Statali e forze dell’ordine: dove e perché i governi sbagliano
La cattiva politica genera ingiustizie. Su una affermazione di questo genere, possiamo star certi che concorderebbero tutti i politici, di destra sinistra e centro. Naturalmente, come sempre nella vita la difficoltà sta nel fatto che una cosa è dirlo, altra è farlo. Ecco, il nodo dello stop protratto per cinque anni agli aumenti retributivi dei dipendenti pubblici, e tra questi naturalmente delle forze dell’ordine e militari, rientra perfettamente nella categoria “conseguenze ingiuste”. Perché? Per almeno due ordini di ragioni. Perché aveva un senso nel 2011, che però oggi numeri alla mano non ha più. E perché il blocco protratto degli aumenti, cioè una perdita reale di reddito a doppia cifra percentuale cumulando i 5 anni, è la conseguenza di un errore commesso dalla politica: dai governi Berlusconi, Letta, Monti e sin qui – ma può ancora riparare – Renzi.
Cominciamo dalla ragione di ordine generale. Storicamente, la dinamica delle retribuzioni procapite nel settore pubblico italiano rispetto a quella delle retribuzioni private ha la tendenza a essere superiore all’unità. In parole povere, a parità di qualifica e anzianità si guadagnava meglio nel pubblico che nel privato. Il che creava un problema di ingiustizia (aggiunto all’intoccabilità di fatto del posto pubblico, ditelo ai disoccupati privati…), e di onere aggiuntivo per la finanza pubblica, cioè per il contribuente. Dal 1980 a oggi, la media del rapporto tra compensi pubblici e privati è di 1,28. Ma ci sono stati anni in cui il rapporto – coi nuovi contratti – è salito a 1,3 e anche 1,4, come tra il 1989 e il 1992. E negli anni 2005-2010 il rapporto a favore del pubblico si era di nuovo impennato verso 1,35. Ecco perché aveva un senso eccome, lo stop per un certo periodo agli aumenti pubblici. Serviva a rendere meno squilibrata a favore del lavoro pubblico la dinamica dei redditi complessiva. E naturalmente, insieme al blocco del turnover, consentiva di alleggerire gli oneri per il bilancio dello Stato.
Infatti, la spesa di 164 miliardi di retribuzioni pubbliche, grazie a questi due fattori, si è assolutamente stabilizzata, il che significa che tende a diminuire in termini reali se il Pil riprende a crescere. E’ l’unica, tra le grandi voci del bilancio pubblico, ad essersi fermata. L’effetto dello stop retributivo ha naturalmente riabbassato il rapporto tra salari pubblici e privati. Tra 2012 e 2014 è sceso sotto la media trentennale di 1,25. Nel 2015 raggiunge la soglia paritaria dell’unità se non, probabilmente, al di sotto. Quindi la protrazione del blocco non serve più a ridurre la precedente sperequazione a vantaggio dei dipendenti pubblici.
Ma a questo punto si potrebbe obiettare che resta comunque l’esigenza di finanza pubblica, e dunque di proseguire a fermare e tagliare la spesa. Figuratevi se siamo insensibili a questa tesi, visto che non facciamo altro che ripetere che solo con meno spesa pubblica si crea lo spazio per tagliare il peso delle fameliche imposte che gravano su imprese e lavoro. Senonché in questi duri anni di crisi italiana avremmo dovuto tutti – e la politica per prima – imparare una lezione chiara. E cioè che i fermi o i tagli di spesa dove è più facile, e quelli lineari, sono i tagli sbagliati, perché non distinguono né le priorità di giustizia né l’effetto economico piò o meno recessivo che si crea nel breve, diminuendo la spesa pubblica. Purtroppo, il blocco protratto alle retribuzioni pubbliche – venuto meno lo squilibrio degli anni precedenti a loro favore – ricade esattamente nei “tagli sbagliati”.
La politica – i governi da Berlusconi a Renzi – ha avuto non solo in 3 anni la possibilità di “scegliere” con tutta calma i “tagli buoni” da fare. Ha avuto soprattutto quel che non c’era prima: le basi tecniche per farlo, cioè studi approfonditi comparto per comparto degli oltre 800 miliardi di spesa pubblica, e analisi per verificare “che cosa scegliere” per alleggerire spesa e tasse, e per reperire risorse da aggiungere invece dove più servono (Renzi dice di volerlo fare, ad esempio, per la scuola). I rapporti accumulati negli anni da Piero Giarda, Enrico Bondi, e Carlo Cottarelli, servivano proprio a questo. Solo che la politica non ha voluto ascoltarli, li ha lasciati nel cassetto. Un grave errore. E’ per non aver voluto imboccare la via di tagli selettivi nei settori della spesa pubblica dove si possono fare – e anche a bizzeffe – con effetti non recessivi nel medio termine, che la politica si riduce ancora al blocco retributivo dei dipendenti pubblici, militari e poliziotti.
Limitiamoci alle 5 forze dell’ordine che complessivamente costano circa 20 miliardi l’anno, e la cui protesta ha acceso il dibattito assai più di quella dei sindacati confederali sul totale dei dipendenti pubblici. Innanzitutto è abbastanza incredibile, che tutti facciano finta di dimenticare l’articolo 84 della legge 121 del 1981, che prescrive “gli appartenenti alla Polizia di Stato non esercitano il diritto di sciopero né azioni che pregiudichino la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica”. Lo stesso divieto vale naturalmente per i militari, carabinieri e finanzieri compresi. Ma detto questo, è difficile dar torto a chi protesta sostenendo che 1200 euro al mese a un poliziotto e carabiniere sono pochi, per quel che fanno e rischiano (la Guardia di Finanza ha varato un programma per riaccasermare finanzieri in seria difficoltà, separati e con figli che devono pagare l’assegno di mantenimento).
Ebbene proprio da questo comparto specifico delle forze dell’ordine Giarda aveva cominciato i suoi approfondimenti anni fa, giungendo alla proposta che dal solo efficientamento dei 5 corpi, in termini di ottimizzazione di sedi e forniture, poteva stimarsi un risparmio non inferiore a 1,7 miliardi di euro. Cottarelli si è spinto oltre, e oltre all’efficientamento ha studiato le possibili sinergie tra le 5 forze – centralini congiunti, servizi condivisi, centrali di acquisto comuni, uniformazione dei mezzi utilizzati – stimando in non meno di 2,5 miliardi i risparmi conseguibili in un biennio. Ecco, dove si potevano e si possono ricavare le risorse per tornare ad adeguamenti retributivi “scegliendo”, in base alle priorità pubbliche di ordine e sicurezza, a quelle di giustizia rispetto al rischio corso, e premiando il merito professionale invece di farlo per puri scatti di anzianità (la rivoluzione che Renzi annuncia per la scuola, anche se ai comitati di autovalutazione del merito in ogni istituto mi permetto di sorridere e di non credere assolutamente).
Perché la politica non ha voluto sinora farlo? Perché mettere mano nel fatto che nel 2011 il costo medio annuo per carabiniere – compresi straordinario e missioni – variava dai 53.390 euro in Basilicata e a ben 67.476 euro in Friuli, oppure al fatto che per le forze dell’Arma spendiamo 59 euro per abitante in Lombardia e 164 in Sardegna, significa mettere in conto un confronto forte con il Comando Generale dell’Arma, e i suoi criteri organizzativi, territoriali e funzionali. Idem dicasi per la Polizia, nei cui oltre 7 miliardi di spesa l’anno è macroevidente che se i costi di Questure e Commissariati sono – come sono – del 60% superiori al Sud rispetto al Nord, il problema non è l’emergenza-mafie da affrontare, ma profonde disfunzionalità da risolvere.
Abbiamo 466 rappresentanti di forze di polizia ogni 100mila abitanti, rispetto ai 312 della Francia e ai 298 della Germania, ed è l’effetto della somma dei 5 corpi diversi. Ma se anche è impensabile riunificarli, è una sciocchezza non intervenire negli sprechi accumulati dalla loro sovrapposizione: per non affrontare le ire di generali e capi della polizia, si fa pagare il conto ai loro subordinati.











