diverse unità organizzative della Pa, e individualmente.

Per gli oltre 23 mila dipendenti del Campidoglio– e per i più degli oltre37 mila dipendenti delle municipalizzate romane – non è così. I 200-250 euro di “salario accessorio” sono divenuti negli anni una componente fissa della retribuzione di ogni lavoratore.

Prima domanda. L’ha deciso il sindaco Marino? No. E’ l’effetto di una lunga deriva storica in cui giunte di destra e sinistra, in pieno accordo coi sindacati, hanno aggirato e snaturato la natura “di produttività” del salario accessorio. Per trasformarlo di comune accordo nella modalità attraverso la quale aumentare retribuzioni di base che nei contratti non aumentavano, e che anzi venivano stoppate anche negli scatti automatici per il recupero dell’inflazione, in questi anni di crisi.

Seconda domanda. E’ un andazzo che riguarda solo Roma? Anche a questa domanda la risposta è: no, nemmeno per idea. Avviene non solo in moltissimi Comuni e Regioni italiane, ma in realtà nel più della pubblica amministrazione italiana. A cominciare dalle diverse fasce di dirigenti pubblici, centrali e periferici, i primi ai quali bisognerebbe negare ogni “spalmatura per tutti” del salario di produttività, visto che dalle loro decisioni dipende il più dell’efficienza dei servizi rivolti ai cittadini, il cui miglioramento è il primo parametro da considerare nella PA.

Terza domanda. E’ un questione seria? Sì, serissima. Perché il recupero di produttività della PA è fondamentale per rilanciare la declinante produttività nazionale, visto quanto pesa la componente pubblica nei servizi. E perché la necessità è due volte urgente, visto che bisogna razionalizzare e ridurre la spesa pubblica. E il modo migliore per farlo non è quello dei tagli lineari, ma di commisurare denari a risultati e necessità.

Quarta domanda. Ma allora perché il guaio scoppia solo a Roma? Perché come è ovvio la razionalizzazione e i tagli cominciano dove l’emergenza debito e deficit è più grave. Anche se cominciano in modo che resta incomprensibilmente difforme nel territorio nazionale: vedi il caso della recentissima cosiddetta “spending review” della regione Sicilia, che continua ad assicurare ai propri stenografi un tetto retributivo di 200 mila euro l’anno. Sta di fatto che la bocciatura venuta dal Ministero dell’Economia per lo “spalma-tutti” del salario di risultato a Roma vincola il sindaco Marino, per gli obblighi derivanti dal decreto salva-Roma.

A questo punto il bivio, per la politica e per i sindacati nazionali – ripetiamo “nazionali”, non solo romani – sta ora tra il fare a scaricabarile fingendo di ignorare le responsabilità comuni di anni e anni, oppure seriamente trattare e varare una soluzione che faccia di Roma un banco di prova nazionale per il recupero di una efficienza pubblica vera, cioè quantificabile come avviene in ogni azienda e rapporti di lavoro privati.

Non c’è bisogno di alcun riforma di legge. Nella realtà, le norme che presiedono all’attribuzione del salario di risultato pubblico, alla sua misurazione, alla vigilanza sulla sua aggiudicazione, ai compiti spettanti al direttore generale o – se manca – al segretario generale del Comune –  e ai dirigenti a capo delle singole funzioni, sono tutte scritte da anni. Con tanto di blocchi di dettagliate circolari interpretative e attuative da parte della vecchia Commissione di Vigilanza sulla Trasparenza e Integrità delle Amministrazioni pubbliche, la vecchia CIVIT che diventa oggi Autorità Anticorruzione guidata dal dovunque arci-invocato Raffaele Cantone. Non c’è proprio niente da scoprire, né da aggiungere. Basta attuarle, tutte quelle norme. E per attuarle, appunto, politica e sindacati devono insieme capire che si tratta di girare pagina per sempre, rispetto alle fette di merendina – dire “torta” sarebbe troppo, e mancare di rispetto ai lavoratori pubblici romani – uguali per tutti a prescindere dai servizi offerti.

E’ esattamente questo, che a Roma può e anzi deve oggi accadere. Poiché siamo in Italia, com’è forse inevitabile bisognerà pensare a un meccanismo di transizione, per evitare che quei 200 euro scompaiano da un mese all’altro dalle tasche di dipendenti non in linea coi risultati prefissi, ma comunque del tutto incolpevoli del fatto che giunte e sindacati abbiano deciso per anni di rimpinguare così gli stipendi di tutti. L’essenziale è che non si perda un’occasione che potrebbe essere addirittura storica. Che i sindacati non pretendano di rinviare la palla in tribuna, come sembra vogliano fare. E che, soprattutto, sia una soluzione da additare al resto d’Italia come l’inizio di un nuovo capitolo, di una PA fiera finalmente di far meglio, e capace di pagare meglio chi lo fa. Lo so, forse è solo un sogno. Del resto, l’Impero Britannico amministrò l’India attraverso l’Indian Civil Service, che non superò mai se non di pochissimo e solo alla fine i mille dipendenti, 60 volte meno dei dipendenti del Campidoglio e delle sue municipalizzate.

 

7
Giu
2014

L’aumento della spesa pubblica e la falsa austerity degli Stati

C’è un mito che aleggia sopra l’Europa e in particolare in Italia: l’austerity. Ma austerity cosa significa? Austerity delle famiglie e delle imprese o austerity da parte dello Stato?

Gli ultimi dati dell’ufficio di statistica dell’Unione Europea, Eurostat, smentiscono chiaramente quello che tutti i governi vanno ripetendo da anni.

Gli Stati hanno aumentato la loro spesa pubblica, anche nei famosi PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna). Altro che austerity!

Questo aumento della spesa pubblica ha provocato uno squilibrio nei conti pubblici. Uno squilibrio che le famiglie e le imprese in qualche modo devono colmare per non fare fallire lo Stato sotto l’eccessivo deficit. Read More

6
Giu
2014

Expo, Mose, corruzione: una questione di ipertrofia regolatoria e spesa pubblica

Con periodicità costante, tornano gli scandali della corruzione negli appalti pubblici.

In questa sola primavera, due momenti importanti della contrattualistica pubblica, l’Expo di Milano e il Mose di Venezia, sono balzati alla cronaca per aver rappresentato l’occasione di imponenti, quanto a diffusione e entità, ladrocini.

Il Presidente del Consiglio ha detto ieri che il problema sono appunto i ladri, non le regole. Ma – come saggezza popolare insegna – sono le occasioni che fanno l’uomo ladro.

Secondo stime della Commissione europea gli stati dell’Unione spendono ogni anno in appalti pubblici circa un quinto del loro PIL. Se non vogliamo recitare la parte di Alice nel paese delle meraviglie, è chiaro che il flusso economico generato dagli appalti pubblici, unito al fatto che gli appalti sono un settore iperregolato dove ogni passaggio di autorizzazione, controllo e verifica implica una certa discrezionalità amministrativa, rende il settore a forte rischio di corruzione.

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5
Giu
2014

L’economia digitale europea ha bisogno della concorrenza fiscale—di Massimiliano Trovato e Diego Zuluaga

Come stimolare l’emergere di un vivace settore digitale in Europa? Questo problema occupa i decisori politici di Bruxelles da qualche tempo, tanto che nel 2010 la Commissione Europea ha istituito la posizione di Commissario per l’Agenda Digitale, con l’obiettivo specifico di mettere le tecnologie digitali al centro dell’economia comunitaria e di colmare il crescente divario d’innovazione tra gli Stati Uniti e il vecchio continente.

Purtroppo per la Commissione, la maggior parte dei fattori alla base dell’imprenditorialità e dell’innovazione, digitale o meno, sfugge al controllo dei funzionari pubblici, anche dei più illuminati. I governi, tuttavia, possono avere un impatto predisponendo un ambiente in cui gli imprenditori possano assumersi dei rischi, in cui i fondi di venture capital possano investire, in cui nuove imprese digitali possano aprire i battenti e assumere. Specialmente in campo fiscale e regolamentare, le politiche pubbliche possono avere un effetto liberatorio o soffocante.

Ciò è stato riconosciuto dal gruppo di esperti della Commissione sulla tassazione dell’economia digitale, che ha pubblicato il proprio rapporto la settimana scorsa. Fortunatamente, il gruppo ha respinto l’idea assurda di una tassa specificamente rivolta alle imprese digitali, la quale, oltre ad assestare un colpo letale al settore tecnologico in Europa, avrebbe sollevato grosse preoccupazioni dal punto di vista dell’uguaglianza di fronte alla legge. L’idea stessa di riformare la fiscalità internazionale prendendo di mira un particolare settore, per non dire particolari aziende all’interno di quel settore, è davvero problematica.

(Queste preoccupazioni non hanno impedito al governo italiano di approvare una disposizione che imponeva alle imprese di acquistare pubblicità on-line da fornitori muniti di partita Iva italiana – sostanzialmente una tassa sui motori di ricerca. Per il sollievo degli aspiranti impiegati del settore, la misura è stata in seguito abrogata.)

Meno commendevole, però, è il generale approccio degli esperti alle imposte sui redditi d’impresa e alla direzione che l’Europa dovrebbe prendere in materia. Pur ammettendo che la politica fiscale per le società implica “un difficile bilanciamento fra la raccolta di gettito e la creazione di un clima che favorisca gli investimenti e la crescita”, il gruppo ha manifestato apprezzamento per le attività dell’OCSE, che nel proprio Piano d’azione del 2013 sull’erosione della base imponibile e il trasferimento dei profitti ha auspicato un maggior coordinamento internazionale delle politiche tributarie e la fine della concorrenza “sleale” tra giurisdizioni fiscali.

Non c’è nulla di male nel fatto che i paesi imparino gli uni dagli altri e lavorino insieme per sviluppare delle best practice. Però il riferimento al “coordinamento”, specialmente nel contesto dell’Unione Europea, immediatamente solleva il rischio di un'”armonizzazione” o, peggio, di una “perequazione”. Ciò non implica necessariamente una singola aliquota applicabile a tutte le imprese europee. In realtà, la proposta della Commissione per una base imponibile comune e consolidata per i redditi d’impresa – che allocherebbe quote predefinite dei profitti delle imprese ai diversi paesi, in vista della tassazione alle aliquote nazionali – e l’idea, altrettanto preoccupante, di un’imposizione sul reddito destination-based  – prelevata, cioè, non dove ha luogo la produzione, ma dove si verifica il consumo – sono molto più sofisticate

Eppure, a ben vedere, consapevolmente o meno, raggiungono lo stesso risultato: quello di limitare la capacità dei paesi di attrarre investimenti riducendo il peso fiscale per le imprese. Entrambe le proposte implicano che una società che operi in Francia e in Irlanda, ma con sede in quest’ultima, non paghi più tutte le proprie imposte sul reddito alla conveniente aliquota irlandese del 12,5%, bensì se ne veda sottrarre una grossa fetta alla ben meno apprezzabile aliquota francese del 33,3%. Questo non danneggerebbe solo l’Irlanda e le imprese in questione: pregiudicherebbe anche i dipendenti e i consumatori in Francia, Irlanda e nel resto del mondo.

Ecco perché: quando si riduce l’incentivo di un paese a mantenere la tassazione contenuta, lo si incoraggia a diventare meno come Irlanda e più come la Francia. E anche un confronto approssimativo tra la prima – che ospita le sedi europei di numerose imprese tecnologiche di primo piano come Apple, eBay e Facebook – con la seconda – dove gli imprenditori si levarono nel 2012 contro l’aumento del già penalizzante prelievo sulle società – dimostra che un movimento nella direzione indicata dalla Francia non può essere positivo per l’innovazione e per l’imprenditoria digitale.

Il punto fondamentale è che, tanto delle politiche fiscali, quanto nel mercato, la concorrenza produce enormi benefici per consumatori, lavoratori e contribuenti. Non solo perché limita la crescita dello Stato e incoraggia i governi a spendere con maggior moderazione, ma anche perché promuove un clima in cui le persone sono più incentivate a investire, assumersi rischi e innovare. I benefici della concorrenza fiscale non sono limitati a coloro che vivono in paesi a bassa tassazione: i consumatori francesi hanno accesso alle stesse tecnologie degli americani e degli irlandesi (sebbene, forse, a un prezzo superiore). I benefici della libera impresa si estendono anche ai luoghi in cui essa è scoraggiata.

Naturalmente, si può e si deve discutere se i meccanismi tributari tradizionali debbano essere aggiornati alla nuova realtà dell’economia digitale, che consente alla produzione di spostarsi liberamente tra le giurisdizioni in modo tale da godere di un ambiente più favorevole. Ogni modifica ai princìpi fondamentali della fiscalità internazionale dovrebbe, però, applicarsi a tutti i settori industriali: ai motori di ricerca così come ai produttori di formaggi, ai prodotti digitali così come all’arredamento.

Dunque, la natura del tema richiede una discussione molto più profonda di quella a cui stiamo assistendo. Nel frattempo, se desidera iniziare a colmare il divario digitale tra Europa e Stati Uniti, la Commissione dovrebbe lavorare per mantenere la capacità dell’Irlanda di mostrare alla Francia come un paese possa attrarre un settore tecnologico fiorente.

[Questo post è stato scritto in collaborazione con Diego Zuluaga e compare anche sul blog dell‘Institute of Economic Affairs.]

5
Giu
2014

Mose, Expo: 10 punti per una cura radicale, non superman Cantone

Dopo gli arresti per Expo a Milano, quelli per il MOSE a Venezia. Il Nord ne esce malissimo, quanto a etica pubblica, spreco di risorse e corruzione. E siamo sempre lì da decenni, a interrogarci su un male che non passa mai, quello delle tangenti sulle opere pubbliche, dei denari chiesti da manager pubblici e politici per agevolare procedure e aggiudicare gare. Dal crollo della prima repubblica per tangentopoli all’attuale lunga agonia della seconda, è un copione immutabile. E dopo tanti anni e tanti miliardi bruciati, in un paese che di infrastrutture e opere pubbliche è in deficit gravissimo visto che gli investimenti sono l’unica parte della spesa pubblica che la politica ha compresso facendo crescere invece la spesa corrente, speriamo venga il momento di qualche soluzione. Invece di limitarci alla pura indignazione per le indagini e gli arresti da parte dei magistrati, cerchiamo di capire il fenomeno con cui siamo alle prese. Lo dico subito: non credo affatto che la cura salvifica sia l’Anticorruzione di superman Cantone.

Primo. Anni e anni hanno mostrato che con la superfetazione di norme amministrative, codice degli appalti enciclopedico, conferenze di servizi pronte per anni a bloccare ogni avanzamento progettuale, nel nostro Paese opere superiori a una certa entità semplicemente non si riescono a realizzare.

Secondo. Di fronte a questo, a maggior ragione la politica ha tagliato le risorse per le infrastrutture, immaginando in vent’anni “strade accelerate” per opere considerate essenziali. A ciò rispondeva la legge obiettivo del primo governo Berlusconi, poi però diventata un protocollo speciale che al ministero delle Infrastrutture è rapidamente giunto a contenere anch’esso prima decine e decine, e poi centinaia di opere.

Terzo. A quel punto si è scatenata la logica di patronage politico-territoriale. Parliamoci chiaro: il MOSE a Venezia, e lo stesso vale per Expo come per la TAV, hanno indirizzato al Nord risorse di gran lunga maggiori di quelle riservate al Sud. Perché lo spirito iniziale del centrodestra fondato da Berlusconi aveva un forte impulso a soddisfare non solo esigenze politiche – quelle della Lega – ma di un radicamento territoriale complessivo e di uno sbandierato rapporto con le imprese.

Quarto: la scelta non è però stata effettuata in base a inoppugnabili criteri di costo-beneficio. Per dirne una: Venezia è un patrimonio dell’umanità che attira turisti da tutto il mondo e va assolutamente preservato. Ma lo Stato che ha già versato 5,2 miliardi per la realizzazione delle paratie mobili che servono a evitare l’acqua alta è lo stesso Stato che centralmente non destina che 150 milioni l’anno a interventi contro l’intero dissesto idro-geologico nazionale. Quello che a ogni autunno provoca non acque alte, ma raffiche di morti sotto frane ed esondazioni in tutto il paese. E’ amaro dirlo, ma il Nord esce male da queste scelte innanzitutto per i criteri che la politica ha scelto a suo vantaggio, prima ancora che per gli arresti ordinati dalle Procure quando scoppiano gli scandali.

Quinto. Nel frattempo le norme amministrative bizantine aumentavano, e dunque anche per le opere “prioritarie” il problema diventava quello delle opere comuni, bloccate. Ecco il brodo di coltura per le cupole degli affari, formate da manager pubblici indicati dai partiti e dai politici, senza i quali le imprese interessate ai lavori non possono contare sull’aggiudicazione della gara. E senza apertura e avanzamento del cantiere non arriva la rata annuale di finanziamento. La realtà delle inchieste mostra che le imprese disposte al gioco sporco non sono più “sistema”, come nella prima repubblica di fronte al “sistema” allora dei partiti. Ma ci sono, continuano a esserci. E maggiori sono le risorse stanziate da Roma, più alta è la possibilità di far provvista per manager pubblici e politici, di fronte alle varianti d’opera, con relativi aggravi di costo pubblico e d’incasso per le imprese, che politica e PA riescono alacremente a determinare.

Sesto. Tutto ciò è stato agevolato dal proliferare di “veicoli speciali”, cioè in deroga alle norme generali amministrative inapplicabili. E’ successo per la Protezione Civile anni fa. Per l’Expo che, costretto alle deroghe visto il ritardo determinato dalle nome ordinarie, ha così potuto gestire appalti a chiamata invece che con gare europee. E a quanto pare idem si può dire con il Consorzio Venezia Nuova per il MOSE.

Settimo. Che sta nei comandamenti per “non rubare”. E qui casca l’asino. Perché dai tempi di tangentopoli ci si è voluti convincere che la legalità nei lavori pubblici sarebbe stata la legge penale, a tutelarla. I fatti dicono che è una baggianata. Ogni procura italiana ha in corso indagini su appalti e gare pubbliche che nascondono corruzione e concussione. E se oggi molti credono che la soluzione venga sovrapponendo al codice degli appalti il controllo della magistratura amministrativa, civile, penale, e sopra queste anche quello della super costituenda autorità anticorruzione dell’ottimo Raffaele Cantone, è una baggianata per addizione, ma baggianata resta. Non saranno manette e aggiuntivi supermagistrati, a impedire che l’ostacolo delle norme dello Stato venga superato da improprie collusioni tra pubblico e privato (compresi magistrati della Corte dei Conti, a quanto pare a Venezia..), laddove si concentrano le poche pingui risorse destinate a opere pubbliche. E non sarà il fatidico avvento degli “onesti”, a impedire appetiti e fondi neri.

Ottavo. E dunque? Sappiamo bene che molti promettono salvifiche riforme delle regole. Oggi, ne troverete i giornali pieni. Ma è una contraddizione logica dire “più controlli pubblici”, quando sono proprio le norme pubbliche a impedire all’Italia di essere un paese normale. Con tanti saluti in primis alla presunta superiorità morale del Nord rispetto al Mezzogiorno. E’ proprio il nodo delle norme ordinarie, quello che va sciolto. Ma radicalmente.

Nono. Quando un’opera, come il MOSE, nasce 14 anni fa con un costo stimato di 800 milioni di euro di oggi, e alla fine – oggi siamo all’80% della sua realizzazione – ne costa 7 miliardi, con una smisurata crescita che alimenta pacchi di milioni sviati a fini illeciti, e quando questo stesso meccanismo si ripete da anni, allora vuol dire che bisogna incidere il vero nodo. Per non dare ragione a chi dice no a ogni opera pubblica – un partito temibile, che acquista punti a ogni arresto, e che condannerebbe però l’Italia a un sia pur onestissimo accentuato declino – bisogna recidere dall’opera pubblica ciò che il pubblico non si è dimostrato capace di fare.

Decimo. Una volta decisa l’opera “davvero” prioritaria, non devono essere la PA e la politica a gestire né l’aggiudicazione, né il suo avanzamento. Le gare vanno giudicate da commissioni terze, rispetto a politica e PA, definite per pura competenza professionale. Se ai privati vincitori si assicurano tempi certi, loro potranno col sistema bancario occuparsi del financing attraverso il sistema bancario, senza dipendere anno per anno dalle quote di risorse concesse o negate dal pubblico. Che alla fine resta però titolare del funding, cioè del pagamento una volta che standard, costi e tempi dell’opera siano rispettati dal suo realizzatore.

Naturalmente, ai più questa proposta sembrerà velleitaria, impossibile in Italia. Ma guai radicali chiedono rimedi radicali. Gli arresti di Milano e Venezia sono una vergogna per il Nord e per l’Italia nel mondo, ma non fermano l’emorragia. Che ha un solo vero responsabile. E’ la foresta normativa, a respingere gli onesti, ad allontanare dall’Italia le maggiori aziende di lavori pubblici del mondo, e a coprire con le sue mille frasche corrotti e collusi.

4
Giu
2014

Cina, pensioni e Club SEP—di Alberto Latorre-Artus

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da AtlasNetwork.

Negli ultimi anni, gli esperti cinesi si sono preoccupati dei crescenti oneri finanziari causati dall’invecchiamento della popolazione cinese, problema acuito dall’approccio alla pianificazione familiare, meglio conosciuta come “politica del figlio unico”. Yang Yansui, esperto di questioni pensionistiche della Tsinghua University, ipotizza che, a partire dal 2035, il drago dormiente diventerà una “super ageing society”, una società in super-invecchiamento, in cui ogni pensionato dovrà essere mantenuto da appena due lavoratori. I grafici qui sotto mostrano l’entità di questo problema incombente. Read More

3
Giu
2014

Tre modi diversi di leggere la pagella Ue: quello di Renzi, dei conti, e del FMI

La “pagella” di Bruxelles va letta in tre modi del tutto divergenti. Renzi la considera un successo. Per chi bada ai conti, è un avviso di nuovi guai. Per il FMI, la conferma che non è da escludere, di doversi preparare a sostenere il debito pubblico italiano che continua a crescere, se i mercati andassero incontro a scossoni.

Al governo Renzi interessava prioritariamente solo una cosa, dell’atteso esame da parte della Commissione Europea del piano di stabilità – il DEF – e del piano di riforme inviati a Bruxelles ad aprile. Che non ne discendesse la necessità di una manovra correttiva immediata dei conti pubblici. Sotto questo profilo il governo ha vinto. In un concitato confronto finale, è saltata la convinzione che era stata originariamente espressa dagli uffici tecnici della Commissione. La manovra correttiva c’era eccome. Ed era bocciata la richiesta di far slittare di un anno il pareggio di bilancio. Mentre alla fine la manovra è stata rinviata alla prossima legge di stabilità, e all’esame che a ottobre ne farà la nuova Commissione (se nel frattempo si superano le divergenze tra socialisti e popolari, per formarla).

Ma ieri, sui social network italiani, appena letto il verdetto europeo – articolato in otto punti assai dettagliati – era evidente una cosa. L’aria che tira resta quella di una crescente insofferenza, verso le indicazioni europee. O Commissione e Consiglio Europeo ne terranno conto, oppure è inutile illudersi. Lo iato tra europei e istituzioni e regole comunitarie non è affatto destinato a diminuire. Tanto meno in Italia.

Ciò che a molti italiani – politici come no – risulta difficile buttar giù è proprio la prescrittività delle indicazioni europee, quando l’Italia è uscita l’anno scorso dall’infrazione per eccesso di deficit pubblico oltre il 3%. Mentre Francia e Regno Unito non ne usciranno che nel 2015 – forse, in particolare la Francia che è molto indietro – e la Spagna nel 2016. Oggi, 11 dei membri dell’Ue sono in procedura d’infrazione per eccesso di deficit, ed erano 24 nel 2011. Il miglioramento c’è. Ciò malgrado, l’Italia, sola tra i paesi fondatori insieme a Slovenia e Croazia, resta iscritta nella categoria degli squilibri eccessivi macroeconomici che possono avere effetti sistemici. Il sottoinsieme più “pericoloso”, secondo il semaforo europeo. Per quanto ciò non piaccia ai più, ci sono due vere e oggettive ragioni per questo. La prima è l’immensità del nostro debito pubblico, che continua a salire oltre quota 134% del PIL, e potrebbe arrivare a quota 150% al 2017. Visto che le previsioni dei governi Monti e Letta sono risultate del tutto inattendibili (per il primo dovevano essere oggi a quota 118, per il secondo a quota 124% del Pil). La seconda è la nostra bassissima crescita, ancora negativa all’ultimo dato ufficiale, quello del primo trimestre 2014. Ecco perché la raccomandazione all’Italia emessa ieri è molto prescrittiva soprattutto sulle riforme per la crescita. Ma sarebbe sbagliato credere che le raccomandazioni agli altri Paesi siano ispirate a più buonismo: lo può pensare solo chi non si prende la briga di andare sul sito della Commissione per leggersele una per una. La Francia di Hollande ne esce a pezzettini, per l’inattendibilità delle sue stime di bilancio. Ce n’è anche per la Germania, in particolare sulla qualità della sua spesa pubblica, e sulla bassa apertura al mercato di numerosi segmenti della sua economia.

Veniamo agli otto punti riservati all’Italia di Renzi. Il primo era quello delicato, la stima della congruità tra le misure di contenimento del deficit presentate e il piano di rientro pluriennale. A Renzi e Padoan è andata bene: la Commissione ha accettato lo slittamento di un anno richiesto ad aprile per il raggiungimento dell’azzeramento del deficit strutturale – che non è il deficit zero, ma quello tecnicamente “corretto per il ciclo”. Ma all’obiettivo indicato per il 2015 manca, secondo Bruxelles, uno 0,6% di Pil di misure salvadeficit. E’ la somma della mancata correzione alla legge di stabilità di Saccomanni, che pure Bruxelles aveva chiesto a Letta, nonché dell’ottimismo della crescita attesa dal governo Renzi nel 2014, con un +0,8% tutto da verificare, visto che il trascinamento del primo trimestre 2014 darebbe su base annua una crescita negativa di – 0,2%. Nonché, ancora, delle troppo esigue misure taglia-spesa assunte nel 2014 da Renzi, per non irritare il corpo elettorale sotto elezioni europee.

Che cosa vuol dire, in concreto, questa valutazione? Che a meno di un rimbalzo del Pil italiano che oggi nessun istituto internazionale prevede, la legge di stabilità per il 2015 diventa sempre più complicata. Non aver assunto misure di contenimento del deficit che per un paio di miliardi in questo 2014 rinvia 15 miliardi dei “tagli Cottarelli” al 2015. Ma attualmente quei tagli servono a malapena a finanziare la trasformazione del bonus di 80 euro in strutturale, e la sua estensione annunciata a pensionati e incapienti (Renzi ha parlato anche degli autonomi…). Per la Commissione, bisognerà aggiungere 9 miliardi di tagli in più (o Dio scampi e liberi, di tasse), perché l’azzeramento del deficit strutturale risulti credibile, sia pur con l’anno di rinvio concesso a Renzi a costo di qualche strattone. Si può dire tout court che gli 80 euro di bonus coprono esattamente i 9 miliardi che mancano secondo Bruxelles, averli concessi è dunque un azzardo contabile.

Ma è stata la chiave del successo politico del governo. Padoan e Renzi restano per questo ottimisti. Sono gli altri sette punti, pensano, quelli sui quali la nuova Commissione non potrà che dare un voto positivo all’Italia, in autunno. I punti cioè che dovrebbero alzare la crescita potenziale dell’Italia, cioè le riforme. Quella della PA, dell’anticorruzione della giustizia civile e di un più efficace utilizzo dei fondi europei. Quella del mercato del lavoro (il dettaglio copre praticamente ogni capitolo del Jobs Act). Quella dell’accesso delle imprese agli impieghi bancari (ma c’è anche da parte della Commissione una bella tirata d’orecchi a banche popolari e fondazioni, il che spiega perché il governatore Visco sia stato esplicito e tagliente su questi punti, quattro giorni fa). Quella del sistema della formazione e dei suoi criteri di valutazione. Infine l’apertura al mercato di un bel po’ di settori elencati, che in Italia ne restano esclusi o in ritardo (dalle poste alle norme sugli appalti, fino a molti settori del trasporto, a cominciare da quello pubblico locale).

Un problemino non da poco resta però sul fonte fiscale. La riforma del catasto e la delega fiscale sono ormai avviate all’attuazione. Ma la Commissione continua a chiedere più IVA e più tasse sulla casa, al posto di quelle su impresa e lavoro. Dopo tre anni di calvario da ICI a IMU e TASI, prevedere aggravi su questo fronte e altri aumenti IVA abbssa-consumi è pressoché impensabile. Le troppe imposte su lavoro e impresa vanno abbattute tagliando la spesa e rivedendo la giungla di detrazioni e detrazioni, non ipertassando case e capannoni.

Conclusione. E’ molto forte il rischio che il no ottenuto alla manovra subito si risolva nella classica italianata, cioè limitarsi a prender tempo e pensare che domani è un altro giorno. Renzi punta tutto sulle riforme. E va bene. E sul fatto che nel semestre italiano di presidenza UE farà cambiare il modo di valutare gli andamenti di bilancio: ma a questo io francamente non credo. I numeri pubblici italiani restano sballati, non tagliare la spesa significa non aver margine per sgravi, e credere che il debito pubblico in salita da bassa crescita non tornerà a essere un problema di rischio-sostenibilità significa non aver capito nulla, di questi anni.

 

2
Giu
2014

2 giugno: cosa resta della Repubblica?

Sessantotto anni fa, al primo suffragio universale italiano, uomini e donne scelsero il concetto immodificabile della Costituzione, la forma repubblicana, ed elessero coloro che che avrebbero dovuto portarne a compimento la redazione.

Fu vera transizione alla democrazia e alla libertà, per un giovane paese che, dal regime monarchico, era direttamente passato a un regime autoritario?

Pensare a quegli elettori, con un velo di giustificabile retorica per gli anni della liberazione della ricostruzione, fa venire alla mente le parole che Margherite Yourcenar mette in bocca all’Imperatore Adriano nelle sue memorie: “Eravamo noi che, ammaestrati dai nostri stessi errori, ci adoperavamo faticosamente per fare dello Stato una macchina atta servire gli uomini, e che rischiasse il meno possibile di sopprimerli.”

A quasi settant’anni, possiamo dire che quella macchina abbia mai funzionato? Se la Repubblica è la negazione della sudditanza, se essa è un sistema in cui il potere politico, non più ereditario, necessita di una sovranità popolare che ne sia guardiana costante e fonte di legittimazione, possiamo dirci oggi eredi di un dono di piena cittadinanza?

Sono dubbi leciti, per un sistema politico e amministrativo che non conosce sazietà dei guadagni e risparmi dei suoi contribuenti, che impone a ogni neonato, già al primo vagito, un debito pubblico di più di 35.000 euro, che si avvale non più di una legislazione incomprensibile, ma persino ignota per giorni e giorni dalla fittizia approvazione negli arcana imperi del governo, che ha perso ogni decenza nel garantire la certezza delle regole, che abusa delle misure cautelari, che non teme di espropriare la proprietà privata senza valido titolo.

Eredi di una Costituzione non perfetta, ma impoverita ancor più per l’uso che se ne è fatto, specie nella parte relativa a come i poteri politici agiscono, ci troviamo di nuovo sudditi – l’Istituto Bruno Leoni lo ha detto nel libro curato da Nicola Rossi – di uno Stato che conosce senso di dominio, piuttosto che di servizio. Non è solo questione di regole. Se così fosse, la pubblica amministrazione non dovrebbe mai chiederci estratti, certificati e atti già in suo possesso, e la digitalizzazione avrebbe snellito già molto di più di quanto non sia i rapporti tra privati e burocrazia. È una questione anche di cultura, di modo di pensare e costruire, giorno dopo giorno, i rapporti tra individui e apparato pubblico.

La domanda vera è se possa mai esistere un potere statuale, o come lo si voglia chiamare, simile a quello vagheggiato dall’imperatore Adriano. O se la condizione imprescindibile per la “minor oppressione” e una piena cittadinanza sia la responsabilità individuale, la quale implica non un modo diverso di esercitare il medesimo potere politico, ma un arretramento di questo e delle sue manifestazioni.