30
Giu
2014

Uk e Ue: se fossimo britannici, la penseremmo come Cameron

Per la maggioranza degli italiani e degli europei continentali, il Regno Unito continua a essere nell’Unione Europea una specie di riottoso membro aggiunto, più estraneo che consanguineo, più diverso che affine. Tanto che molti politici continentali accarezzano i loro elettorati neonazionalisti dicendo “ma che cosa vogliono, questi britannici? se ne vadano”. Dopo il neoisolamento di Londra nel suo pressoché solitario no a Jean-Claude Juncker come neopresidente della Commissione Europea, il tema torna attuale. Perché nel Regno Unito di sicuro in autunno si vota in Scozia per la sua indipendenza da Londra. E perché lo stesso premier Cameron, a questo punto, difficilmente potrà non tener fede all’impegno preso nel 2013, convocare entro 3 anni un altro referendum, sulla stessa permanenza britannica in Ue.

I fraintendimenti fioriscono in realtà su entrambe le rive della Manica. E’ vero per esempio che Londra si unì alla CEE solo nel 1973, ma l’Unione Europea a 12 nasce nel 1992 col Trattato di Maastricht avendo il Regno Unito come socio fondatore a pieno titolo. E’ verissimo che la Thatcher impostò con forza un regime di opting out per tutti i passi in avanti “federali” europei che non convincevano Londra, ed è la stessa impostazione che ha spinto i britannici a tenersi stretta la sterlina, invece dell’euro. Ma sotto questo punto di vista se fossimo stati britannici avremmo avuto ragione a fare esattamente le stesse scelte: la moneta unica senza politica comune si è rivelata, di fatto, una ideologica fuga in avanti, produttrice di più asimmetrie invece che di convergenza tra eurodeboli ed euroforti.

Dall’altra parte, nella politica e nella cultura britannica resta fortissima l’eredità dell’isolazionismo, che per tre secoli animò però l’impero mondiale più grande del mondo, per poi vederlo disfatto in meno di 30 anni a metà del secolo scorso. L’Impero britannico resta largamente ignoto, nei suoi fattori di incredibile progresso alla, nostra capacità di comprensione. Lo liquidiamo solo con gli occhiali dell’anticolonialismo contemporaneo, dimenticando che già a inizio Ottocento la flotta di sua maestà fermava le navi negli oceani di tutto il mondo per liberare gli schiavi, e che nel 1880 aveva – con capitali privati – posato più di 150mila km di cavi telegrafici sotto tutti gli oceani del pianeta.

Due esempi soli per capire come mai nei sondaggi – a ogni scontro con l’Ue – i fan britannici dell’uscita dall’Europa tendano a risalire fino a punte del 70%. Mentre i giornali europei sabato titolavano tutti sulla figuraccia rimediata da Cameron, il Daily Telegraph pubblicava un rovente editoriale titolato “cara Ue adesso sta a te convincerci, che valga la pena restare”. L’argomento centrale, cioè il fatto che il vecchio eurocrate lussemburghese Juncker non sia affatto quanto serve alla UE per cambiare passo, direzione e velocità, sembrava in realtà dettato da Matteo Renzi in persona. “La maggioranza di noi vorrebbero riformare l’UE al fine di salvarla, pochi vogliono lasciarla senza almeno cercare di sistemare le cose”, concludeva l’editoriale.

Leggendo la stampa moderata britannica si capisce che il premier Cameron non è finito a 2 contro 26 nel voto su Juncker perché sprovveduto. Tanto è vero che anche il leader dei laburisti Ed Miliband, e quello del partito più europeista di tutti a Londra, il liberaldemocratico Nick Clegg, erano duramente contro Juncker. Cameron deve recuperare il successo dell’UKIP alle urne europee, realizzato attingendo a voti conservatori e liberaldemocratici. La polemica frontale di Cameron contro Berlino e la stragrande maggioranza della Ue mira dunque a recuperare quei voti, anche se ciò aiuta gli indipendentisti scozzesi nel referendum – che come i catalani vogliono separarsi da Londra, ma non dalla Ue – ed espone Cameron a una netta deriva antieuropea in caso di referendum nazionale.

Secondo esempio. Se c’è un think tank tra tutti quelli britannici a costituire riferimento essenziale per i liberal-mercatisti (anche per me), è l’Institute for Economic Affairs, che Antony Fisher, Ralhp Harris e Arthur Seldon nell’immediato secondo dopoguerra resero una delle più avanzate fucine di pensiero, coinvolgendo economisti come James Buchanan, Ronald Coase, Milton Friedman, Vernon Smith: lì si formarono le basi per la rivoluzione thatcheriana. Ebbene l’IEA dal 20013 bandisce un premio annuale di 100mila sterline per i miglior lavoro sul tema “Brexit”, l’acronimo con cui si abbrevia l’uscita della Gran Bretagna dall’UE. Nel 2013 l’ha vinto un diplomatico inglese trentenne, che ha messo in imbarazzo il suo stesso governo.

In realtà numeri alla mano il Regno Unito ha guadagnato dalla sua appartenenza all’Unione Europea, e viceversa. I conti li aggiorna di anno in anno il CBI, l’equivalente della nostra Confindustria (sia pure in versione molto più light, il Regno Unito non è mai stato consociativo, tranne che tra gli anni ‘50 e metà anni ‘70). A novembre scorso, il beneficio calcolato dal CBI ammontava a una cifra tra i 62 e i 78 miliardi di sterline, cioè tra il 4 e il 5% del Pil britannico: in media 3mila sterline annue a famiglia. Naturalmente gli isolazionisti non concordano, sostenendo che in ogni caso l’uscita dai vincoli Ue avverrebbe comunque contrattando la piena appartenenza a un’area di libero scambio, più aperta ancora alla Ue rispetto ai paesi dell’area EFTA che non ne fanno parte, come Islanda, Norvegia e Svizzera.

Tuttavia è un fatto che appartenendo alla UE il commercio del Regno Unito verso i paesi membri è salito del 55% sul totale dei suoi scambi, fino a 364 miliardi di sterline nel 2013 rispetto ai 43 miliardi del totale import-export con la Cina. Poiché quello che conta nel Pil britannico e nella sua bilancia dei pagamenti è innanzitutto l’offerta di servizi finanziari più dei manufatti, anche da questo punto di vista decisivo la City di Londra si è integrata più velocemente con l’eurozona che con qualsiasi altro mercato, e per asset finanziari internazionali detenuti dagli intermediari britannici quelli nell’euroarea sono cresciuti 5 volte di più sull Pil di quelli riservati al mercato USA. Se guardiamo per origine allo stock degli investimenti esteri in UK al 2012, quelli di provenienza dall’area Ue ammontano a oltre 450 miliardi, più del doppio di quelli dagli Usa, e più di sei volte quelli provenienti dall’Asia, sauditi ed emirati compresi oltre ai cinesi e russi.

Naturalmente, queste cifre sono da leggere anche all’inverso: saremmo dei matti, a credere di guadagnarci con l’uscita dei britannici dalla Ue, perdendo il 16% del Pil europeo complessivo, la seconda piazza finanziaria del mondo, e un membro permanente del Consiglio di sicurezza Onu.

Può avvenire, però. I britannici con la perdita dell’Impero hanno fortemente accelerato – dopo la crisi trentennale seguita al secondo dopoguerra – la capacità di “cambiare marcia”. Loro hanno un’opzione di ricambio naturale: la partnership stretta con gli Stati Uniti, il ritorno a quella scommessa che Churchill inseguì resistendo solitariamente contro i nazisti per più di due anni, dal settembre del 1939 alla fine del 1941.

Alcuni come Prodi e i più federalisti fan europei la pensano diversamente. Ma forse siamo noi italiani ed europei continentali, che dobbiamo provare ad adoperarci perché i britannici non ci lascino. Su molte cose hanno ragione, per esempio sull’eccesso burocratico e sul deficit democratico delle istituzioni comunitarie: milioni di europei alle urne hanno scelto poche settimane fa partiti nazionalisti e populisti, ma in realtà condividono le critiche britanniche. Londra amministrò per 200 anni milioni di indiani con non più di 900 burocrati dell’Indian Civil Service, divennero più di mille solo poco prima che l’india divenisse indipendente. Non solo sulla burocrazia più snella, ma sulla tutela dei diritti individuali e in giudizio, sull’esigibilità dei contratti e sul basso livello di pressione fiscale abbiamo molto da imparare e guadagnare, finché Londra battaglia per contaminarne un po’ l’Europa.

23
Giu
2014

Quattro domande a Padoan su Ue, tasse, spesa e Sud

In questi giorni il ministro dell’Economia Padoan dichiara molto.  Ed è proprio per questo, chiarezza per chiarezza, che gli si possono rivolgere alcune considerazioni. Non per disconoscere a lui, al governo di cui fa parte e al premier Renzi la volontà  molte riforme da fare finalmente presto. Ma per capire meglio  quel che non è affatto chiaro.

Primo: l’Europa e le sue regole. E’ un fatto ed è un bene, che l’Italia in questo 2014 non sia più nelle condizioni di “chiedere col capello in mano” a Berlino e Parigi, come avveniva invece nella terribile estate 2011. Tuttavia non è per eccesso di tigna e pignoleria, che sarebbe stato preferibile poter contare su un documento preciso e su proposte chiare, per capire quale sarà la posizione italiana nel semestre di presidenza europea che comincia tra pochi giorni. In che cosa consisterà di preciso, la richiesta di valutazione delle riforme fatte, e per ottenere quale effetto, sulla valutazione dei tempi dei modi per il raggiungimento dell’azzeramento del deficit strutturale, quell’obiettivo al quale Bruxelles ha appena accolto la richiesta del governo Renzi di farlo slittare di un anno rispetto al previsto? Sappiamo bene che il negoziato europeo è tema delicato. I governi dei paesi eurodeboli – come noi restiamo – devono evitare di apparire proni a reiterate richieste di rigore tedesco. E i tedeschi devono stare attenti a non sottovalutare il voto europeo e la frana governativa avvenuta in Francia. Tuttavia resta il fatto che, sulla nuova “metrica della crescita” europea, a oggi ciò che il governo ci chiede è di prestare fiducia. Condendo questa richiesta con molte – troppe parole – sul “cambia verso” che dovrebbe imoboccare l’Europa.  Anche stamane FT parla di “tre profondi cambiamenti alle regole” chiesti dall’Italia in Europa: sarebbe troppo cheidere di che cosa si tratta di preciso? Sperare è bene, ma allo stato attuale sono i numeri a dire che l’attesa di crescita del Pil italiano dei fori internazionali resta inferiore al più 0,8% previsto e ribadito dal governo per quest’anno. Su quale crescita aggiuntiva dovrebbe farci lo scontro l’Europa, se il primo trimestre 2014 al momento proietta sul Pil dell’anno un tendenziale del meno 0,2%?

Secondo: le tasse. Il ministro ha detto e ripetuto che è venuto il momento di abbassarle. Ora non dobbiamo essere noi a ricordare al ministro Padoan quanto è previsto dal DEF che ha presentato con il governo Renzi, in aprile. Lo facciamo per i lettori. Secondo le tabelle governative il totale delle entrate pubbliche passa da 752 miliardi nel 2013 a 767 nel 2014, a 785 nel 2015, a 803 nel 2016, a 823 nel 2017. Cioè aumentano di 71 miliardi di euro, mentre la spesa pubblica salirebbe da 799 miliardi del 2013 a 838 nel 2017. Settanta miliardi di euro di entrate in più in 4 anni, a fronte di 39 miliardi di euro di spese in più: purtroppo il raggiungimento graduale dell’azzeramento del deficit pubblico si continua a realizzare programmaticamente assai più alzando le entrate che tagliando la spesa (anzi, la spesa continua a crescere, sia pur molto meno velocemente che negli anni ruggenti precedenti a Monti). Sono questi numeri, a dire che bisogna cambiare marcia. E sono i numeri di questo governo, al quale va naturalmente riconosciuto che ha ereditato la situazione che ha ereditato, non l’ha creata lui. La pressione fiscale resta però inchiodata al 44% del PIl e al 57-58% per chi le tasse le tasse le paga, e con questa pretesa pubblica l’economia crescerà molto meno del possibile.

Terzo: la spesa. Tutti sappiamo che l’unica alternativa a provvedimenti fiscali che si limitano a dare a qualcuno per levare a qualcun altro sono i tagli di spesa. E’ un fatto che quelli sin qui disposti per il 2014 dal governo arrivano a mala pena a 3 miliardi, dei quali i 700 milioni attesi dalle regioni sono ancora tutti da definire. Ed è un fatto – confermato da Bankitalia – che pur prendendo per buoni i 17 miliardi di tagli di spesa promessi dal governo per il 2015, essi praticamente sono già da considerare assorbiti per la conferma “strutturale” del bonus da 80 euro concesso ai lavoratori dipendenti sotto i 25mila euro lordi di reddito, nonché per la sua estensione promessa dal governo a pensionati, incapienti e autonomi, nonché ancora per il finanziamento degli oneri sociali che andranno in scadenza. Spazio per altri sgravi, attualmente non ce n’è. Aspetteremo la legge di stabilità, certamente. Ma non era meglio muoversi subito e con più energia, sui tagli di spesa? Attualmente, è difficile dare torto a chi, come il professor Luca Ricolfi, scrive che se questo è il quadro allora meglio pensare a sgravi che alzano di più il Pil nel breve, cioè l’abbassamento di IRAP e IRES alle imprese, piuttosto che sostegni al reddito che in maggior parte devono ricostituire il tanto reddito perso, e non possono per questo tradursi in consumi. Ovviamente, la cosa migliore sarebbe avere sia il bonus sia gli sgravi alle imprese: ma per questo bisogna tagliare di più la spesa. Senza dimenticare che la Commissione europea ci ha ricordato che aspetta anch’essa altri 9 miliardi di miglioramento del saldo per il 2015, perché altrimenti i conti del deficit promesso non tornano.

Quarto: il Sud, dimenticatio dai più. L’appello venuto da Padoan a una miglior efficienza e qualità delle Autonomie, regioni e comuni, è giusto ed essenziale. Ma è altrettanto vero che finora stenta a vedersi, una strategia per il recupero dei tremendi gap accumulati dal Sud nella crisi: di bassissima partecipazione al mercato del lavoro di giovani, donne e over 55enni, di desertificazione d’impresa, di restrizione di credito. Il governo è stato efficace nel riorientare un po’ di miliardi di fondi europei che sarebbero altrimenti stati perduti. Ma ora occorre una scelta strategica che veda il governo, le regioni e le maggiori città del Sud stilare una serie ristretta di priorità per i fondi 2015-2021, con un meccanismo che di anno in anno faccia scattare allocazioni sussidiarie e prioritarie per evitare di restare indietro. Noi non possiamo offrire al Sud il cambio alla pari che la Repubblica Federale Tedesca con il lungimirante Kohl garantì alla Germania Est all’atto dell’unificazione, zittendo la Bundesbank che era contraria. Ma al Mezzogiorno dobbiamo costruire non la possibilità, ma la necessità di potersi battere alla pari, per il miglior utilizzo di risorse scarse. A oggi, ci sa dire il ministro qual è la risposta del governo di fronte ai conti di Napoli, sui quali il sindaco ha detto chiaro che la bocciatura della Corte dei Conti non può costituire un sentiero praticabile? Finora, Roma e il governo hanno fatto finta di niente. Va bene, c’è stata la campagna elettorale europea. Ma ora è finita, e servono risposte concrete.

20
Giu
2014

Credit crunch: i numeri italiani restano indigesti alla politica

Poniamoci una semplice domanda. Ha ragione, il premier Matteo Renzi, nel dire alle banche italiane “dopo le misure assunte dalla BCE, ora basta alibi sui prestiti?”. Anticipo la mia risposta. No, per me non ha ragione. Non è una risposta che discenda in alcun modo da valutazioni politiche, perché da questo punto di vista qualunque cosa abbiate votato o non votato bisogna augurarsi che le numerose riforme a cui ha messo mano il governo vadano avanti e siano efficaci, per diminuire il gap tra prodotto reale – poco più che fermo, ancora – e output potenziale, e perché la sostenibilità della finanza pubblica non continui a essere preservata attraverso un’asfissiante morsa realizzata pressoché integralmente per via di aggravi fiscali a imprese e lavoro (e banche, non dimenticate la raffica di aggravi fiscali ad hoc su acconti e aliquote riservate loro alla nascita del governo, dopo il regalo fatto ad alcune di esse con la rivalutazione delle quote Bankitalia).

Sono però i numeri, a dire che il problema del credit crunch italiano non si risolve da un giorno all’altro. Classi dirigenti degne di questo nome dovrebbero saperlo, e lavorare sui fondamentali con metodo e serietà, non con battute a effetto.

Poiché giustamente il premier si è riferito alle misure assunte dalla Bce a inizio giugno, ricordiamo che il loro obiettivo è il ripristino di una maggior efficacia nel meccanismo di trasmissione della politica monetaria, meccanismo ingrippato nei paesi eurodeboli. L’ingresso della BCE nell’area mai prima sperimentata dei tassi negativi di rideposito presso la banca centrale da parte delle banche dell’euroarea è sicuramente positivo. Quanto alle nuove LTROs per 400 bn in versione “targettizzata” al lending per le PMI, previste dal prossimo autunno, la versione sin qui nota del loro meccanismo attuativo non impedirà affatto – almeno all’inizio – alle banche di utilizzare i prestiti per “fare margine” magari con titoli pubblici, con meno rischi e maggiori ritorni di quanto garantisca il bassissimo margine d’intermediazione sugli impieghi ordinari. E quanto infine al “terzo stadio” del missile tirato dalla BCE, cioè la rianimazione dell’euromercato delle ABS, questo sì potrebbe avere effetti sostanziosi sulla massa di sofferenze e incagli delle banche italiane verso famiglie e imprese, ma i suoi tempi saranno lunghi, e le modalità sono ancora allo studio.

Il quadro in cui comprendere meglio le misure – e i possibili effetti – della BCE, è quello del complessivo deleveraging in atto nell’euroarea (e nel mondo avanzato a cominciare dagli USA, ottimo da questo punto di vista per chi volesse approfondire, anche se parecchio complesso e riferito soprattutto agli USA, il libro House of Debt, di Atif Mian and Amir Sufi). Il rientro dall’eccesso di debito complessivo – quello pubblico, sommandogli però quello delle famiglie e delle imprese non finanziarie – è l’orizzonte pressoché obbligato dell’uscita dalla crisi.

Solo che politica e regolatori non hanno fatto bene i conti con l’amara realtà del deleveraging (ne ha parlato  Münchau qualche giorno fa su Ft). Famiglie e imprese, di fronte alla riduzione dei debiti, tendono a NON tornare a spendere né integralmente né come nel pre-crisi i flussi di reddito recuperati rispetto all’onere per sostenere il debito. Mian e Sufi dimostrano che dalla realtà di questi anni americani sembra che la propensione alla spesa sia non superiore al 15% rispetto al debito diminuito: non è affatto detto che la percentuale valga per i mercati europei e tanto meno per quello italiano, storicamente connotato da un debito delle famiglie assai inferiore rispetto ai paesi anglosassoni e ai maggiori paesi europei. Tuttavia la tendenza è comune, e si legge del resto anche nell’interpretazione che l’ABI ha tentato – senza troppo successo – ogni mese di fronte ai dati della riduzione degli impieghi (comunque scesa verso un meno 2,9% a maggio rispetto al – 4,5% dello scorso autunno-inverno), sottolineando cioè che si trattasse di una diminuzione della domanda che concorreva alla restrizione dell’offerta.

Se dunque andiamo a esaminare i dati del debito complessivo pubblico-privato degli eurodeboli, ne otteniamo un quadro che li vede ben lontani da una correzione apprezzabile e adeguata degli squilibri raggiunti al punto di picco della crisi. E’ vero che l’Italia non aveva un debito delle famiglie fuori controllo e che il suo debito complessivo al picco dell’anno scorso era del 275,9% del PIL, con quello delle imprese al 90,6% e famiglie al 45,5%. Rispetto al Portogallo che stava al 380,9% del PIl, con il debito delle imprese al 137% del PIl e quello delle famiglie al 95,5%. La Spagna al 307,7%, con le imprese al 128% e le famiglie all’87,5% del PIl. E la Francia al 248%, con le imprese all’84,6% del Pil e le famiglie al 57,3%.

Ma ciò che conta è che, tranne il caso della Spagna, che dal picco di debito ha visto imprese e famiglie che hanno ridotto di un quarto e di un quinto il debito aggiuntivo accumulato tra l’ingresso nell’euro e il punto di picco, in tutti gli altri paesi citati siamo ancora solo timidamente all’inizio del percorso. E in ogni caso il debito pubblico, grazie alla bassa componente nominale – leggi inflazione – e alla contenutissima ripresa reale continua a salire, sostanzialmente tenendo incollati tutti i paesi europeriferici al picco dei debito pubblico-privato come somma.

Tutti questi elementi possono diluire l’orizzonte temporale entro un arco di troppi anni: di bassa crescita reale ma anche di bassa propensione alla spesa e al credito. Questa è – ancora – l’amara realtà di fronte a noi. Ed è una realtà non aiutata dalle regole europee date da Cipro in avanti, per le crisi bancarie: regole cioè che colpiscono i depositi sopra i 100k e gli obbligazionisti, in caso di default e ristrutturazione degli istituti.

Tutte queste ragioni spingono a un’uscita molto lenta dal credit crunch italiano. E purtroppo erano prevedibili. Costituivano il motivo per il quale sin da inizio 2012 c’è stato chi – in piccolissimo, io tra quelli – ha invano tentato di incoraggiare le classi dirigenti italiane a pensare a un meccanismo “di sistema” per fronteggiare il prevedibile esplodere dei Non Performing Loans Bancari, volto a liberare capitale delle banche per gli impieghi ordinari. Non potevano e non possono bastare, a quel fine, né gli aumenti di capitale in corso per evitare bocciature alla Asset Quality Review in arrivo come primo passo della vigilanza europea, né le sole misure che la BCE ha per fortuna assunto. Ma la politica ha prima voluto evitare a tutti i costi “l’onta” di chiedere un aiuto europeo “alla spagnola” per le banche, che sarebbe stato tuttavia molto più contenuto perché bastavano risorse pari a un terzo degli oggi 164 bn di sofferenze lorde. E poi ha preferito utilizzare gli attivi di CDP a tutt’altro fine, per una sorta di Iri bis e per finte privatizzazioni. Così alla fine è vero che Intesa e Unicredit hanno avviato lo smaltimento dei rispettivi NPLs attraverso procedure di mercato: ma non potranno farlo con altrettanta rapidità e successo la parte media e bassa del sistema bancario italiano, che ha tutt’altra taglia di patrimonio e capitale.

La politica tutto questo dovrebbe saperlo bene. Dunque eviti di dare alle sole banca la colpa. O pensi a qualcosa di diverso, perché famiglie e imprese possano uscire dalla stretta insieme a un sistema del credito la cui sfida alla redditività oggi resta improba.

19
Giu
2014

Debiti Pa-imprese: poche chiacchiere, l’Italia continua ad aver torto

L’Italia è specialista nel farsi del male da sola. La tendenza al masochismo è pulsione insopprimibile del suo teatrino politico. Così ieri l’apertura da parte della Commissione europea di una procedura procedura di infrazione contro l’Italia, per la violazione della direttiva europea sui ritardi di pagamento entrata in vigore il 16 marzo 2013, è diventata in poche ore una rissa politica domestica che ci rende ancora più ridicoli in Europa. Il governo e membri della maggioranza hanno accusato il commissario europeo Tajani, uscente tra due settimane ed eletto al parlamento europeo, di aver “spinto” la procedura per propaganda politica. Lui ha naturalmente replicato senza mezzi termini, insieme a membri di Forza Italia.

Tutte parole sprecate. L’unica cosa che dovrebbe contare è il merito della faccenda: stranota da anni, l’enorme ritardo della pubblica amministrazione italiana nel pagare i suoi fornitori. Un ritardo contro il quale da tre anni i governi – Monti, Letta, Renzi – tentano di porre riparo. Prima di agitar polemiche, dovrebbero contare tre sole domande. Primo: abbiamo risolto il problema pregresso? Secondo: a parte il debito precedente, paghiamo oggi nei 30 giorni ordinari stabiliti dalla direttiva europea (si arriva a 60 giorni solo per alcuni casi eccezionali, come forniture sanitarie particolari)? Terzo: ha torto la Commissione?

I nudi fatti oggettivi, non le discutibili opinioni politiche, portano alle seguenti risposte. Primo: no, abbiamo fatto dei passi ma non abbiamo affatto risolto il pagamento del debito pregresso. Secondo: no, neppure per i debiti recenti, lo Stato paga secondo i tempi “europei”. Terzo: di conseguenza è inutile accusare Bruxelles, invece bisognerebbe prendere l’infrazione come una nuova leva per accelerare la soluzione del guaio. Inutile dire che 4-6 punti di Pil – di tanto variano le stime – di pagamenti alle imprese muterebbero sostanzialmente la loro condizione di liquidità, e la possibilità di far crescere di più l’Italia.

Il pregresso. Dopo 3 anni, lo Stato non è ancora riuscito a risolvere neppure il problema di una precisa metrica di quantificazione del debito accumulato. Quel che è certo è che a fine 2013 aveva pagato alle imprese fornitrici circa 23 miliardi di debito “storico”. Secondo il Tesoro, ne restavano non più di 53-55. Che Renzi, a Porta a porta ospite di Bruno Vespa, si impegnò a pagare integralmente entro settembre, e a inizio governo aveva detto entro luglio. Scommettendo, in caso contrario, di effettuare un pellegrinaggio a piedi in un santuario toscano. Attualmente, sembrerebbe che il pellegrinaggio toccherà a lui, non a Vespa che era incredulo e che accettò la scommessa.

Infatti nella relazione annuale del governatore Ignazio Visco, tre settimane fa, la Banca d’Italia ha precisato che restano altri 75 miliardi di debito pregresso. Certo, il Tesoro si riferisce ai debiti certi ed esigibili entro il 31 dicembre 2012, Bankitalia somma quelli del 2013 aggiungendo quelli fuori bilancio – il Tesoro non è in grado di dire quali spese siano state assunte per investimenti, che emergono solo per cassa, rispetto a quelle correnti che invece impegnano competenza e sono visibili sin dall’inizio – nonché quelli oggetto di contenzioso. Bankitalia ha spiegato inoltre che ai 90 miliardi della sua stima un anno prima – anche allora non “tornava” la cufra, rispetto a quella del Tesoro – sottrae certo i 23 circa pagati nel frattempo, compresi quello ceduti con clausola pro solvendo direttamente dalle imprese alle banche, e quelli ceduti pro soluto sempre alle banche con garanzia pubblica secondo le procedure intanto varate. Ma, appunto nel corso del 2013 altri debiti si sono accumulati. E vanno aggiunti, dice giustamente Bankitalia. Il governo ha masticato amaro, ma a Bankitalia non ha replicato. Anche perché via Nazionale ha riconosciuto che intanto i pagamenti avvenuti hanno prodotto benefici tangibili alle imprese interessate, che hanno impiegato la maggior parte dei rimborsi per ridurre l’esposizione verso banche o fornitori, e hanno più significativamente rivisto al rialzo i piani di investimento. Resta il fatto che sono almeno 75 i miliardi accumulati ancora da pagare. Anzi 100, dice la CGIA di Mestre, sommando ulteriormente una stima per le imprese mini e micro, sotto i 20 dipendenti. E l’aggiunta non è “disinvolta”, perché la stima Bankitalia è fatta sulla base di un’indagine campionaria che non “fotografa” le microimprese.

I tempi. Anche su questo, è stata Bankitalia la prima a riconoscere tre settimane fa che i tempi medi di pagamento pubblici alle imprese restano sideralmente lontani da quelli previsti dalla direttiva UE. Lo scorso anno sono stati pari a circa 180 giorni, in lieve riduzione rispetto ai 190 e oltre del 2012. Quanto ai tempi definiti nei contratti, se ci si limita a esaminare quelli stipulati nel 2013 successivamente all’entrata in vigore della direttiva Ue contro i ritardi di pagamento, ci si assesta comunque sopra i 60 giorni. Lontanissimi dai tempi con cui si paga non in Germania o Francia, ma ormai in Grecia, Cipro, Serbia e Bosnia. Il che vuol dire che il lavoro da fare è ancora molto. Nella sanità, continuano a sussistere casi concalamati di pagamenti a mille giorni. Io stesso ricevo lettere a radio24 da parte di fornitori, come tutti i giornali e i media.

I modi. Se malgrado le intenzioni dichiarate dai governi quel che si è fatto è troppo poco, si deve a tre problemi insoluti. Il primo, già accennato, è la persistenza di un’area grigia di debiti commerciali pubblici non contabilizzati perché non impegnano voci nei bilanci di competenza: si deve dunque fare riferimento a crediti esigibili presenti nei bilanci delle imprese, ma su questo il Tesoro ha sempre preferito una strategia conservativa, al fine di evitare di far emergere deficit aggiuntivo. I debiti presenti nei bilanci di competenza contribuiscono già al deficit pubblico dei rispettivi anni, fanno solo aumentare il debito pubblico quando vengono pagati per cassa ma non mettono in discussione il tetto di deficit contrattato con l’UE verso l’azzeramento strutturale del deficit. Di qui lo scontro rispetto al secondo problema: le procedure più spedite proposte fin dall’inizio dalla Cdp e dal suo presidente Bassanini, a Monti come a Letta come a Renzi. Di qui anche la proposta che avanza oggi Corrado Passera con la sua nuova formazione politica, creare una società veicolo garantita da Cdp che paghi subito tutto il pagabile con la copertura di titoli obbligazionari. Al Tesoro queste proposte non sono mai piaciute. E finora ha vinto il MEF. Il terzo problema è che diverse Regioni non si dimostrano all’altezza neanche di pagare quando lo Stato dà loro i fondi per farlo. A fine febbraio, su oltre 13 miliardi girati alle Regioni dallo Stato a questo fine, solo 10 erano stati utilizzati. I problemi si addensano in 5 Regioni: la peggiore la Sicilia, che da sola non ha usato un miliardo per il pagamento dei debiti, poi Campania (anche lei 936 milioni non utilizzati), poi Calabria, Sardegna e Molise.

E’ alla soluzione di tutto questo che bisogna lavorare alacremente. Invece di fare inutili polemiche, visto che lo Stato italiano continua nei fatti ad avere torto marcio.

 

18
Giu
2014

I privilegi intoccabili della Kasta “green”

Dopo tanto tuonare, piovve. Sembra che l’annunciato provvedimento “taglia bollette” sia in arrivo. La disposizione più controversa – a quel che si apprende – riguarda l’allungamento dei tempi di erogazione degli incentivi al fotovoltaico, con l’obiettivo di ridurne l’entità unitaria e il peso in bolletta. Read More

16
Giu
2014

Riforma PA: 3 cose che non tornano tra il tanto che manca, a cominciare dai testi

Quando il governo annunciò i 44 titoli della riforma della PA, commentai che l’intento annunciato era buono ma senza testi non si poteva giudicare. Il mio massimo rammarico è che a tre giorni dal Consiglio dei ministri che ha – meglio, “avrebbe” -varato i testi del decreto legge e del disegno di legge delega, siamo ancora più o meno nella stessa situazione.

Poiché non voglio candidarmi al ruolo di eterno bastian contrario “a prescindere”, mi limito a sottolineare – tra le tante – le tre questioni che mi paiono più preoccupanti.  Tenendo da parte l’intreccio legalità-opere pubbliche post Expo e Mose, a cui dedico una riflessione a parte.

Dalle notizie di cui disponiamo, la prima grave preoccupazione è la definizione stessa del perimetro di PA a cui si applicherebbe la riforma. In una bozza del ddl delega,c’è un elenco da far accapponare la pelle, almeno se la pelle è di un liberale. Perché nella PA si comprendono non solo le articolazioni centrali e periferiche dello Stato, enti e società controllate (non le quotate) ma anche, incredibile a dirsi, le università private, le scuole paritarie, gli ordini professionali.  Di punto in bianco, una enorme fetta di libera e autonoma espressione dei privati e della loro iniziativa finisce per diventare “Stato” a tutti gli effetti. E’ una vergogna.  Finora, solo il professor Francesco Forte ha protestato. Se davvero c’è questo nel testo, bisogna augurarsi che qualcuno in parlamento tenti di cassarlio soparanfo ad alzo zero.

La seconda preoccupazione riguarda una scomparsa: la definizione quantificata del risparmio programmatico prodotto da razionalizzazioni-accorpamenti della PA sembra del tutto uscito dall’orizzonte anche del disegno di legge delega. O meglio, se va bene resta l’obiettivo di un 1% annuale in meno sul totale della spesa. Ma quale spesa: quella pubblica complessiva – e saremmo a mezzo punto di Pil di spesa pubblica in meno, cioè 7,5 bn l’anno? Oppure un 1% delle sole spese di funzionamento generale degli apparati della PA, cosa che farebbe cadere il risparmio a qualche centinaio di milioni l’anno? Il criterio pare sia demandato a decreti del MEF a sei mesi dall’approvazione della legge delega in parlamento. Ma non doveva essere questo il punto di partenza, per fare finalmente un passo avanti serio per l’attuazione dei 30 miliardi di tagli-Cottarelli ancora da individuare e adottare nel prossimo biennio? E su che cosa tagliano, se non sull’intero perimetro organizzativo e funzionale della PA?

Tanto è vero che dai testi sarebbero saltati – secondo le indiscrezioni almeno – il più delle misure inizialmente indicate nei 44 titoli volte a contenere le spese attraverso accorpamenti. Niente unificazione non solo delle forze dell’ordine “minori” (e ci scusino i loro appartenenti per la definizione spiccia)  – polizia penitenziaria e forestali – ma neanche del procurement tra le cinque forze “maggiori”. Pare sparito l’elenco degli oltre 20 enti di ricerca pubblici da accorpare. E’ saltato l’accorpamento di Aci, Pra e Motorizzazione civile, e speriamo l’aumento annunciato del bollo auto che era stato contestualmente annunciato. Il taglio sbandierato 45 giorni fa a non oltre 40 di prefetture e sovrintendenze diventa un’indicazione nel ddl di “riorganizzazione degli uffici periferici dello Stato su base regionale”, e auguri a voi se pensate che in parlamento su questa base sparirà davvero qualcosa. E le 34 mila stazioni appaltanti e di spesa pubbliche, si può sapere se nel provvedimento c’è una concreta indicazione numerica e di criterio per ridurle alle 40 che erano state infaticamente annunciate? E la riduzione delle muncipalizzate, che pare sparita anch’essa?

La terza preoccupazione riguarda i cosiddetti “esuberi”. Già la parola era sparita 45 giorni fa dal frasario governativo di Renzi e del ministro Madia.  Ma quanto si è capito delle 6 misure diverse – tra personale e dirigenti – annunciate in realtà PROPRIO per gestire gli esuberi, non offre ancora un quadro comprensibile.  Davvero per la mobilità volontaria si pensa di consentirla liberamente al dipendente pubblico senza che l’amministrazione in cui è addetto possa dire alcunché, se solo quella dal dipendente indicata come preferita ha più posti vacanti in organico di quella di provenienza? Non si rischia in questo modo un grande esodo dal Nord – che ha meno dipendenti pubblici – al Sud, che ne ha di più cioè troppi ( e non per questo non ha posti vacanti in organico…)?  E come è coperta, la possibilità di applicare il part time al dipendente pubblico a cui manchino soli 5 anni dalla pensione, garantendogli però un trattamento previdenziale pieno anche per gli ultimi 5 anni? Abbiamo capito che al ministro Madia pace molto questo “scivolamento” agevolato alla pensione perché consentirebbe di assumere circa 15 mila giovani (alcuni dicono in 5 anni, ma secondo altri s’intende invece ogni anno 15 mila per 5 anni), ma tutto ciò quanto costa e chi paga?   Dal creare risparmi, eccoci arrivati alle misure che aggravano il deficit?   Anche perché, guarda caso, i magistrati hanno ancora una volta strappato invece il diritto a restare in servizio oltre i 70 anni per altri 5 anni, a giudicare dalla conferenza stampa di Renzi…. (il bis della sentenza della Corte Costituzionale che ha stoppato il blocco degli aumenti retributivi automatici ai soli magistrati in tutta la PA, in quanto gli aumenti sarebbero “presidio di serenità indispensabile all’autonomia e all’indipendenza della magistratura”: io la considero una intollerabile vergogna corporativa).

Ottimo prevedere la riforma su base regionale e non più provinciale delle Camere di commercio, e il taglio degli oneri d’iscrizione per le imprese. Ma  l’obbligo di rendicontazione scritta e pubblica per ogni spesa sindacale, in un paese in cui le confederazioni in barba alla trasparenza non pubblicano un bilancio consolidato,  era stato annunciato 45 giorni fa e ora nella conferenza stampa di venerdì è sparito…è rimasto il taglio ai distacchi sindacali nella PA, e per questo i sindacati insorgono: altra bella prova di come siano estranei all’autodifesa corporativa, vero?

Ok ok, aspettiamo i testi. Ma è singolare davvero, un Paese in cui gli annunci contano più della sostanza. E i media tanto si abituano da riferire e scrivere come avendo testi che non hanno. O no?

11
Giu
2014

Né con Uber né con i taxi, ma per la concorrenza

Oggi nessuno pensa che sia possibile e legittimo proibire la vendita del sale nei minimarket, nei supermercati e nelle panetterie, eppure fino al 1975 il sale era un monopolio di stato e poteva essere acquistato solo nelle tabaccherie. Il processo di liberalizzazione non è stato semplice, per difendere l’esclusiva della vendita i tabaccai si sono opposti a quella “liberalizzazione selvaggia” con gli scioperi in nome del “servizio pubblico”, del “bene comune” e di altre diavolerie del genere. Stesso discorso per i telefoni: fino a non molti anni fa in Italia era proibito acquistare un apparecchio telefonico, potevano solo essere affittati dalla Sip, che aveva anche l’esclusiva sull’installazione delle prese telefoniche (a proposito, se avete apparecchi vecchi controllate che non stiate ancora pagando il noleggio alla Telecom). E così via per i voli aerei, le automobili, la luce, il gas, la radio, la televisione e chi più ne ha più ne metta. In ogni campo c’era una legge (e ce ne sono tante ancora oggi) che impediva l’ingresso di nuove imprese nel mercato e limitava la libertà di scelta dei cittadini/consumatori con motivazioni che sembrano assurde oggi, ma che all’epoca parevano addirittura razionali e alimentavano dotti dibattiti tra politici, economisti, sindacalisti e “parti sociali”.

Un dibattito del genere, che oggi pare sensato ma non lo sembrerà tra una decina di anni, è quello su Uber e i taxi. Oggi a Milano e in molte città d’Europa va in onda l’ennesimo sciopero dei taxi contro Uber, l’applicazione californiana che schiacciando un bottone sullo smartphone permette di essere raggiunti da un’autista e di essere trasportati nella città. Il servizio fa in parte concorrenza ai taxi ma è anche diverso per caratteristiche, prezzi (maggiori) e qualità (migliore, a detta di molti clienti). I tassisti scioperano in nome del “servizio pubblico”, della “sicurezza dei cittadini” e del “rispetto delle leggi”, in realtà per impedire che aumenti e si differenzi l’offerta e quindi per limitare la libertà d’impresa e la libertà di scelta dei consumatori. Ciò che è paradossale in questa vicenda è che i tassisti in questi mesi attraverso aggressioni, blocchi e scioperi selvaggi hanno violato le regole più elementari del “servizio pubblico”, che è l’unico motivo che giustifica il loro “monopolio”. La vicenda ha mostrato che concetti come la “sicurezza”, il “bene comune” e il “servizio pubblico” spesso sono solo pretesti per mantenere privilegi e rendite di posizione ed è evidente, anche ai cittadini, che il “servizio pubblico” non è al sicuro se può diventare ostaggio della corporazione che ne ha la concessione legale, il monopolio. È molto elevato il rischio che da servizio da garantire ai cittadini diventi un tributo dei cittadini garantito alla corporazione o al monopolista del caso. Allo sciopero dei tassisti, con un’eccezionale mossa di marketing, Uber ha risposto tagliando per la giornata di oggi le tariffe del 20%, in pratica rinunciando ai propri guadagni (il 20% è la commissione che Uber prende per ogni corsa dagli autisti convenzionati).

Chi svolgerà oggi il “servizio pubblico” a Milano, Uber o i taxi? In realtà nessuno dei due: è la concorrenza, sorella della libertà di scelta, quella che non ci obbliga più a guardare solo la Rai (anche se per ora tocca pagare comunque il canone), che non ci impone più di comprare il sale dai tabaccai e che non ci costringe ad affittare i telefoni dalla Sip.

11
Giu
2014

I numeri vanno guardati per quello che sono: per cori e tifo c’è lo stadio

Alcuni dati hanno fatti ieri impennare il barometro dell’ottimismo: la produzione industriale di aprile, il superindice Ocse, i consumi nel primo trimestre. I titoli dei siti e giornali online hanno diffuso ieri e oggi squilli ispirati alla ripresa. Si è aggiunto poi un quarto dato, ben noto, relativo al debito pubblico, con una nota di pessimismo da parte dell’agenzia di rating Standard & Poor’s. Certo, di ottimismo c’è bisogno. E subito il premier dall’Asia ha rilanciato contro i professionisti del pessimismo. Tuttavia osservatori e media non dovrebbero cadere nella trappola dei cori da stadio. I numeri vannio letti e interpretati per quello che sono, non per quello che vorremmo che fossero. Spiace anche osservare che sui social media ormai richiamare alla realtà espone a raffiche di insulti. Ognuno guardi pure le cose come più gli piace, ma è il dovere, non il piacere, che spinge a dire che qualche timido segnale c’è, ma è ancora del tutto fuori luogo intonare peana e marce trionfali. Vediamo i dati uno per uno.

Produzione industriale. Il consenso delle attese era per un andamento della produzione industriale in aprile positivo su marzo per un più 0,4%. Invece il dato congiunturale ha visto un aumento dello 0,7%, e più 1,6% sullo stesso mese 2013. Se andiamo a osservare i settori che se la cavano meglio, troviamo la metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo esclusi macchine e impianti (+7,1%), l’industria alimentare, delle bevande e tabacco (+5,8%), e l’automotive (+3,4%). Segni negativi ancora molto forti nella raffinazione di prodotti petroliferi (-8,1%), apparecchiature elettriche e per uso domestico non elettriche (-6,7%), e fornitura di energia (-4,9%).

Tuttavia dobbiamo guardare al dato di aprile senza decontestualizzarlo dal trimestre precedente, dal trascinamento già accumulato sulla crescita attesa nel 2014, e dai punti di partenza del precrisi. Se consideriamo tutti questi aspetti, il più 0,7% congiunturale di produzione industriale di aprile è certo benvenuto, ma occorrono molte altre rondini per far primavera. Ricordate che il primo trimestre del PIL italiano si è chiuso a un meno 0,1% sul precedente e a un meno 0,5% su base annuale precedente, con un effetto tendenziale di trascinamento sul Pil 2014 pari a meno 0,2%. Il che significa che rispetto allo 0,8% di PIl atteso nelle previsioni del governo per il 2014 manca ancora un punto pieno di PIL, da realizzare da aprile in poi. Al dato negativo del primo trimestre ha concorso una prudente diminuzione delle scorte accumulate dalle imprese nel trimestre precedente (nell’ultimo trimestre 2013 l’attività industriale aveva recuperato uno 0,7% sul precedente), dovuta al fatto che le attese di crescita della domanda interna non sono migliorate come ci si attendeva, mentre il commercio mondiale continua a tossicchiare. Ecco perché la produzione industriale ad aprile può iniziare a ricostituire scorte. Ma il punto è quel che verrà dopo. Per maggio, le prime elaborazioni del Centro Studi di Confindustria prevedono una crescita della produzione industriale di nuovo a quota zero, rispetto alla ripresa di aprile. In altre parole continuiamo ad avere un motore che al primo salir di giri ritorna poi verso il basso. E non dimenticate, infine, che compreso il dato positivo di aprile che non si vedeva dal 2011, cioè prima dell’esplosione della seconda fase della crisi, quella del rischi sovrano europeo, restiamo indietro rispetto alla produzione industrial precrisi di aprile 2008 di ben il 23,9%. A questi ritmi servono anni e anni, per recuperare il gap.

Superindice OCSE. L’Italia è stato l’unico paese del G7 a registrare un miglioramento in aprile dell’indicatore elaborato dall’Ocse. E’ salito a 101,6 da 101,4 in marzo. Su base annua l’incremento è del 2,4%, rispetto al +1,05% della Germania. Mentre l’indice scende o sale meno del previsto per Cina, Brasile e Russia, resta stabile negli Stati Uniti, in Germania e in Gran Bretagna, stenta in Giappone. L’Italia è promossa, hanno titolato in molti. Dimenticando quel che accadde nel terzo trimestre 2009: anche allora l’Italia fu in testa come miglioramento del superindice Ocse, ma quel che avvenne dopo ancora non finisce di farci pangere. E’ allora il caso di capire che cosa sia, questo superindice. Il Composite Leading Indicator è una rielaborazione di informazioni qualitative sul futuro, per individuare entro sei-nove mesi l’andamento del PIL e soprattutto il passaggio da ripresa a recessione o viceversa. E’ un indicatore di tendenza, non un metro dell’intensità di ripresa comparata. Per di più, per ogni paese è elaborato sommando indicatori diversi. E di conseguenza le comparazioni devono essere ancora più caute. Per l’Italia, il superindice contiene sei voci, tre relative alle aspettative future (la fiducia delle famiglie e le aspettative delle imprese manifatturiere sulla loro produzione futura e sul loro portafoglio ordini), due dall’Istat (i nuovi ordini al netto delle variazioni del livello dei prezzi e le ragioni di scambio) e uno della Banca d’Italia (il tasso di interesse sul mercato interbancario a tre mesi). Altri Paesi seguono tutt’altri criteri, per esempio la Germania comprende il portafoglio di ordini esteri, la Spagna l’afflusso dei turisti. Ma per quanto questi indicatori futuri siano elementi di costruzione della fiducia, non è affatto detto che poi si avverino. Lo stesso Ocse scrive che«sebbene i segni di espansione siano evidenti in diversi Paesi, devono essere interpretati con cautela. Il miglioramento atteso dell’attività economica, in rapporto al suo livello potenziale di lungo termine, può essere parzialmente attribuito a un decremento di questo stesso livello potenziale di lungo termine stimato e non soltanto al miglioramento dell’attività economica in sé». Cioè a un aumento del CLI positivo può corrispondere dopo 6-9 mesi un andamento del PIL molto più ridotto. E quanto sia ridotto il nostro, lo dicono i dati Istat che abbiamo citato prima.

Consumi. Il dato si commenta da solo. Nel primo trimestre 2014 la spesa delle famiglie residenti ha segna un lievissimo aumento, pressochè impercettibile, pari allo 0,1% rispetto al trimestre precedente. In termini tendenziali, cioè proiettati sul futuro, il dato risulta invece ancora negativo (-0,6%). Il mio consiglio è seguire sempre l’indicatore del commercio elaborato dal centro studi di Confcommercio: ai ritmi attuali di ripresa così asfittici dei consumi, occorrono 11 anni prima di tornare ai livelli del 2007-inizio 2008.

Debito pubblico. Su questo, la nota di S&P non dice davvero nulla di nuovo. Il nostro 134% attuale di debito pubblico rispetto al PIL ha registrato negli anni di crisi il minor incremento dopo la Slovenia, perché noi lo avevamo già al 109% quando entrammo nell’euro e al 116% quando esplose l’eurocrisi, cioè molto più in altro degli altri paesi dell’eurozona. Il punto è che da noi il debito continua a salire, per effetto della bassa crescita nominale – leggi inflazione – e della assente crescita reale. Ecco perché ammonirci sul fatto che l’levato debito «potrebbe bloccare la ripresa per anni» è cosa che la politica italiana dovrebbe sapere bene. Se non abbassiamo la spesa pubblica per tramutarla in sgravi fiscali a impresa e lavoro, credere di abbatterlo a colpi di avanzi primari del 5% del PIL ogni anno per via di strangolamento tributario deprime lo sviluppo e i redditi. Non resta che sperare che Renzi e Padoan lo sappiano a memoria, e si accingano a fare davvero quanto finora è stato promesso.

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