30
Lug
2014

La cultura dell’analisi di impatto giova alla cultura (seconda parte).

 

Non solo ai privati, come visto nella prima parte, serve stimare quanto più precisamente l’impatto che i fondi da essi destinati alla cultura possono produrre. Anche per lo Stato è necessario valutare accuratamente la portata degli effetti delle risorse impiegate nel settore in esame, in termini di ricadute positive sul sistema economico nazionale.

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26
Lug
2014

Ad ogni (incalcolabile) costo

Ha ragione il Financial Times[1] a dire che le tre parole di Mario Draghi “whatever it takes” siano state le più efficaci della storia dopo il “veni vidi vici” di Giulio Cesare? La frase pronunciata dal governatore della BCE alla Global Investment Conference di Londra il 26 luglio 2012 “Within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro” seguita da “And believe me, it will be enough”, ha segnato sicuramente un punto di svolta nella storia economica recente dell’Eurozona. Da quando la BCE ha dichiarato l’impegno a salvare i Paesi in emergenza finanziaria ad ogni costo, i Paesi periferici non hanno più avuto difficoltà a rifinanziare il loro debito. Questo risultato non è stato ottenuto senza una serie di effetti indesiderati, che soltanto la storia futura permetterà di valutare nel loro insieme. Ma anche oggi è possibile segnalare diversi elementi che minano la stabilità economica dell’Eurozona e che sono stati creati dall’impegno del presidente della BCE  a evitare il default dei Paesi periferici.

1. Quali effetti sui rendimenti imputabili all’impegno di Draghi?

A fine gennaio 2014 lo stesso Mario Draghi ha rivendicato che: «In Spagna e Italia l’azione della Bce, con la promessa di fare ogni cosa necessaria a difesa dell’euro, ha praticamente dimezzato i rendimenti sui titoli di Stato»[2].  Una drastica riduzione dei tassi di interesse richiesti dai mercati finanziari ha indubbiamente interessato tutti i Paesi alla periferia dell’Eurozona. Mentre all’inizio del 2012 i rendimenti sui decennali portoghesi e greci erano a due cifre, due anni e mezzo più tardi i rendimenti più alti tra i bond dell’Eurozona erano quelli offerti da Cipro, che a metà giugno 2014 collocava 750 milioni di euro di titoli ad un tasso del 4,85%.

Figura 1

Rendimenti sui titoli di Stato a lungo termine

Fonte: elaborazione su dati OCSE. Nota: livello medio mensile dei rendimenti lordi dei titoli di Stato a lungo termine (nella maggior parte dei casi con scadenza a dieci anni)

Come si osserva nella Figura 1, in particolare nel caso portoghese, la discesa dei rendimenti era iniziata già prima della dichiarazione di Draghi. Inoltre, i tassi bassi sul debito dei Paesi periferici, che si osservano nella prima metà del 2014, sono spiegati da due ulteriori elementi: le politiche monetarie fortemente espansive adottate dalle banche centrali dei Paesi avanzati hanno favorito una riduzione, su scala globale, dei tassi di interesse. Inoltre numerosi investimenti sono fuggiti dai Paesi emergenti, molti dei quali hanno registrato periodi di turbolenza finanziaria, per tornare a investire nei Paesi avanzati.

Per quanto risulti difficile stabilire con precisione quanto le parole di Draghi abbiano influito su questo fenomeno, la discesa dei rendimenti ha aiutato i Paesi periferici a rifinanziarsi. La Grecia, uscita per 4 anni dai mercati, è tornata sui mercati il 10 aprile 2014 collocando tre miliardi di euro di bond quinquennali a un tasso del 4,95%. Il 22 aprile il Portogallo collocava 750 milioni di euro ad un tasso del 3,57%, tre anni dopo il bailout del FMI e dell’Europa.

In una prospettiva internazionale, è difficile spiegare rendimenti così bassi, in quanto appaiono completamente indipendenti dal rischio e dai fondamentali dei Paesi. I rendimenti dei decennali irlandesi sono arrivati ad aprile al 2,89%, ovvero 20 punti base superiori ai decennali americani: un buon risultato, per un Paese con un debito pari al 150% del PIL e uscito a dicembre 2013 dal piano di salvataggio del FMI. Similmente, i bond portoghesi, il cui rating è a livelli junk, rendono meno del 4% offerti dai decennali australiani valutati con tripla A. Si confrontino anche i decennali inglesi rispetto ai decennali spagnoli, valutati da Standard’s & Poor come AAA, i primi, rispetto a BBB, i secondi: se due anni fa lo spread tra i due titoli aveva raggiunto i 600 punti base, a giugno 2014 i rendimenti dei Bonos erano scesi sotto quelli dei Gilt, sotto il 2,6%.

La riduzione del rendimento non si spiega neppure con un miglioramento dei fondamentali nei Paesi dell’Eurozona in cui le prospettive circa la crescita economica, l’occupazione e il livello di debito pubblico non accennano a migliorare. Un esempio è l’Italia, che dal 2008 al 2014 ha perso il 25% della sua capacità industriale e il cui debito ha superato il 130% del PIL. Eppure il tasso di interesse dei BTP a dieci anni, che nel 2012 era stato pari, in media, a 5,65%, nell’asta a fine maggio 2014 ha raggiunto i minimi dall’introduzione dell’euro (3,01% sul mercato primario).

2. Effetti indesiderati

Debito, debito senza limite

La crescita dei rendimenti sul debito sovrano rappresenta un vincolo naturale che costringe le finanze pubbliche a limitare il proprio livello di indebitamento e a domandarsi come sviluppare la crescita economica. Una riduzione artificiosa dei rendimenti distorce pertanto questa dinamica di aggiustamento.

Negli ultimi anni l’indebitamento dei Paesi periferici non ha accennato a diminuire, come si può osservare nella Figura 2: tra il primo trimestre del 2011 e il primo trimestre del 2014 il debito pubblico complessivo lordo è cresciuto del 44% in Spagna, del 34% in Portogallo, del 30% in Irlanda, del 13% in Italia.

Figura 2

Indebitamento pubblico lordo

Fonte: elaborazione su dati Eurostat

Stati e banche: un legame pericoloso

Un secondo effetto indesiderato dell’intervento di Draghi è la distorsione del rischio. La teoria economica insegna che il tasso di interesse è un valore che include le preferenze intertemporali, l’inflazione attesa e il rischio default; escludendo che i primi due elementi possano essere mutati in maniera rilevante negli ultimi due anni, risulta che il rischio default per i Paesi periferici percepito dai mercati finanziari si è drasticamente ridotto. Si tratta però di un risultato poco credibile: chi potrebbe dire se la BCE sia davvero in grado di salvare tutta la periferia europea in caso di fallimenti a catena e quali conseguenze potrebbe avere un intervento di così ampia portata?

Riducendo il rischio di default di quel debito sovrano la BCE incentiva molti investitori a scegliere quei titoli. La conseguenza più rilevante riguarda i bilanci bancari: molte banche hanno potuto investire abbondantemente sui bond della periferia europea, dal momento che il rischio che quei titoli non fossero onorati, in tutto o in parte, si è notevolmente ridotto.

Le statistiche di Banca d’Italia permettono di osservare questo fenomeno in Italia. Il debito emesso dalle amministrazioni pubbliche italiane e detenuto dalle banche residenti in Italia è cresciuto da 118 miliardi di euro nel gennaio 2008, a 212 miliardi nel gennaio 2011, fino a 394 nel gennaio 2014, come si può osservare nella Figura 3.

Figura 3debito pubblico ita nelle banche ita

Fonte: elaborazione su dati Banca d’Italia (Bilanci delle banche residenti in Italia: titoli diversi da azioni emessi da amministrazioni pubbliche italiane)

Conclusioni

La decisione della BCE di affrontare qualsiasi sforzo per non far fallire i Paesi in difficoltà ha modificato indubbiamente il corso della crisi dell’Eurozona. Non è stato l’unico elemento che ha aiutato le finanze dei Paesi periferici a uscire dall’emergenza: ha influito anche il quadro internazionale, la politica monetaria e il ruolo delle banche nell’acquistare il debito sovrano.

Il rischio di non buttare le mele marce è però quello di fare marcire tutto il cestino. Oggi emergono tanti segnali che fanno pensare che la crisi dell’Eurozona si stia spostando dalla periferia al centro, che l’indebitamento pubblico continuerà a crescere così come l’esposizione degli istituti creditizi nei confronti del rischio sovrano.

Derogare alle regole della buona economia, che vede nel fallimento – anche delle finanze pubbliche – un’occasione per riformarsi e per sanare  scelte sbagliate, comporta sempre un costo. Che però, come tutti gli effetti secondari, è meno visibile e più difficile da calcolare: non trova spazio nelle decisioni politiche ma ciò non significa che non avrà conseguenze sulla stabilità economica europea.

 

[1] Gideon Rachman, “Mario Draghi’s ‘Whatever it takes’ may not be enough to save the euro”, The Financial Times, 7 aprile 2014.

[2] Cfr. Vittorio Da Rold, “Italia e Spagna, tassi dimezzati grazie alla Bce”, Il Sole 24 ore, 25 gennaio 2014.

 

25
Lug
2014

Dal d.l. competitività una picconata al privilegio IVA di Poste

Troppo spesso il procedimento di conversione dei decreti-legge rappresenta un’occasione per annacquarne il contenuto o ridurne la portata; talora, però, il passaggio parlamentare consente di apportarvi migliorie e potenziarne l’impatto: è il caso del d.l. competitività (n. 91/2014), che il Senato si appresta ad approvare, dopo che il governo ha posto la fiducia sulla formulazione partorita dalle Commissioni, e che include adesso un articolo 32-bis, volto a rimuovere un’odiosa disparità che tuttora ostacola un’effettiva concorrenza nel mercato postale.
Il riferimento è all’asimmetria assicurata ai servizi dell’ex monopolista dalla vigente normativa tributaria, che esenta dall’applicazione dell’imposta sul valore aggiunto le prestazioni rientranti nel servizio universale effettuate dai soggetti designati alla sua fornitura; con il risultato che i concorrenti nuovi entranti devono fronteggiare uno scalino del 22% nella determinazione delle proprie tariffe. Si tratta di un tema che l’Istituto Bruno Leoni solleva da anni e che ha incontrato l’attenzione più autorevole della Corte di Giustizia (già nel 2009) e, sulla scorta della posizione di quella, dell’Antitrust. In particolare, il Garante della concorrenza ha disposto la disapplicazione dell’art. 10, co. 1, n. 16) del d.p.r. 26 ottobre 1972, n. 633, nella parte in cui sottrae al prelievo anche le prestazioni di servizi soggetti a contrattazione individuale. L’emendamento 32.0.3 a firma Tomaselli e altri mira a dare definitività alle conclusioni del regolatore, peraltro avallate dal giudice amministrativo e reiterate in occasione dell’annuale segnalazione al Parlamento, introducendo un’espressa deroga all’esenzione.
L’asimmetria non verrà eliminata; e, invero, la normativa europea non si spinge a pretenderlo. Però il suo ambito verrà ricondotto a confini maggiormente compatibili con lo sviluppo di un mercato competitivo nel recapito. È, infatti, nei segmenti della posta massiva – quella originata dai grandi speditori come banche, assicurazioni e utility – ma anche della posta raccomandata o assicurata e del direct mail che i clienti dispongono dei volumi e della forza contrattuale necessari a negoziare le condizioni tecniche ed economiche del servizio; ed è in questi àmbiti, dunque, che la concorrenza può più facilmente svilupparsi. Inequivocabilmente, da oggi in poi, tutte le prestazioni rientranti in queste modalità di tariffazione saranno sottoposte al medesimo prelievo, a prescindere dall’identità dell’operatore prescelto.
Poste potrà, peraltro consolarsi un’altra integrazione al decreto: quella che dispone il pagamento all’azienda della somma di 535 milioni di euro, in esecuzione in una sentenza dello scorso ottobre del Tibunale dell’Unione Europea. In quella sede, il giudice comunitario di primo grado aveva cassato una decisione della Commissione, che nel 2009 aveva stabilito che la remunerazione corrisposta dal Tesoro all’ex monopolista a fronte dell’impiego delle somme raccolte dai conti correnti postali, come disciplinata della legge finanziaria per il 2006, costituisse aiuto di stato e dovesse essere restituita. Ciò che l’Europa toglie, l’Europa dà. Con quanta prontezza, dipende dalla solerte collaborazione del legislatore nazionale.

24
Lug
2014

Contanti: che schifo! O no?

Contanti si, contanti no, contanti ma pochi”. “Pos, non pos, sì pos ma con sanzioni per chi non ce l’ha”. Sembrano i ritornelli di nuove canzoni estive spensierate; invece sono l’oggetto delle discussioni governative su come far ripartire l’economia e contrastare l’evasione fiscale.
Si continua ad andare nella direzione sbagliata: errare è umano, ma perseverare è diabolico!
E’ dai tempi del Governo Berlusconi, quando anche Tremonti entrò fra i paladini della lotta al sommerso, che tutti si ostinano a criminalizzare il contante con l’unico effetto (devastante) di aver frenato bruscamente la circolazione del danaro, fatto crollare i consumi interni, favorito l’emigrazione della spesa all’estero (per chi può, ovviamente), generato una recessione inarretabile, depresso la produzione industriale e il commercio di beni e servizi, ammazzato l’intraprendenza di imprese e lavoratori autonomi, bruciato i risparmi delle famiglie (spesso dissipati anche dietro al sogno dei più giovani di iniziare una improbabile attività autonoma, illusi dagli incentivi statali e poi travolti dalla stagnazione del mercato).
Da questo buio tunnel non si uscirà fintanto che chi governa (adesso tocca al volenteroso Matteo Renzi) e chi opprime (persiste l’egemonia della führer Angela Merkel) perseverano in un rigorismo e riformismo dei grandi sistemi, rimanendo però lontanissimi dalla soluzione dei problemi concreti dei piccoli sistemi nonostante sia solo questi che mandano ancora avanti questo affascinante e disgraziato Paese.
Gira e rigira, le manovre in campo si traducono sempre in interventi repressivi, lesivi dei fondamenti diritti di libertà dei Cittadini, pericolosamente proiettati verso un controllo globale della sfera personale di ognuno che spia l’impiego legale anche più riservato del danaro, misura il patrimonio di ognuno e rende palesi ed aggredibili dal Fisco le disponibilità anche faticosamente accantonate in una vita di lavoro e di sacrifici; il tutto legittimato da una implicita presunzione di delinquenzialità generale, sintomo di una impostazione poliziesca dello Stato padre/padrone che solo qualche decennio fa’ avrebbe suscitato ribellioni popolari difficilmente controllabili e che oggi suscita solo lamentosi chiacchiericci perché nessuno ha più la voglia o la forza di protestare veramente.
Per tornare a crescere è fondamentale che il danaro torni a circolare e pertanto assume una importanza decisiva anche la sorte del contante: a questo proposito bisogna precisare una volta per tutte che non esiste nessun obbligo giuridico, comunitario o internazionale, di adottare misure che ne depotenzino, ne limitino o ne vietino l’utilizzo o la circolazione.
Il recente esempio svizzero è emblematico e l’Italia dovrebbe imparare qualcosa. Nonostante le raccomandazioni del GAFI (Gruppo d’Azione Finanziaria Internazionale) il Consiglio Nazionale, proprio qualche giorno fa’, ha deciso di non adottare alcuna misura limitativa nell’uso del danaro contante, nemmeno per le operazioni di natura immobiliare, pur avendo già approvato varie misure antiriciclaggio per contrastare i flussi finanziari di provenienza illecita o illegale. Le determinazioni adottate dal GAFI infatti invitavano soltanto ad adottare misure idonee a contrastare il fenomeno del riciclaggio di danaro di provenienza illecita o destinato a finanziare in terrorismo internazionale, lasciando poi ad ogni Stato ampia libertà di scelta; mai è stato preteso di limitare l’utilizzo del contante, né tantomeno di introdurre regole autolesionistiche.
Basta dunque con chi continua ad imporre le proprie scelte facendosi scudo con l’odiosa battuta “è l’Europa che ce lo chiede” o “sono gli accordi internazionali o bilaterali che lo esigono” : la sovranità di uno Stato è un diritto sacrosanto ed appartiene solo al Popolo; chi governa deve essere in grado di difendere la dignità e la salute anche economica del Popolo ed ha il dovere di reagire con fermezza contro ciò o chi lo vuole portare alla rovina, anche quando si debbono fare i conti con un debito pubblico importante. Anzi, proprio nei momenti di forte criticità ed indebitamento, chi governa deve avere l’intelligenza, la capacità, la libertà ed il potere di stimolare l’intraprendenza del suo Popolo, di favorirne la creatività e l’espressività, di liberarlo dal sovraccarico assurdo di regole inabilitanti e di proteggerlo dalle razzie incontrollate del proprio apparato fiscale legittimate da normative palesemente prevaricatorie ed estorsive.
Servono solo poche cose, urgenti e facili da attuare, ma con coraggio e determinazione: semplificare l’apparato amministrativo e burocratico, cancellando (non riformando) le innumerevoli regole che non sono più né conoscibili né controllabili neppure dagli esperti dei vari settori; liberalizzare l’impiego del cotante per favorirne al massimo la circolazione e la conseguente produzione di ricchezza (i sistemi cd. “tracciati” debbono essere favoriti attraverso la drastica riduzione dei costi di gestione ed incentivi fiscali nell’utilizzo); avvio di un periodo di tregua fiscale che restituisca ai Cittadini il gusto di spendere, liberandoli dalla ossessione di sentirsi sorvegliati speciali del Fisco e dall’avvilimento di essere considerati lazzaroni fino a prova contraria!
Non esistono altre vie per poter tornare rapidamente a crescere ed a recuperare la dignità di un Paese veramente libero!
Manuel Seri

24
Lug
2014

Equo compenso: Apple svela il trucco

La campagna di comunicazione orchestrata dal ministro Franceschini, in perfetta consonanza con le pretese della Siae, a margine dell’approvazione del decreto del 20 giugno che ha rimodulato – nemmeno a dirlo, al rialzo – le tariffe del cosiddetto equo compenso per copia privata, si fondava su due presupposti. Primo: che il livello assoluto del prelievo italiano andasse adeguato a una più generosa media europea – opinione che poteva essere puntellata solo da una ricostruzione fuorviante e opportunistica dei numeri ed è stata immediatamente demolita. Secondo: che gli aumenti potessero essere assorbiti interamente dai produttori – previsione prontamente ridicolizzata da chiunque avesse un’infarinatura della teoria dell’incidenza dell’imposta, ma non ancora sconfessata plasticamente dai fatti.
Fino a ieri, cioè, quando Apple ha annunciato un aggiornamento dei listini che incorpora al centesimo i rincari disposti dal ministro: quello stesso ministro che poche settimane fa, audito dal parlamento, aveva spergiurato – esibendo teatralmente il proprio iPhone – che i consumatori non sarebbero stati colpiti dal provvedimento. E, del resto, davvero non si capisce perché dovrebbe essere così. La facoltà di estrarre, per uso personale, copia di un contenuto legittimamente acquistato è attribuita ai consumatori; e, se ad essa accede una forma di compensazione a beneficio degli autori, appare naturale che siano gli stessi consumatori a reggerne l’onere. In quest’ottica, il ruolo dei produttori di dispositivi di memorizzazione è sostanzialmente quello di sostituti d’imposta, che di per sé giustifica (sul piano normativo, se non anche su quello positivo) l’integrale traslazione a valle dell’imposta. Pretendere di addossare il tributo ai produttori non è soltanto una castroneria dal punto di vista economico, ma anche una conclusione del tutto incoerente con l’impianto dell’istituto del cosiddetto equo compenso.
Difficile ammettere che osservazioni tanto elementari siano sfuggite al ministro e ai suoi collaboratori. Il senso di quelle affermazioni è, invece, un altro: non potendo invocare un alibi, i protagonisti della vicenda – il ministro, ma anche la stessa Siae, che all’elaborazione del provvedimento ha partecipato sin troppo da vicino – hanno cercato di addebitare ad altri la responsabilità del misfatto. Non a chi ha messo a punto le nuove tariffe, né a chi ne incamera i benefici: bensì a chi ha rifiutato di accollarsele non avendo alcun obbligo (o alcun motivo) di farlo.
Difendendo legittimamente i propri margini, Apple ha scommesso sulla rigidità della domanda dei propri prodotti, decisione industriale che sarebbe improprio caricare di valenza politica; e, così facendo, ha svelato il trucco del mago Franceschini: peraltro, limitandosi a seguire la via della trasparenza già tracciata dall’Antitrust, che – nell’ambito della propria segnalazione al parlamento ai fini della predisposizione della legge annuale sulla concorrenza – ha caldeggiato l’introduzione di un obbligo d’indicazione espressa dell’ammontare dell’equo compenso, altrimenti indistinguibile dal prezzo dei prodotti soggetti al prelievo.
Le reazioni scomposte del partito dell’equo compenso dovrebbero far riflettere: è accettabile che un’azienda che ha avuto l’ardire di stabilire autonomamente i prezzi dei propri prodotti sia presa di mira dalla politica con dichiarazioni smisurate e persino con “minacce esplicite di ritorsione fiscale”? Ancor più incredibile il contropiede annunciato dalla Siae, che si ripromette di trasformarsi in rivenditore di telefoni, dedicandosi all’arbitraggio sui prezzi dei terminali Apple. Rallegra che, dal fortino inattaccabile del proprio monopolio, l’ente scopra i valori della concorrenza e dell’unificazione dei mercati: ma questi pruriti imprenditoriali tanto estranei alla sua missione dimostrano, meglio di mille editoriali, che la Siae non ha bisogno dell’equo compenso extralarge per prosperare.

@masstrovato

23
Lug
2014

I contratti di sviluppo e 2 guai di Stato: serve un’agenzia indipendente che valuti riforme e investimenti pubblici

Ieri il governo ha annunciato il varo di 24 progetti di sviluppo, per 1,4 miliardi di euro di risorse di cui 700 milioni di fondi pubblici nazionali. E’ una buona notizia soprattutto per il Sud, visto che per l’80% sono progetti incardinati nelle quattro regioni dell’Obiettivo Convergenza, cioè Campania, Sicilia, Puglia e Calabria. E’ una buona notizia perché non sono interventi a pioggia, ma di taglio non inferiore ai 20 milioni (7,5 per l’agricoltura) per singola impresa e su progetti abbastanza precisi. Ed è una buona notizia perché quasi metà delle imprese interessate è straniera, con multinazionali come Vodafone e Unilever, Whirlpool e Sanofi. Tuttavia è una notizia buona, ma solo a metà. Non è colpa del governo attuale, che ha volontà e merito di accelerare, ma all’annuncio si arriva solo perché, entro qualche settimana, correvamo il rischio di vederci sottratte come Italia le quote di finanziamento dei fondi europei su cui questi progetti insistono: sono tutti denari che andavano utilizzati entro il 2013, e che non abbiamo saputo mettere a frutto per tempo.

Il tempo è tutto, a maggior ragione in un Paese che ha perso il 27% del totale degli investimenti nazionali, tra pubblici e privati, dal 2008 a fine 2013. Si tratta di interventi sia di riqualificazione di aziende o rami d’azienda in crisi, sia di sviluppo di nuove attività. I 25 mila addetti la cui occupazione è salvaguardata o creata dai progetti annunciati ieri potevano e dovevano esserci anni fa, le aziende avrebbero potuto rispondere meglio alla crisi, la perdita di reddito sarebbe stata inferiore. A dirla tutta la responsabilità non sta al braccio pubblico responsabile di raccogliere le richieste delle aziende e di elaborare l’istruttoria, cioè Invitalia, l’agenzia per l’attrattività degli investimenti italiani ed esteri guidata da Domenico Arcuri. Tant’è che Invitalia di progetti di sviluppo ne ha pronti 36. Se l’annuncio di ieri ne riguarda 24, in realtà ad essere già compiutamente stipulati ne è la metà cioè 12, e in stato di esecuzione non sono più di 6. E di questo la responsabilità è della pachidermica e tardigrada macchina pubblica, ministeriale e regionale, che deve attivarsi su ciascuno di essi dopo che l’istruttoria è compiuta. E’ questa, la nostra prima palla al piede. E ora bisognerà comunque correre, per varare in tempo gli altri progetti che Invitalia ha già cantierato.

Se diamo un’occhiata ai settori interessati, la Campania per molti versi è la regione più “accattivante”, visto che non solo allinea una pluralità di interventi nei settori di punta della propria specializzazione industriale più avanzata, dal settore aeronautico a quello del packaging all’alimentare, ma è anche l’unica ad allineare contemporaneamente progetti pronti anche nel campo turistico e in quello della grande distribuzione commerciale. Perché se c’è un punto debole, nei 36 progetti cantierati, è che pochissimi tra loro riguardano proprio turismo e commercio, che al contrario avrebbero un grande bisogno di incrementare la propria capacità di offrire servizi a maggior valore aggiunto e di superare al contempo quel frazionamento pulviscolare dell’offerta che ha una pesante responsabilità, sia nella nostra inadeguata capacità di attirare turisti esteri, sia nell’inefficienza di una catena dei prezzi che finisce per gravare troppo sul consumatore finale.

Per essere onesti fino in fondo, bisogna però ricordare anche una seconda debolezza pubblica. Non c’è solo la lentezza delle pluralità di competenze sovrapposte, che non ci mette in condizioni di usare i fondi europei in tempo adeguato, e a cui si rimedia affrettando decisioni e procedure. C’è un’altra grave questione irrisolta. L’esempio è dato proprio da uno dei 36 progetti pronti, nell’elenco Invitalia. Quello che riguarda i 100 milioni di cui 74 agevolati di investimento per EuralEnergy nel Sulcis, in Sardegna. Un problema, quello minerario dell’ex CarboSulcis, aperto da 20 anni. In 20 anni la regione Sardegna ci ha speso 600 milioni, e tra perdite e sovraccosti di acquisto dell’estratto addossati a Eni ed Enel la somma spesa complessivamente non è inferiore al miliardo di euro. I circa 490 minatori rimasti al 2013 hanno un costo medio lordo di 37mila euro annuo, eppure abbiamo speso 3 volte a testa in denaro pubblico ogni anno per non risolvere in nulla il problema. Lo abbiamo eternato, bruciando risorse di tutti, la vita e la speranza di chi è rimasto sempre appeso a un filo.

Ecco la seconda cosa che manca alla macchina pubblica italiana: un’agenzia pubblica indipendente, composta da professionalità economiche e d’impresa elevate, capace di valutare ex ante in autonomia rispetto ai governi e alle regioni i costi-benefici delle agevolazioni e degli investimenti pubblici, capace di monitorare nel tempo l’attuazione dei piani industriali agevolati (facendo anche scomparire i contributi a fondo perduto, che ancora restano anche nei programmi di sviluppo attuali, e che non aiutano la serietà dei progetti), e capace di fare un serio bilancio ex post degli interventi, in modo da spingere i successivi impieghi di capitale pubblico verso sempre migliori pratiche.

La politica non ama le valutazioni di efficienza indipendenti. Ma dalla fine dell’epoca gloriosa della primissima Cassa del mezzogiorno, la serietà delle valutazioni tecniche a corredo degli investimenti e delle agevolazioni troppe volte ha piegato il capo a criteri clientelari e di consenso. E’ per questo che nel Sud in passato troppe volte gli aiuti pubblici si traducevano in “prendi i soldi e scappa”, desertificando vieppiù l’impresa sana. Ed è per questo che un’eguale unità di capitale pubblico investita in Germania ha un rendimento superiore dui quasi il 40% a un eguale impiego in Italia, stando all’ultimo outlook del Fondo Monetario.

Non vale solo per i progetti di sviluppo di cui stiamo parlando oggi. Vale per qualunque riforma pubblica: è perché manca una valutazione seria e indipendente, che gli sgravi a tempo di Letta per le assunzioni nelle imprese hanno ottenuto solo il 28% dei risultati prefissi, e che la Garanzia Giovani in corso oggi corre il serio rischio di tradursi in un flop. Ci pensi Renzi: un’agenzia di valutazione indipendente di come si spendono i denari pubblici serve all’Italia. La PA com’è oggi – e come resterà domani – non ce la fa.

 

23
Lug
2014

Taxi e NCC: verso una licenza unica?

Nella battaglia per l’esercizio del servizio di trasporto pubblico non di linea è intervenuta, qualche settimana fa, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, con una segnalazione inequivocabile a Governo e Parlamento in cui, per superare gli ostacoli alla competitività che rallentano la crescita del paese, li invita a “eliminare le distorsioni concorrenziali nel settore degli autoservizi di trasporto pubblico non di lineacausate dall’esclusione della disciplina dei taxi e del servizio di Noleggio auto con conducente (NCC), di cui alla l. n. 21/1992, dall’ambito di applicazione delle recenti norme di liberalizzazione”.

Si tratta, com’è facile capire, di una segnalazione importante nell’ambito dei tentativi di maggiore apertura alla concorrenza del trasporto pubblico non di linea, colti già in alcuni emendamenti alla legge di conversione del decreto competitività, discussi in questi giorni in Parlamento. Un’apertura auspicata anche dall’Istituto Bruno Leoni, in un paper pubblicato oggi da Diego Menegon, che – dopo aver ricostruito la ratio della differenziazione tra i servizi di taxi e di noleggio con conducente e la normativa di riferimento – propone un sostanziale allineamento dei servizi, così da ristabilire quelle condizioni di effettiva concorrenza tra gli operatori ritenute necessarie dal garante.

Entrambi i servizi furono disciplinati dalla legge 21/1992, che li differenziava a seconda dell’utenza cui erano rivolti. Nelle intenzioni del legislatore, infatti, il servizio NCC andava a soddisfare una domanda di trasporto programmabile, mentre i taxi garantivano un servizio universale, vale a dire mezzi di trasporto pubblici non di linea sempre e ovunque. Si temeva cioè che, se l’attività fosse stata lasciata libera, soprattutto in determinate zone e in determinate fasce orarie il consumatore sarebbe stato costretto a pagare prezzi troppo elevati per spostarsi, se non addirittura a non riuscire a reperire operatori disponibili.

Come scrive Menegon, tuttavia, “tali circostanze sono sempre più marginali, intuitivamente incompatibili con un aumento dell’offerta, e la frequenza del loro verificarsi, se si rendesse l’attività del tutto libera ed esercitabile da chiunque avesse la disponibilità di un mezzo e la patente, è tutta da dimostrare”. C’è poi un dato fondamentale da considerare, cioè che le innovazioni tecnologiche hanno reso inequivocabilmente obsoleto l’intero impianto regolatorio del settore: un’offerta più ampia e più variegata (si pensi, oltre ai servizi di NCC, al car sharing e al car pooling) potrebbe tutelare il consumatore più – e meglio – delle attuali tariffe amministrate e turni obbligatori.

Bisogna riconoscere, dunque, che l’evoluzione tecnologica ha reso i vari servizi di trasporto pubblico non di linea sempre più convergenti, rendendo lecito chiedersi se l’attuale regolamentazione rispecchi ancora la tutela di un “interesse pubblico” o, al contrario, non sia frutto di una legislazione superata e anacronistica, come ipotizzato dall’Antitrust. In questo senso, l’augurio è che il legislatore prenda atto delle indicazioni dell’AGCM, adottando le misure necessarie.

Quali potrebbero essere queste misure? In primo luogo, l’abrogazione degli obblighi, posti in capo agli NCC, di ricevere le prenotazioni di trasporto presso la rimessa, di avere sede o rimessa nel territorio del comune che ha rilasciato l’autorizzazione e di iniziare la corsa presso la rimessa (artt. 3, comma 3; 8, comma 3; 11, comma 4 della l. 21/1992); in seconda istanza, l’adozione di un sistema unico, nazionale e aperto di licenze, che rimuoverebbe il contingentamento dell’offerta nel settore, pur garantendo il rispetto dei requisiti soggettivi e oggettivi ritenuti necessari alla circolazione delle auto pubbliche.

Twitter: @glmannheimer

17
Lug
2014

La spending review del ministro Franceschini

Anche il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (Mibact) si è finalmente adeguato ai dettami della spending review. Dettami che imponevano il taglio di 6 dirigenti di I fascia e 31 dirigenti di II fascia tra amministrazione centrale e periferica. La riorganizzazione del Mibact ha così portato a una revisione della struttura ministeriale e a una diversa ripartizione di competenze fra i vari organi. Contestualmente sono state delineate anche alcune innovazioni nella gestione del sistema museale.

Lo snellimento della macchina amministrativa ha previsto ad esempio la fusione fra le soprintendenze ai beni storici, artistici ed etnoantropologici e quelle per i beni architettonici e paesaggistici (diventeranno soprintendenze “belle arti e paesaggio”). In passato vi sono poi state parecchie sovrapposizioni di ruoli, come fra le direzioni regionali e le stesse soprintendenze. Ora le prime vengono riportate al loro ruolo di coordinamento amministrativo, mentre le seconde eserciteranno le funzioni tecnico-scientifiche. In sostanza la riorganizzazione ha prodotto un rimescolamento di carte, che ha portato alla diminuzione dell’organico e che, nel contempo, ha fatto un po’ di ordine nel funzionamento della struttura. Read More