6
Ago
2014

Case dell’Acqua, una replica al nostro Focus (con risposta).

Riceviamo e volentieri pubblichiamo i commenti di Giorgio Moro, presidente Associazione Aqua Italia – ANIMA (Confindustria), al nostro focus Limpido come l’acqua? Il lato oscuro delle “case dell’acqua”. A margine la nostra risposta.

 

Egr. Luciano Capone,

ho avuto occasione di leggere il suo articolo “Limpida come l’acqua?” apparso su IBL n.242 del 18 luglio 2014 e desidero segnalarle alcuni passaggi nei quali ho riscontrato importanti inesattezze che, mi auguro, vorrà accogliere nello spirito della rivista stessa ovvero di fornire una comunicazione chiara e trasparente al fine di favorire la libertà di scelta dei vostri lettori.

Per quanto concerne il finanziamento pubblico delle installazioni desidero portare alla Sua attenzione alcuni dati ulteriori. L’ultima mappa di consistenza che abbiamo consegnato anche al Ministero della Salute per realizzare il Manuale di Corretta Prassi Igienica, evidenzia come oltre il 50% dei Chioschi dell’Acqua siano iniziativa dei comuni e la stragrande maggioranza di esse siano frutto di iniziative imprenditoriali locali che mettono a disposizione del comune e dei cittadini le installazioni e ne gestiscono la regolare manutenzione rientrando dell’investimento grazie alla vendita dell’acqua.

Per quanto concerne il riferimento all’industria dell’acqua in bottiglia, la invitiamo a leggere il recentissimo dossier “Regioni imbottigliate” di Legambiente e Altreconomia dove emerge come queste aziende paghino 1 euro di concessioni ogni 1000 litri, ovvero 1 millesimo di euro per litro imbottigliato.

I Chioschi dell’Acqua sono, a tutti gli effetti, imprese alimentari e quindi sottoposti ad un regime legislativo e di controlli che non ha nulla a che vedere con qualsiasi impresa alimentare comprese le aziende di imbottigliamento; da ciò anche l’incidenza sui costi di erogazione del prodotto qualora venga venduto. Tutte le fontane riportano chiaramente la definizione di ciò che si sta erogando ovvero acqua di acquedotto affinata attraverso processi di filtrazione, refrigerazione, gassatura che consentono all’utente di apprezzarne il gusto ed aumentarne il consumo. Peraltro è noto come i limiti e i controlli ai quali sono sottoposte le acque minerali sono decisamente più permissivi rispetto ai controlli cui viene sottoposta l’acqua di acquedotto.

Infine, ricordo che i Chioschi dell’acqua sono un vero servizio al cittadino volto a ridurre e limitare le emissioni di gas serra (2002/358/CE) e orientato a modificare gli attuali modelli di consumo in ambito di prevenzione dei rifiuti (2008/98/CE) oltre ad essere una attività finalizzata all’attuazione del principio dello sviluppo sostenibile (D.lgs. 3 aprile 2006 n. 152 (TUA)).

Spero di ricevere da Lei o dalla Redazione un riscontro per un confronto costruttivo sul tema e con l’occasione rinnovo la nostra disponibilità e auspico in una collaborazione per futuri articoli sul tema.

 

Gentile presidente Moro, intanto la ringrazio per l’attenzione rivolta al nostro focus. Rispondo brevemente ai punti da lei sollevati: per quanto concerne il finanziamento delle “case dell’acqua” il fatto che “oltre il 50% siano iniziativa dei comuni” non mi pare smentisca che vengano finanziate con soldi pubblici e anche l’osservazione che “la stragrande maggioranza di esse siano frutto di iniziative imprenditoriali locali” mi pare non dica tutto, visto che le imprese di cui si parla sono quasi esclusivamente multiutility e società partecipate i cui bilanci pesano sempre sui conti pubblici. Riguardo alle concessioni pagate dalle aziende di acque minerali è senz’altro un tema interessante, ma che non era l’oggetto del focus. Quanto all’osservazione che “i Chioschi dell’Acqua sono imprese alimentari e quindi sottoposti ad un regime legislativo e di controlli che non ha nulla a che vedere con qualsiasi impresa alimentare”, oltre a segnalare una condizione anomala (se non bizzarra), mi sembra che non faccia altro che ribadire la tesi del focus secondo cui i chioschi non rientrano nel servizio pubblico, ma sono un’attività imprenditoriale che quindi dovrebbe essere lasciata fare ai  privati che vogliono investire e ai consumatori che vogliono pagare. Mi sento quindi di dover respingere l’accusa di aver scritto “inesattezze”, mentre accetto con piacere la differenza di idee e di opinioni, che è il sale di un dibattito e di un confronto costruttivo.

LC

6
Ago
2014

Ma guarda, il PIL scende mentre spesa e incassi pubblici salgono: ora basta scuse, rinvii e propaganda

L’Istat ha purtroppo confermato le attese. Nel secondo trimestre del 2014 il PIL italiano è diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dello 0,3% nei confronti del secondo trimestre 2013. Dopo il deludente -0,1% del primo trimestre su quello precedente (e -0,5% sullo stesso periodo 2013), abbiamo oggi la conferma che non è alla nostra portata il più 0,8% annuo di PIL previsto nel DEF ad aprile dal governo Renzi appena insediato. C’è poco da gioire, anche per chi come noi l’aveva detto per tempo. Si può solo esser tristi due volte, perché inascoltati.

Ed è su questo sfondo, che ieri il premier non ha troppo gradito le osservazioni venute da Confcommercio, sull’effetto praticamente nullo su consumi e crescita sin qui manifestato dal bonus di 80 euro lordi mensili disposto dal governo ai lavoratori dipendenti sotto i 25 mila euro lordi di reddito. “Andatelo a chiedere agli 11 milioni di beneficiari, se l’effetto è nullo”, ha seccamente replicato Renzi. Bisogna riconoscere che tra Confcommercio e Renzi non hanno ragione l’una e torto l’altro. Hanno ragione entrambi. E non per cerchiobottismo, ma semplicemente perché parlano di due cose diverse. Confcommercio parla degli effetti che il bonus non ha avuto sulla crescita. Mentre Renzi si riferisce all’effetto che il bonus ha esercitato sul reddito disponibile di chi l’ha percepito. A entrambi i numeri danno ragione, visto che si parla di cose diverse. Quanto agli effetti del bonus sulla crescita, l’ISTAT parla chiaro: il contribuito alla crescita della domanda interna è nullo, nel secondo trimestre 2014. L’Indicatore dei Consumi Confcommercio di giugno rileva una crescita limitatissima su maggio, appena dello 0,1%. Aumenta dello 0,3% la domanda di beni, ma per i servizi la spesa cala dello 0,2%. Venendo invece ai redditi delle famiglie che stanno a cuore a Renzi, in termini reali procapite in 7 anni la caduta rispetto al precrisi è tra il 13 e il 14%, siamo tornati indietro a livelli da anni Ottanta. E’ effetto di oltre 3 milioni di disoccupati, dell’elevata disoccupazione giovanile, dei mancati pagamenti e della bassa liquidità di cui soffrono autonomi e piccole imprese.

E’ ovvio dunque che, in condizioni di progressiva asfissia quanto a livelli di reddito, Renzi abbia ragione a sottolineare che aver disposto bombole ad ossigeno per alcuni milioni di italiani è stato utile, e in effetti in proporzioni senza precedenti (la copertura del decreto Irpef è stata effettuata per 3 miliardi con tagli di spesa e per 4,5 miliardi con nuove entrate, il bonus vale 12 miliardi su base annua che vanno trovati per confermarlo nel 2015). E’ anche vero, però, che il governo ha scelto di concentrare il più degli sgravi 2014 sul versante Irpef-famiglie meno abbienti considerando un criterio di equità e redistribuzione, non quello dei maggiori effetti a brevi ottenibili in termini di crescita. Una considerevole evidenza di dati e letteratura scientifica accumulati mostra che, se il governo avesse anteposto la crescita, avrebbe ottenuto maggiori effetti quanto più avesse concentrato gli sgravi sulle imprese, abbassando l’IRAP molto più della limatina concessa nel 2014. Per una stessa quantità di sgravi, l’elasticità nell’unità di tempo al rilancio dell’offerta da parte delle imprese è maggiore di quanto sia quella delle famiglie al rilancio della domanda, cioè dei consumi.

Perché? Presto detto. Con livelli di reddito tanto depauperati, le famiglie traducono una minima percentuale del bonus in consumi, perché tornano ad elevare – come è ripreso ad avvenire dal 2013 – la propensione al risparmio. Per tre ragioni. La prima è che ricostituiscono cuscinetti di liquidità per integrare redditi in calo. La seconda – definita in gergo tecnico “equivalenza ricardiana”- è che avendo sperimentato in questi anni forti progressivi aumenti della pretesa fiscale dello Stato, a maggior ragione preservano risorse per fronteggiarla. La terza è che nel frattempo è caduto anche il valore medio del proprio portafoglio patrimoniale, a cominciare soprattutto da ciò che in Italia ne costituisce l’85%, e cioè il mattone di proprietà delle famiglie. Era assolutamente prevedibile, dunque, che il bonus 80 euro si traducesse in pochi consumi aggiuntivi. E molti infatti – anche noi – lo scrivemmo. Ma il governo, sotto elezioni europee, ha preferito la via “sociale” a quella “economica”.

Il problema del nostro paese non è affatto quello di considerare “sociale” ed “economico” in alternativa. Questo lo affermano i fautori del deficit e del debito pubblico a briglia sciolta, incaponendosi in una demagogica quanto popolare campagna contro il presunto “rigore”. Che in italia è solo a carico del contribuente, visto che fatto pari a 100 la pressione fiscale del 2000, qui da noi a oggi è aumentata del 5%, mentre in Germania è scesa del 7% rispetto ad allora: il che spiega perché da noi il Pil reale procapite sia sceso del 6% rispetto al 2000 (e dell’11% rispetto al 2008), mentre quello tedesco è salito del 15% rispetto al 2000. Ma mentre da noi c’è rigore fiscale per famiglie e imprese, il rigore nella spesa pubblica non c’è: continua a crescere, meno di prima in questi tre anni ma continua a salire. ll rigore per lo Stato non c’è: e ancora nel DEF presentato da Renzi ad aprile, dagli 809 miliardi di pesa pubblica 2014 si continua a salire sino a quota 852 nel 2018. Se guardiamo all’ultimo dato reale del 2014, l’aumento della spesa è anzi ben maggiore di quanto si proponesse il DEF: stiamo arrivando a 825 miliardi di spesa pubblica in questo solo 2014, con un più 7,8% sul 2013 e una spesa corrente che da sola aumenta del 3,4% a 535 miliardi..

Se dobbiamo dunque pensare a riprendere con più forza il sentiero della crescita, i problema non è tanto quello di strappare nuovi margini dall’Europa per sforare i tetti di deficit, ma deciderci sul serio a interventi energici per meno imposte su imprese e lavoro, il che significa prendere sul serio la spending review invece di continuare a parlarne e polemizzarne. Se c’è un errore da cui i governo deve guardarsi, è quello di cadere nella trappola “stazionaria” che incombe nelle teste di molti componenti l’attuale maggioranza. Pensando che reddito e occupazione siano una torta data e ferma, ragionano in termini di mera redistribuzione: di qui idee come la staffetta generazionale con prepensionamenti nel settore pubblico, basati sull’idea “levati-tu-che-mi-ci-metto-io”. I sei milioni di occupati che ci mancano per raggiungere il tasso di occupazione tedesco non li costruiamo con onerosi prepensionamenti pubblici e staffette generazionali. E’ un errore, per recuperare reddito e produttività abbiamo bisogno di aver più occupati sia giovani sia anziani, e per fare questo bisogna tagliare molta spesa per realizzare non in deficit tagli alle imposte su impresa e lavoro, e bisogna cambiare l’idea stessa del lavoro e del welfare, rispetto alla mentalità novecentesca che continua a vivere nella nostra preferenza per le politiche passive del lavoro e per la sciocca difesa del lavoro com’è-e-dov’è. Non si tratta di farlo “al posto” del bonus 80 euro. Si tratta di farlo “insieme”, unendo crescita ed equità. E’ questa, per il governo Renzi, la difficile strada obbligata della prossima legge di stabilità.

Ricordando tre cose. Le polemiche contro i gufi – cioè contro chi ha avvisato per tempo degli effetti negativi di spesa e tasse che continuano a salire mentre il PIL arretra – sono senza senso. La cosiddetta “rivincita della politica sui tecnici” rischia di sfociare in un autogol clamoroso: in assenza di manovre correttive, il governo nella prossima legge di stabilità per correggere i saldi e tagliare di almeno 15 miliardi la spesa pubblica – e non bastano! – dovrà più che mai affidarsi all’apparato tecnico del Tesoro e della Ragioneria Generale, che fin d’ora pensa alla tanto rinviata manovra sulle tax expenditures il cui effetto è quello di accrescere gli incassi fiscali. Terzo: il quadro internazionale – crisi russo-ucraina, Medio Oriente, rallentamento BRICS, uscita progressiva dal QE della FED, tutto ciò significa che a domanda interna stagnante si somma meno domanda internazionale del previsto – non rappresenta per nulla un aiuto alla pretesa italiana di avere più comprensione nell’affrontare i propri ritardi. Se quello di oggi è il dato peggiore da 14 anni, come dice l’ISTAT, è perché i mali italiani vengono da un tempo lunghissimo. Scuse, rinvii e propaganda sono da troppo tempo il copione della finanza pubblica nazionale.

6
Ago
2014

Troppe esenzioni di accise per aerei, tir e autobus? Tagliamo la corrente ai treni! – di Ivan Beltramba

I treni passeggeri e merci in Italia viaggiano di solito con la corrente elettrica. In Europa proprio le Ferrovie Italiane furono un pioniere nella utilizzazione del “carbone bianco” per i treni, avendo noi pochissimo “carbone nero”. Dopo i deludenti esperimenti con gli accumulatori di fine Ottocento (non c’erano ancora le FS, si cimentarono la Rete Adriatica e la Rete Mediterranea), si svilupparono due sistemi, le elettrificazioni alternata trifase a 3600V 162/3 Hz (con linea aerea bifilare) ispirata ad esperimenti Svizzeri, Ungheresi e degli USA e la “terza rotaia” a 650 V continua derivata dalla elettrificazione del “Network Southeast” inglese. Di estensione relativamente limitata, soprattutto la terza rotaia (rete “Varesine” a Nord-Ovest di Milano e Passante di Napoli), dopo la Prima Guerra Mondiale si dimostrarono molto carenti, soprattutto per la velocità massima sviluppabile (100 km/h), per le basse prestazioni delle locomotive e per la necessità di moltissime sottostazioni.
Si cercò quindi un nuovo sistema che unisse i vantaggi della elettrificazione a quelli della semplicità degli impianti. Dopo alcuni viaggi di Ingegneri della Azienda Autonoma delle Ferrovie dello Stato (nata nel 1905 per l’insuccesso della gestione privata) negli Stati Uniti in Idaho e Montana si optò per la corrente continua a 3000 Volt, utilizzata all’epoca da Butte Anaconda and Pacific Railroad ed in grande stile da Chicago, Milwaukee, St Paul and Pacific Railroad (“The Milwaukee Road”). Nel 1928 va in esercizio regolare la Foggia-Benevento, sotto tensione dal 1925, e da lì la 3000 si estende a tuttala Penisola, nel 1955 si passa lo Stretto e poi lentamente vengono convertite da trifase a continua le linee non modificate con la ricostruzione postbellica. La terza rotaia era già eliminata nel 1951, mentre l’ultima trifase (la Alessandria-Acqui Terme) passa a continua nel maggio 1976.

Per poter “dare la scossa” con soddisfacente affidabilità e con potenze adeguate, le FS costruirono negli anni una serie di Centrali Idroelettriche in varie zone del Paese, anche perché la trifase ferroviaria aveva frequenza (162/3 Hz) differente dalla industriale (50 Hz) e necessitava di generatori propri e di linee primarie (elettrodotti ad alta tensione) dedicate.

Quando nei primi Anni Sessanta parte la nazionalizzazione della rete e delle centrali elettriche (legge 1643/1962) il successivo DPR 730/1963 costringe le FS a cedere le proprie centrali (per fortuna solo alcune linee primarie…) a ENEL. Alcune rimasero a FS fino alla conversione delle linee trifase a continua, con abbandono degli alternatori dedicati, ma l’economicità della produzione in-house andò persa. In compenso vi fu un trattamento tariffario vantaggioso, che permise di espandere l’elettrificazione a (oggi) circa il 71% delle linee in esercizio e oltre il 95% del traffico.
Però il Governo pensa che questa tariffa sia un costo eccessivo per i produttori di energia elettrica, quindi sensibile riduzione degli sconti con la Delibera AEEG n. 641 del 27/12/2013 che ad una prima proiezione indicativa fatta da RFI nello scorso gennaio annuncia un sovracosto per l’elettricità di circa 25 milioni/anno, cioè equivale a circa 1,1 Centesimi€/kmper tutti i treni. Non contenti di questo piccolo sgambetto, arriva il colpo decisivo grazie all’art. 29 del D.L. 91/2014, che riduce dal 1.1.2015 le agevolazioni annuali per RFI in campo “bolletta elettrica” di 120 milioni€/anno, “da non applicare ai servizi universali”. Che significa? Il trasporto regionale e locale è compreso? O si riducono per altra via i trasferimenti alle Regioni già tagliati “linearmente” più volte senza tenere conto della programmazione più o meno attenta dei relativi servizi e risorse? Paradossalmente guardando qui non ci sono procedure di infrazione UE al riguardo, mentre solo in campo trasporti ce ne sono ben 16 aperte, parecchie in campo ferroviario.
Per quanto riguarda gli sconti e le esenzioni di accise sui combustibili fossili guardando qui: con un rapido conto arriviamo a circa 5,7 miliardi; DI CUI: trasporto aereo commerciale 1,6, poco più di quello a TIR e autolinee, e 640 milioni a trasporto marittimo e pesca (ma non i trasporti lacuali…). Probabilmente una parte di questi “aiutini” sono anche in violazione della Dir. 2003/96/CE.

Come se i treni la elettricità la sprecassero in resistenze per scaldare l’acqua e il progresso tecnologico (chopper, inverter GTO prima e IGBT poi, motori asincroni, frenatura a recupero) non ne avesse ridotto sensibilmente i consumi specifici, ma forse questi sono dettagli troppo tecnici e sottili per un governo del fare. Bontà loro, nel D.L. è previsto che le “Autorità Indipendenti” possano esprimere un parere, obbligatorio ma inutile; evidentemente i ben pagati superesperti non devono disturbare il manovratore. Solo burocrazia aggiuntiva che non aiuta a risolvere i problemi. Probabilmente a RFI converrà chiedere la restituzione delle centrali elettriche confiscate e poi buttarsi nel business elettrico, oppure comprare la corrente all’estero, visto che qui continua a costare molto di più che nella media europea, evidentemente per colpa dei treni.

Gli operatori merci indipendenti hanno già fatto sapere che cesseranno l’attività perché i loro già esigui margini verrebbero completamente erosi, ma hanno promesso battaglia. Dalle proiezioni fatte il costo medio a km per i treni merci passa da 3 a 4,20 €/km, un aumento di oltre il 33%. Su base generale il costo per la circolazione dei treni merci aumenta del 10%. NTV ha pronosticato un aumento di 20 milioni di Euro all’anno per i propri pedaggi. Forse non è altro che un modo “elegante” di eliminare gli scomodi concorrenti dell’incumbent sia per AV che merci. In questi giorni in Senato vi è stata una serie di emendamenti presentati da gruppi di tutte le aree ma il Governo ha concesso solo una modesta graduazione del taglio in tre anni. Al MISE evidentemente pensano che RFI possa rivolgersi per i suoi modesti consumi elettrici (CIRCA 5000 GWh/anno con comprensibile garanzia di assoluta affidabilità della fornitura) a qualsiasi produttore para-artigianale. Il sospetto che alla fine a trarre vantaggio da questa norma saranno i camionisti sembra una anticamera della verità. Camionisti che non godono di alcun aiuto di stato e che per questo non hanno causato in passato nessuna procedura di infrazione UE, vero?

Nelle more della approvazione nei due rami del parlamento la riduzione dello sconto era stata prima graduata su 3 anni, adesso con un ultimo emendamento sono stati esclusi anche i trasporti merci. Quindi NTV chiuderà (a questo punto anziché 20 milioni in più prevedo 40 milioni in più per ITALO). E un altro migliaio di 1000 dipendenti (oltre ai circa 800 che già ne usufruiscono) andranno in CIG o ai contratti di solidarietà. Cioè a carico dei contribuenti. Ed a vantaggio dell’Incumbent. Sarebbe stato più corretto, a questo punto, dire a RFI che il mancato sconto NON va ribaltato sulle imprese ferroviarie tout-court, o al massimo che il pedaggio potrà aumentare, per la parte elettrica, solo del 1% annuo oltre al normale aumento che il MIT tutti gli anni applica. Già, ma RFI è dello Stato, anche se ha un bilancio più che florido. Però se RFI ribalta automaticamente i costi energetici sulle IF, non avrà mai alcun interesse a cercare un di spuntare un prezzo più basso, anche perché non ha altri Gestori di Infrastruttura che possano fare concorrenza con pedaggi “più buoni”.
Ad un certo punto si è sfiorato l’incredibile con un emendamento del MEF: “il Ministero dello sviluppo economico ha promosso e fatto passare in Commissione Industria del Senato un emendamento che salva dall’enorme incremento del prezzo dell’energia elettrica il “traffico transfrontaliero”, ovvero i treni merci che hanno origine o destino all’estero” (da sito FERCARGO). Apprendisti stregoni che hanno messo le dita nella presa di corrente rimanendo attaccati, verrebbe da pensare.

E se proprio di competitività deve trattarsi, perché non permettere alle Imprese Ferroviarie di “comprarsi” la corrente da chi credono, come in Germania dove un operatore privato (Benex) sta cercando un fornitore di corrente (da 55 a 90 GWh/anno); corrente che va poi consegnata a DB-Energie per la conversione a 15kV e 16,7Hz.
Come a volte capita però la soluzione è semplicissima: non usare più gli inutili pantografi, i fili di rame e la corrente elettrica! Passiamo al gasolio (e magari al carbone!) così finalmente anche i treni puzzeranno e faranno rumore come e più di TIR e autobus, anche se un treno diesel che passa su linea elettrificata devo pagare ugualmente l’usura dei fili come se avesse un pantografo in presa. Ecco la bellissima “livella” dei trasporti: un bel pieno di gasolio per la gioia dei petrolieri, approfittando delle accise ridotte.

5
Ago
2014

A cosa serve (davvero) il Parlamento?

Si è molto dibattuto in questo periodo in Italia sul progetto di riforma del Senato tuttavia mi pare non sia stato sollevato quello che a mio avviso è il quesito più importante: a cosa serve davvero il Parlamento? A una lettura superficiale sembra trattarsi di una domanda superflua. Tutti sappiamo a cosa serve. Nel Parlamento i rappresentanti, liberamente eletti dai cittadini e senza vincolo di mandato, approvano le leggi che regolano i comportamenti dei cittadini, perimetrandone le libertà. Tuttavia vi sono due aree di intervento radicalmente differenti per amministrare le libertà dei cittadini: i) regolare attraverso le norme ciò che essi possono o non possono fare; ii) spostarne le risorse economiche (attraverso provvedimenti di tassazione e spesa pubblica e, purtroppo, anche attraverso provvedimenti che limitano senza ragione attività economiche).

Questi due differenti modi, di cui non si sono evidenziate a sufficienza le peculiarità, identificano in realtà due differenti funzioni complessivamente svolte dagli organi costituzionali e generano, di fatto, differenti priorità di ruoli:

  1. Se si amministrano le libertà (negative) dei cittadini è necessario che sia centrale il Parlamento e secondario il Governo;
  2. Se si amministrano le risorse è invece opportuno che sia centrale il Governo e secondario il Parlamento.

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5
Ago
2014

L’oltraggio dei vitalizi ai consiglieri regionali: come e perché Renzi può intervenire

E’ uno dei tanti paradossi di questa stagione di riforme. Si risparmia da una parte, si continua a dilapidare dall’altra. Ecco l’esempio macroscopico. Procede in prima lettura la riforma del Senato in assemblea non elettiva dal corpo elettorale, e ieri tra le altre cose è stata approvata l’abolizione dell’indennità per i nuovi componenti, che saranno scelti da Regioni, Comuni e Quirinale. Si risparmiano così circa 43 milioni l’anno di indennità dei senatori, mentre bisognerà vedere se restano – presumibilmente sì – i 20 milioni di euro di rimborso per le pese sostenute, e i 37 milioni di euro che vengono assegnati ogni anno ai gruppi parlamentari.

Da una parte, si risparmia dunque circa l’8% dei costi complessivi del Senato attuale. Nel frattempo però, ad onta di reiterati tentativi da parte di Tremonti prima e di Monti poi, continua sotto gli occhi di tutti lo scandalo dei vitalizi nei Consigli regionali. Oltre 3.100 erogati nel solo 2012, per una spesa totale annuale di 168 milioni. Con Regioni che hanno cambiato sì le regole per attribuirli dopo lo scandalo Fiorito nel Lazio, non prevendone più l’immediato pagamento a chi mancava la rielezione dalla successiva legislatura, ma al contempo continuando anche nelle nuove norme in molti casi ad anticipare l’erogazione dei trattamenti a soli 50 anni di età, come in Lazio e in Sicilia, e mantenendo come base di calcolo per i trattamenti in alcuni casi l’80% dell’indennità, in altri il 100% come in Friuli, e in altri ancora come in Lazio arrivando a sommare anche la diaria oltre a fino il 100% dell’indennità. C’è chi, come il Piemonte, alla decurtazione dei vitalizi e dunque al venir meno dei relativi contributi mensili – in ogni caso assai inferiori al trattamento che poi si matura – ha pensato bene di affiancare un immediato aumento della somma mensile incassata dai consiglieri, sommando alla diminuita indennità un’accresciuta diaria. E c’è ancora chi, come il Lazio, consente il pieno cumulo del vitalizio regionale con quello riscosso come parlamentare nazionale ed europeo.

Una giungla di orrori. Che di anno in anno – riducendosi i trasferimenti dallo Stato centrale alle Regioni – prosciuga i bilanci dei Consigli regionali, assorbendone in percentuale risorse crescenti. E che, soprattutto, continua a rappresentare un intollerabile pugno nell’occhio del cittadino comune. Che semplicemente se lo sogna, di incassare dopo la riforma Fornero a 50 anni mega assegni previdenziali largamente superiori ai contributi versati per prestazioni durate pochi anni.

Ecco dunque che per Renzi si presenta una buona occasione. Proprio ora, quando per l’esecutivo sono giorni difficili sul versante della riduzione della spesa pubblica dopo la vicenda Cottarelli, e mentre il governo è costretto a una netta e sacrosanta – ma per lui dolorosa – marcia indietro, rispetto alle fughe in avanti previdenziali volute dalla sua maggioranza sul decreto PA reintroducendo “quota 96” per prepensionare 4 mila insegnanti, e consentendo ai dipendenti pubblici il pensionamento a 62 anni senza i disincentivi riservati a noi “sudditi” comuni. Quelle norme sono sbagliate, ha dovuto riconoscere il governo, perché chi le ha votate in parlamento ne ha sottovalutato gli oneri, e non ha previsto adeguate coperture. Come avevamo del resto scritto, proprio su queste colonne.

A maggior ragione, è il momento giusto per il governo di prendere per le corna il problema dei vitalizi regionali. E’ un tema popolare. E ripetiamo l’aggettivo: popolare, non populista. E’ popolare perché il regime di privilegio perdurante dei politici rappresenta un affronto all’italiano comune. Ed è giusto: perché non ha molto senso sforbiciare le spese al centro, e non fare la stessa cosa in tanta parte della spesa delle Regioni che continua a non ispirarsi a criteri di equità ed efficienza.

Certamente, ci sono dei problemi ordinamentali. Ed è questa la difficoltà di un intervento governativo. Se il tentativo montiano abrogazionista dei vitalizi è stato complessivamente attutito e spesso aggirato, si deve al fatto che l’autonomia di ogni Consiglio regionale sugli interna corporis risulta oggi irriducibile a ogni decreto governativo. Non aiuta nemmeno la recente sentenza della Corte dei conti del 25 giugno scorso, le cui motivazioni sono appena state pubblicate e in cui si ribadisce che, al netto delle appropriazioni personali, le spese sostenute dai partiti attingendo ai fondi dei gruppi regionali sono sostanzialmente insindacabili.

Ma detto tutto questo, il governo Renzi può benissimo trarre lezione dai tentati interventi sin qui non andati a segno, e sparare sullo scandalo-vitalizi un missile a tre stadi: il primo di moral suasion – per “comunicare” direttamente agli italiani inviperiti – più un secondo e un terzo direttamente nel testo di riforma costituzionale che si sta votando, cambiando cioè ciò che consente oggi ai partiti nei consigli regionali di far orecchie da mercante.

Il primo stadio si risolve in un incontro della Conferenza Stato-Regioni nella quale direttamente il premier informi i presidenti delle Regioni che così non va: le difformità sui vitalizi, la loro erogazione a 50 anni e la loro cumulabilità fanno a pugni con la revisione di spesa a cui Renzi e il suo governo sono impegnati.

Il secondo è l’introduzione nel Titolo V° della Costituzione di meccanismi sanzionatori per le Regioni che spendono allegramente, graduandoli dal taglio dei trasferimenti centrali in presenza di mancati interventi (come sui vitalizi, ma naturalmente non solo, a cominciare dalla sanità), fino alla sanzione diretta e personale politico-amministrativa per chi porta la responsabilità di eventuali default. Monti aveva tentato di introdurre queste norme con legislazione ordinaria, e naturalmente la Corte Costituzionale le ha cassate. Proprio perché bisogna prevederle in Costituzione.

Il terzo è accessorio, perché susciterebbe l’iradiddio di proteste locali, ma ben bilanciate dal consenso nazionale: la cassazione – o quanto meno una profonda rivisitazione – dell’autonomia speciale concessa ad alcune Regioni. Non solo le ragioni storiche di tale istituto sono in larghissima misura superate, ma soprattutto in alcune realtà come la Sicilia l’autonomia è scudo di intoccabilità per spese dissennate. Solo lì, nell’Italia del 2014, dirigenti pubblici stanno correndo in pensione a 53 anni con un trattamento pienamente agganciato all’ultima retribuzione superiore al mezzo milione di euro l’anno, in barba a ogni tetto di 240 mila euro introdotto dal governo.

I vitalizi regionali non hanno a che vedere con la giusta dignità da ribadire e difendere della politica. Sono la prova vivente del vantaggio per sé che politici continuano ad autoassegnarsi, rispetto alla dura vita ordinaria di milioni di cittadini italiani, e ai loro ben più limitati diritti. Se Renzi si decide a questa battaglia, è un altro passo per voltare davvero pagina. E anche per smentire quelli che lui chiama “gufi”: coi fatti però, non con le parole e gli annunci..

4
Ago
2014

Die hard: l’esenzione Iva di Poste Italiane

Qualche giorno fa, segnalavamo la probabile imminente conclusione di una vicenda che impegna da anni gli osservatori del mercato postale: quella dell’esenzione Iva sulle prestazioni rientranti nel servizio universale e fornite dall’operatore obbligato a garantirlo, cioè dall’ex monopolista. L’art. 32-bis del d.l. competitività, nel frattempo passato all’esame della Camera, sottoporrebbe all’applicazione del tributo le prestazioni le cui condizioni siano state oggetto di negoziazione individuale, secondo il criterio illuminato prima dalla Corte di giustizia e, più di recente, dal Garante della concorrenza.

Alcune perplessità sulla misura sono state esposte dal relatore del provvedimento in Commissione Bilancio, Mauro Guerra – che riprende, sul punto, i risultati dell’usuale verifica tecnica compiuta dal Servizio Bilancio. Vale la pena di citarli per esteso:

la disposizione, limitando l’ambito di esenzione IVA introdotto dall’articolo 2 del decreto-legge n. 40 del 2010, appare suscettibile di determinare effetti negativi di gettito tenuto conto che alla norma che ha introdotto l’esenzione sono attribuiti effetti positivi di gettito utilizzati per la compensazione finanziaria di norme onerose contenute nel medesimo articolo 2.
In proposito si fa presente che il passaggio dal regime di imponibilità IVA al regime di esenzione non consente, ai soggetti che effettuano le operazioni attive in oggetto, la detrazione dell’IVA assolta sugli acquisti, in via assoluta o pro-quota. Il passaggio inverso, da regime di esenzione a regime di imponibilità, consentendo la richiamata detrazione, determina effetti negativi in termini di gettito IVA.

È davvero così? Estendere il campo di applicazione di un tributo a operazioni prima esenti può ridurne il gettito complessivo? La questione attiene alla particolare configurazione dell’Iva, che – mirando ad incidere unicamente sul valore aggiunto – consente di scomputare dall’ammontare dovuto l’imposta pagata a monte.

Facciamo un passo indietro: sin dalla sua introduzione, la normativa sull’Iva prevedeva un’esenzione per “il servizio postale e il servizio telegrafico nazionale” (art. 10, co. 2) e, in seguito alla riformulazione operata nel 1995, per “le prestazioni relative ai servizi postali”.

Con il d.l. 25 marzo 2010, n. 40 (convertito in legge 22 maggio 2010, n. 73), il legislatore interveniva marcatamente sull’esenzione, mutandone la collocazione topografica (art. 10, co. 1, n. 16) e soprattutto l’estensione, che ora copre “le prestazioni del servizio postale universale, nonché le cessioni di beni e le prestazioni di servizi a queste accessorie, effettuate dai soggetti obbligati ad assicurarne l’esecuzione”.

Per adattare la disciplina dell’esenzione al contesto comunitario e all’apertura del mercato postale a una pur timida concorrenza, ne veniva circoscritto il fondamento oggettivo (il servizio universale; ma, stante il perimetro di questo, non si trattava di una grossa limitazione) e soggettivo (le prestazioni del solo operatore onerato, individuato nell’operatore pubblico); e, per altro verso, vi si ricomprendevano le cessioni di beni e le prestazioni accessorie. L’impatto finanziario di quelle modifiche veniva valutato positivamente, tanto che i maggiori introiti attesi venivano posti a compensazione di ulteriori disposizioni onerose incluse nel provvedimento – segnatamente, l’istituzione di un fondo per le imprese tessili, prevista dal comma 4-quinquies.

Dal punto di vista del metodo, appare opinabile il richiamo meramente formale a una stima legislativa, in luogo di un riscontro effettivo; si consideri, peraltro, che anche in quella sede il Servizio Bilancio aveva sollevato rilievi di tenore comparabile, invitando il governo a fornire “elementi di stima delle maggiori entrate […] al fine di poterne valutare la congruità in termini compensativi”.

A ben vedere, l’appunto sulla detraibilità dell’Iva assolta a monte è solo parzialmente corretto, perché non considera che una quota rilevante dei clienti dei servizi in oggetto di Poste Italiane è costituita da operatori, come si dice, sensibili all’Iva: cioè da quegli operatori che, per quanto qui interessa, utilizzano i servizi postali nella fornitura di beni o servizi a propria volta esenti. Nel campo della posta massiva, per esempio, come ricaviamo dalle recenti indagini dell’Antitrust (procedimento A441) e dell’Agcom (delibera n. 412/2014/CONS), “dei maggiori [30-35] clienti, [15-20] sono enti finanziari o assicurativi, […] [5-10] sono pubbliche amministrazioni”; e la quota di ricavi garantita da operatori sensibili all’Iva si attesta tra il 70% e l’80%.

È vero che, con l’introduzione dell’articolo 32-bis, Poste avrà la facoltà di detrarre l’Iva pagata a monte delle prestazioni non più esenti; ma, proprio su queste ultime, i soggetti sensibili che acquisteranno da Poste sopporteranno un nuovo prelievo che non potranno, a propria volta, scomputare. È, inoltre, evidente, che il prelievo praticato a uno stadio successivo sarà sempre di entità superiore. Ciò significa che, nella maggior parte dei casi, assisteremo non a un calo del gettito Iva, bensì a una traslazione del prelievo da Poste a banche, assicurazioni e amministrazioni pubbliche; e, verosimilmente, a un suo incremento complessivo.

Se, poi, allarghiamo lo sguardo anche agli effetti industriali dell’equiparazione Iva, oltre ai benefici concorrenziali evidenti, va segnalato che la detrazione dell’Iva assolta a monte ridurrà i costi per il servizio universale in capo a Poste e, in seconda battuta, allo stato che è tenuto a rimoborsarli, con ulteriore beneficio per i conti pubblici. La premura di approvare provvedimenti sostenibili sul piano finanziario è commendevole, ma richiede uno studio attento di tutte le variabili in gioco e non deve diventare un pretesto per il mantenimento di privilegi ingiustificabili.

4
Ago
2014

Rismontare l’età pensionabile? Perché dissento dall’on Damiano (e da mezzo Pd oltre alla Cgil)

“Obbligare tutti ad andare in pensione a 67 anni avrà come risultato aziende popolate di anziani e bloccherà per lungo tempo l’ingresso dei nostri figli nei luoghi di lavoro. Non lamentiamoci poi se aumenta la disoccupazione giovanile”. Riparto dalla conclusione delle osservazioni rivoltemi ieri sul Mattino dal presidente della Commissione Lavoro della Camera, onorevole Cesare Damiano, che ringrazio calorosamente per l’attenzione e la gentilezza riservata alla mia analisi sul nodo Cottarelli-Renzi. Per inciso: conosco Damiano da anni, e ho imparato a stimarne il garbo con il quale argomenta il suo punto di vista, e il rispetto che rivolge a interlocutori che non lo condividono. Quando si affrontano temi di forte impatto come i conti pubblici e le pensioni, che hanno un enorme rilievo finanziario ma insieme impattano la vita di milioni di italiani, discutere con reciproco rispetto è cosa preziosa. Con altrettanta cortesia, desidero spiegare perché  le sue ragioni non mi convincono. L’onorevole Damiano  fa battaglia fin dal ptrimo momento contro il brusco innalzamento dell’età pensionabile disposto dalla riforma Fornero,  fine 2011. Non ha mai condiviso quella riforma, e da allora contropropone – per le ragioni che ho ricordato all’inizio – di tornare ad abbassare l’età pensionabile.

Nell’attuale 2014 per le pensioni di vecchiaia servono 66 anni e 3 mesi di età per gli uomini, 63 e nove mesi per le donne lavoratrici dipendenti, 64 e nove mesi per le lavoratrici autonome. Per le pensioni di anzianità servono 42 anni e mezzo di contributi per gli uomini e 41 e mezzo per le donne. Ma sotto i 62 anni di età si paga pegno sull’entità dell’assegno. Nell’esame parlamentare del decreto sulla PA emanato dal governo Renzi, si vogliono fare dei passi indietro rispetto a queste nome generali. Il trattamento di anzianità ai dipendenti pubblici a 62 anni esclude i requisiti minimi contributivi che valgono per tutti gli altri lavoratori, e l’assegno è pieno. C’è poi il caso dei 4mila insegnanti per i quali si torna ad applicare la possibilità della pensione con la “quota 96” – come somma di età anagrafica e versamenti contributivi – che aveva introdotto Damiano quando era ministro,.

La Ragioneria Generale dello Stato è dovuta intervenire smentendo le magre stime e coperture predisposte in Parlamento, e ha messo nero su bianco le cifre: nel solo 2014 il ritorno della “quota 96” nella scuola comporta un aggravio di 45 milioni di euro, e l’abbattimento dei disincentivi per i prepensionati pubblici comporta 165 milioni di maggior spesa pubblica di qui al 2018 (all’opposto, si sommano anche i 147 milioni di aggravi in 7 anni per la protrazione in servizio fino a 68 anni disposta per i professori universitari e i primari, insieme ai magistrati che restano fino a 75 anni io li chiamo  “i protetti di Stato”…).

Ci sono due modi di guadare a questi voti parlamentari avvenuti col sostegno del governo. La prima è a bocce ferme, la seconda in prospettiva. A bocce ferme, c’è innanzitutto un problema evidente di iniquità: perché ad alcune categorie di dipendenti pubblici viene riservata una facoltà che ai lavoratori comuni è negata. Non mi pare proprio accettabile. Anzi, a mio personale giudizio è intopllerabile. E c’è poi un problema finanziario: governo e parlamento son onaturalmente liberi di decidere, ma quantificando con scrupolo gli oneri e per favore fronteggiandoli con tagli veri e immediato di spesa, invece di far correre ancora deficit e debito.

Ma l’onorevole Damiano invita a considerare le cose in prospettiva. Per questo ha salutato come positive tali novità, vedendovi la premessa di una generale e radicale ridiscussione della riforma Fornero, da parte del governo Renzi. Egli avanza un insieme di proposte che vanno dal ritorno alla pensione a partire dai 62 anni di età per tutti ma con penalizzazioni a seconda dei versamenti effettuati (una penalizzazione in termini attuariali non equivalente alla maggior spesa previdenziale ma assai inferiore, e dunque con oneri trasferiti alla fiscalità generale) alla quota 100 come somma di età anagrafica e contributiva, dall’adozione del calcolo contributivo per chi sceglie il prepensionamento, al prevedere sempre e comunque con un minimo di 35 anni di contributi. Il ministro Poletti ha confermato in questi giorni che il governo sta esaminando le diverse ipotesi, sia pur con una mano più pesante sui disincentivi. Al contempo, le cronache di stamane vorrebbero che il governo receda invece esattamente da ciò che entusiasma Damiano, accogliendo in tutto o in parte i rilievi della Ragioneria Generale contro le modifiche previdenziali avvenute in parlamento sul decreto di riforma PA , e io mi auguro che sia davvero così.

La battaglia di Damiano non mi convince, per tre ragioni.

La prima riguarda proprio l’equazione proposta da Damiano: più alta è l’età previdenziale, meno sono i giovani occupati. E’ una formula di facile presa, tanto più in un Paese in ginocchio dopo 7 anni di crisi. Ma ha il torto di considerare l’occupazione come una torta “ferma”, di cui dividere le fette tra diverse classi di lavoratori in conflitto generazionale. Al contrario, per recuperare nel tempo i 6 milioni di occupati che ci mancano per eguagliare il tasso di partecipazione al mercato del lavoro tedesco (12 milioni se guardiamo ai paesi scandinavi), dobbiamo ragionare in termini non stazionari ma dinamici: abbassando le imposte troppo alte a lavoro e e impresa (dunque tagliando la spesa) e con un welfare meno ostile a donne e famiglie. Abbiamo bisogno insieme di più anziani al lavoro e di più giovani al lavoro, non di cosiddette “staffette generazionali” levati-tu-che-mi-ci-metto-io, per accrescere reddito e produttività.

La seconda ragione è l’equilibrio dei conti previdenziali. Damiano sa bene che la brutalità della riforma Fornero a fine 2011 è stata dovuta ai traccheggiamenti che la politica ha riservato per decenni alle pensioni. La riforma Dini del 1995 spalmò gli effetti del passaggio al contributivo – che resta però un sistema a ripartizione, cioè sono i lavoratori attivi a pager i loro contributi le pensioni erogate ai beneficiari –  in un orizzonte pluridecennale, e tenne in piedi età basse per i trattamenti che davano diritto alle pensioni di anzianità. Ed è vero che nel 2013 la spesa previdenziale è stata pari al 16,3% del PIl e sarebbe andata al 18%, senza riforma Fornero. Ma non va dimenticata una cosa. Il rapporto sulla sostenibilità di lungo periodo della spesa previdenziale che la Ragioneria Generale dello Stato ha aggiornato tre mesi fa, sia pur adottando generose stime di crescita del PIL (media annua più 1,5%) e dei tassi di occupazione, vede la spesa previdenziale a scendere di un soffio sotto il 15% del PlL solo al 2030, per poi risuperarlo nel 2040, scendendo al 14% solo nel 2060. E’ vero che nei paesi Ue e Ocse nel frattempo la spesa sale, ma sale partendo da punti molto più bassi della nostra: per i paesi OCSE la spesa previdenziale salirà dal 9 all’11,5% del Pil entro il 2060, per i paesi UE dall’11% al 13%. Quei 2-3 punti di Pil di spesa previdenziale italiana annua maggiore della media dei paesi avanzati descrive una scelta che resta sbagliata: continuiamo a spendere troppo poco per le politiche attive del lavoro e per il sostegno della famiglia e della curva demografica, e troppo invece in politiche passive (oltre 100 miliardi in CIG da inizio crisi senza una sola ora di riformazione e riavviamento al lavoro delle centinaia di migliaia di soggetti interessati) e in pensioni ai “privilegiati” del sistema retributivo puro (non è colpa loro, ovviamente, è la politica ad averlo scelto).

E’ una scelta sbagliata non solo in termini di giustizia tra generazioni e all’interno delle stesse generazioni, visto che i trattamenti tra pubblici e privati, dipendenti e autonomi non sono affatto eguali. E’ sbagliata anche perché l’INPS non ce la fa, e deve attingere alle tasse di noi tutti. Nel bilancio finanziario INPS 2013, l’istituto ha registrato un saldo negativo di 9,8 miliardi. E’ un deficit per i nove decimi dovuto allo sbilancio tra contributi raccolti e trattamenti erogati ai pensionati del settore pubblico, l’ex Inpdap. Ma lo sbilancio finanziario di quasi 10miliardi annui dell’INPS da solo non dice tutto. Se andiamo a vedere però le diverse fonti di entrata rispetto alle poste di spesa, al netto dei trasferimenti dal bilancio dello Stato i contributi raccolti nel 2013 dall’INPS sono pari a 209,9 miliardi euro (153 dai privati, 55 dal settore pubblico, 1 dai lavoratori dello spettacolo), mentre la spesa diretta in pensioni è pari a 266,8 miliardi. Come si vede, tra contributi ed erogazioni puramente previdenziali lo sbilancio è stato nel 2013 di 56 miliardi, Ed è il contribuente con le tasse, a pagare dolorosamente la differenza.

Di qui la terza ragione: una vera spending review è più che mai necessaria. Siano i tecnici e i politici a farla insieme, sia solo la politica a farla e basta ( e su questo ho molti dubbi), l’essenziale è farla. Senza tagli sugli acquisti pubblici – è stata appena rinviata la decisione che era stata annunciata, di passare da 35mila stazioni d’acquisto a poche decine: perché? – e sulle tantissime voci di spesa inefficiente – in Sicilia i dirigenti pubblici vanno in pensione a 53 anni ad assegno pieno: perché? – non abbassiamo le imposte, non creiamo lavoro, non diminuiamo la pressione che lo sbilancio previdenziale porta tutti gli anni a carico del contribuente. So che Damiano su questo la pensa diversamente da me. Ma lasciar fuori dalla spending review sanità e previdenza, cioè ben oltre il 40% degli 800 miliardi di spesa pubblica complessiva – è un errore grave, anzi gravissimo: quello sì, che lo pagheranno amaramente i nostri figli.

 

1
Ago
2014

“Peccato e assoluzione”? Per gli agenti del fisco…

Le storie degli imprenditori Angeloni e Ascione, raccontate nelle colonne di la Repubblica martedì 29 luglio da Federico Fubini, insieme alle recenti dichiarazioni del nuovo direttore delle Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi, offrono l’occasione per riflettere su alcune pratiche comunemente adottate dallo stato, anche per mezzo dell’Agenzia, in materia di riscossione delle imposte.
Angeloni, dopo aver rilevato un’azienda di moda nel 2007 e averla riportata in utile dopo 4 anni, ha ricevuto una visita dall’Agenzia delle Entrate. Dopo due mesi di controlli, l’Agenzia ha giudicato l’investimento in comunicazione, pari all’1% del fatturato, «non determinante» e dunque fittizio, perché non in linea con la stessa voce di investimento delle aziende concorrenti, di solito tra il 5 e il 10%. Le prestazioni dei consulenti risultano essere «impersonali e generiche», tali che «potrebbero essere attribuite a qualunque soggetto sia esso esterno o anche interno alla stessa struttura aziendale». Mettendo in discussione la libera strategia aziendale dunque, l’Agenzia ha chiesto al signor Angeloni di versare 100.000 euro in più. Al signor Ascione, fondatore di un’azienda di 9 addetti che esporta tessuti, non è andata meglio. Nel 2012 ha ricevuto un accertamento, con il quale si richiedeva di pagare oltre 60 mila euro, sulla base dei chili di filo ordinati e dei metri di tessuto venduto. L’azienda ha rischiato di chiudere.
In Italia, la legge n. 122 del 30 luglio 2010 prevede che, dal 2011, l’avviso di accertamento ai fini IRPEF-IRAP e IVA emesso dall’Agenzia delle Entrate sia immediatamente esecutivo. Con l’avviso di accertamento si impone al cittadino di pagare un debito che in realtà “accertato” non lo è ancora. Già, perché accertare, nel vocabolario del diritto tributario, significa “sottoporre a verifica”. Tuttavia, volendo presentare ricorso, il contribuente deve comunque pagare un terzo dei tributi “accertati”. Di fatto, questa norma, ha reintrodotto il principio del solve et repete, ovvero “prima paghi e poi contesti”. Non stupisce che esso fosse già stato dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 21/1961. Meno di cinquanta anni dopo, eccolo di nuovo operativo, in nome di un accorciamento dei tempi procedurali.
Accorciando i tempi procedurali in una materia così delicata (si sta parlando del frutto del lavoro delle persone) tuttavia, nell’ansia di «rastrellare presto e comunque le maggiori somme possibili» (E. De Mita, “L’accertamento esecutivo deroga ai principi”, in Il Sole 24 Ore, 13 giugno 2010), si rischia di compiere errori gravi, devastanti per molti contribuenti onesti. Inoltre, se si pensa al fatto che esiste, come stabilito dall’art. 59 del d.lgs. n. 300/1999, una “quota incentivante connessa al raggiungimento degli obiettivi della gestione e graduata in modo da tenere conto del miglioramento dei risultati complessivi e del recupero di gettito nella lotta all’evasione effettivamente conseguiti”, la probabilità di commettere errori potrebbe essere ampliata dal rischio di eccesso di zelo, da parte degli agenti della riscossione, in vista del premio. Detta quota incentivante viene stabilita da una apposita convenzione tra MEF e Agenzia delle Entrate, stipulata sulla base del do¬cumento di indirizzo con cui, a cadenza triennale, il ministero fissa gli sviluppi, le linee generali e gli obiettivi della politica fiscale e della sua gestione.
L’ultima convenzione, quella per il triennio 2013-2015, tra le altre cose, fissa in 10,2 miliardi l’obiettivo riferito all’ammontare dell’incasso derivante dai versamenti diretti e da ruoli (quindi dall’attività di accertamento e controllo). Ma la previsione di una somma monetaria fissa disincentiva l’attività di prevenzione dell’Agenzia, per la quale è meglio attingere a una base di evasione più ampia, nella quale andare a recuperare le somme utili al raggiungimento dell’obiettivo. Altro obiettivo a destare perplessità, stabilito dalla stessa convenzione, è la percentuale di vittorie in giudizio: 59%. Sorvolando sulla bontà del ministero nello stabilire una quota così bassa, preoccupa ancor più il fatto che, stando al I rapporto trimestrale 2014 del MEF sul contenzioso tributario, la percentuale effettiva di vittorie in giudizio nemmeno si avvicina all’obiettivo stabilito, a dimostrazione che i rischi di cui si è parlato sono concreti.

CTP

CTR

Come mostrano i grafici, la percentuale di vittorie per gli enti impositori è pari al 43% nelle commissioni tributarie provinciali (CTP) e al 44% in quelle regionali (CTR). Ciò significa che su 81.023 risultati di controversie tributarie definite nel primo trimestre 2014, in circa 45.000 l’ente impositore aveva sbagliato qualcosa.
Intervenendo a un convegno organizzato da Confcommercio, il direttore Orlandi ha denunciato: «In Italia sanatorie, scudi, condoni, sono pane quotidiano. Siamo un paese a forte matrice cattolica, abituato a fare peccato e ad avere l’assoluzione». A voler essere cattivi, non esistendo alcun meccanismo punitivo per l’Agenzia nei (molti) casi in cui questa soccombe in giudizio, pare che “peccato e assoluzione” siano pane quotidiano più per il fisco che per i contribuenti. Read More

1
Ago
2014

Tecnici, nuovo PIL, pensioni: i 3 problemi del nodo Renzi-Cottarelli

L’ormai consumata crisi tra Cottarelli e Renzi pone tre problemi diversi, tutti rilevanti. Apparentemente il più serio è la stima dei saldi pubblici e del perché Renzi rinvii i tagli alla spesa tutto da quando il governo è nato, mentre l’economia resta stagnante. Ma è meglio tenerlo per terzo, perché solo stimando altre due questioni prioritarie si può cercare di capire e giudicare la via seguita da Renzi.

 

Il primo problema è il rapporto tra ”tecnici” e politica. Era evidente sin dall’esordio delle 72 slides di Cottarelli a governo Renzi appena nato, che il premier la pensava esattamente come ieri ha detto concludendo il suo intervento alla direzione Pd. In sostanza: Cottarelli vada pure se crede ed è chiaro che a questo punto se n’è già andato, ma è la politica a decidere, cioè il governo e cioè innanzitutto Renzi come premier. Non sta a Cottarelli giudicare che cosa vota la maggioranza e come si comporta il governo. Il rude invito ai tecnici a stare al posto loro vale in realtà anche per il ministro Padoan, che il Quirinale ha fortemente voluto al MEF e che sinora è stato un pilastro della credibilità internazionale italiana in materia economico-finanziaria.

Se c’è un errore da evitare, è credere di affrontare la questione Cottarelli-Renzi in punta di psicologie e caratteri personali, come troppo amano fare i media. Il nodo che viene al pettine è strutturale, è quello del redde rationem della politica nei confronti della supplenza di competenza e autorevolezza che si è richiesta ai tecnici sostituendo i politici, dalla debacle di Berlusconi nel 2011 a oggi, come avvenne alla fine della Prima Repubblica. Alla politica – a destra e a sinistra, a prescindere dalle difese d’ufficio di Cottarelli per pura polemica anti Renzi inscenate oggi da una destra che i tagli di spesa non li ha mai praticati – in realtà piace enormemente, la tromba della riscossa che Renzi suona contro i tecnici. E a molti media pure, dopo aver coperto di improperi i tecnici a ciascuno dei quali però, da Monti in poi, gli stessi media riservavano all’inizio un servo encomio…

Come sempre, però, passare da un estremo all’altro è egualmente sbagliato. E’ innegabile che la politica sola possa e debba decidere, in nome dei consensi guadagnati alle elezioni, della caratura dei suoi leader, e dei rapporti politici interni alle maggioranze. I tecnici “impolitici” scivolano spesso sulla saponosa china dei consensi e su quella di come parlare alla gente, da Monti a Saccomanni. Ma il punto di fondo è un altro. E Renzi su questo corre il rischio di sbagliare. Alla finanza pubblica italiana servono o no, i tecnici? La risposta a tale quesito, alla luce di decenni di andamenti reali diversi dai documenti previsivi dei governi di ogni colore, della continua prassi parlamentare di alterare lobbysticamente saldi e coperture già originariamente spesso azzardate, e dalla pessima qualità certificata della spesa pubblica corrente e in conto capitale, non può che essere diversa da “la politica decide tutto”. I tecnici servono, eccome.

Un serio governo riformatore dovrebbe tirare una riga netta. Aver abdicato di fatto in vent’anni formulazione di obiettivi, compatibilità e testi di governo della finanza pubblica alla Ragioneria Generale dello Stato e alle Agenzie tributarie si è rivelato un errore. E sta alla politica decidere se e come riformare i “tecnici di governo”, che sono spesso diventati “governi a parte”, soprattutto in materia fiscale e opponendosi-ritardando ogni dismissione. Ma la riga netta è necessaria su un’altra questione. Alla finanza pubblica italiana serve un’Agenzia indipendente dai governi e dal parlamento, alla quale attribuire valutazioni ex ante ed ex post sugli interventi in materia di spesa ed entrate, sulla allocazione degli investimenti pubblici, sui criteri comparati di impiego delle risorse pubbliche nella sterminata e difforme geografia degli oltre 10 mila soggetti della PA (più all’incirca un’eguale mole di società controllate e partecipate), nonché su ogni “riforma” strutturale varata dai governi. C’è bisogno di qualcosa di altrettanto indipendente e autorevole del Congressional Budget Office americano, ma ancor più vasto visto che da noi la spesa pubblica è molto superiore.

E’ una questione essenziale di trasparenza. I governi decidano, ma i contribuenti hanno diritto a sapere bene ciò che si potrebbe e dovrebbe fare, quali siano le stime e le conseguenze degli interventi proposti, quali i benefici e quali le esternalità negative di una seria analisi costi-benefici di tutto ciò che viene proposto. E’ esattamente per questo che il governo non ha reso pubblici i 25 pdf dei gruppi di lavoro riuniti da Cottarelli per l’esame della spesa pubblica. Ed è un pessimo segnale, che su sanità e previdenza, 80mila esuberi PA e partecipate locali, prefetture, forze dell’ordine e centri di acquisto, tanto per fare solo qualche esempio, il governo abbia storto il muso al fatto che il commissario Cottarelli indicasse come e dove intervenire da subito, a partire – dicevano le slides – dallo scorso primo maggio.

Conclusione del primo punto: il ritorno alla supremazia della politica non corretto da un bilanciamento tecnico indipendente in Italia può voler dire una sola cosa, rinunciare a rivedere in profondità perimetro ed efficacia di una PA che spende troppo e che continuerà a costare troppe tasse, impedimento strutturale alla crescita italiana.

 

Seconda questione: Renzi ha ragione o torto, a prender tempo sui conti?

Stiamo ai fatti. Padoan, l’Istat e Renzi stesso ieri hanno ricordato che la crescita italiana nel 2014 non sarà quella indicata dal governo nel suo DEF di aprile, un PIL a +0,8%. I segnali italiani di cui disponiamo, dice l’Istat, indicano una prospettiva di stagnazione. Vedremo la prossima settimana, quando verrà diramata la prima stima del Pil nel secondo trimestre 2014. Ormai da tempo le stime convergenti – Confindustria, Banca d’Italia, FMI – si collocano tanno in una risicata forbice tra +0,2 e +0,3%. E’ ovvio che meno crescita significa rischio di sforare il 3% di deficit sul Pil nel 2014, ulteriore intensificazione della velocità di aumento del debito pubblico, necessità di appesantire le manovre di correzione indicate dalla prossima legge di stabilità.

Non è questa la via della quale Renzi è convinto. Gli sembra un’impostazione vecchia, quella riservata all’Italia come sorvegliata speciale. Aveva senso nel 2011, quando sotto i colpi della crisi emergente greco-spagnola l’instabilità italiana poteva minacciare l’euro stesso. Ora è diverso, pensa il premier. E’ diverso perché di mezzo si è messo Draghi con il suo bazooka, “faremo qualunque cosa per preservare ‘euro”. E’ diverso perché c’è una cornice concordata, sia pur da rafforzare, di scudi europei di emergenza, mentre allora praticamente non esistevano. E’ diverso anche perché al recente voto europeo Berlino ha potuto misurare la forza crescente dell’avversione all’euro, creata da politici che lo indicano come strumento di un rigore cieco e affama-popoli. Ed è diverso anche perché a Berlino per prima la Merkel, non governerebbe senza i socialisti nel suo governo.

Non sono solo queste ragioni “politiche”, ad aver spinto Renzi a non assecondare chi consigliava di rimetter subito mano ai conti, e di accelerare sui tagli di spesa. Cottarelli a marzo proponeva tagli cumulativi per 7 miliardi nel 2014, 17 nel 2015 e 34 nel 2016. Anche ieri è stato Padoan, a dire che la minor crescita rispetto alle attese impegna a maggior sforzi sulla finanza pubblica. Renzi non dichiara mai qualcosa di analogo. Per diverse ragioni “fattuali”, a suo giudizio.

La prima è il ricalcolo in arrivo del Pil. Pochi ne tengono conto, ma l’Istat ha anticipato a settembre di quest’anno l’adozione dei nuovi criteri Eurostat che sostituiscono il set di regole – il Sec95 – con cui da vent’anni si calcola il prodotto interno lordo. Le nuove regole Eurostat danno maggior peso alle spese in ricerca e sviluppo, a quelle per armamenti, agli scambi esteri di beni intermedi. E infine, la parte più discutibile, l’inserimento nel PIL di tutte le attività che producano reddito anche se illecite: droga, prostituzione, contrabbando. Eurostat si aspetta una rivalutazione media per l’area Ue pari a 2,4% del Pil. Mentre per l’Italia l’attesa Eurostat è di un Pil 2014 che possa salire tra l’1% e il 2% rispetto ai vecchi criteri.

Ci sarà ovviamente chi griderà al trucco, ma la speranza di Renzi è che a settembre la stima del deficit 2014 e 2015 su un Pil così rivalutato lasci critici e rosiconi, italiani ed europei, a bocca asciutta.

La seconda ragione – che al MEF lascia perplessi, come tante altre cose su cui la struttura tecnica del ministero e palazzo Chigi non si prendono, di qui l’accelerazione di Renzi su un proprio pool di economisti fidati – sta in una stima molto ottimistica, fino a 6-7 miliardi, di IVA aggiuntiva incassata entro fine anno grazie all’accelerazione del pagamento dei debiti della PA verso le imprese.

La terza ragione, infine, è la riserva di azione politica che Renzi intende esprimere nel Consiglio europeo, più di quanto Padoan possa fare all’Ecofin. La Francia ha già chiesto un ulteriore slittamento del rientro del deficit verso quota zero, per la terza volta in cinque anni. La Germania vede crescita e indici di fiducia in frenata. Renzi resta convinto che al Consiglio Europeo questa volta devono pensarci bene, prima di ridurre la sua volontà di riforme a pagare l’amaro pegno di una stangata fiscale aggiuntiva per recuperare un 1% di deficit fuori controllo. Non è nelle sue intenzioni assecondare quelle eventuali richieste. A costo di impugnare lui la bandiera di un’Europa che ci vuol far morire di rigore, strappandola alle mani della lega e del M5S. E’ un azzardo, ma Renzi è fatto così.

 

Terza questione: senza dismissioni e con le tendenze di questa maggioranza che si vedono sulle misure economiche, la sostenibilità del rientro della finanza pubblica resta comunque poco credibile.

Il percorso pluriennnale di risanamento della finanza pubblica resta impervio, senza tagli decisi a spesa e tasse: uno studio di Barry Eichengreen e Ugo Panizza pubblicato ieri su Vox lascia poca speranza, sul fatto che davvero l’Italia possa per 10 anni almeno restare a livelli di avanzo primario – tutto realizzato per via di repressione fiscale su lavoro e impresa – tra il 4 e il 6% del Pil annuo. Solo pochi paesi ci sono riusciti, come Belgio, Nuova Zelanda, Irlanda e Singapore, piccoli paesi molto più aperti di noi all’economia internazionale, e dotati di convergenza politica a noi ignota.

Se esaminiamo le proiezioni in vista della prossima legge di stabilità, ai 10 miliardi di aggiustamento necessari per rendere permanente il bonus 80 euro, ai 10-12 necessari per tener conto dell’invito della Commissione Europea uscente a recuperare il ritardo accumulato nel rientro del deficit strutturale entro il 2015 (il 2016 non ci è stato concesso), ai 3,5 miliardi di “clausola di salvaguardia” ereditata da Letta per evitare che scattino altri aggravi d’imposta, a tutto questo non si fa fronte neanche coi 17 miliardi taglia-spesa che indicava Cottarelli, e che ora ai più sembrano tantissimi.

Dice Renzi che Consiglio europeo e Commissione, come confermato da Juncker, dovranno valutare innanzitutto la serietà delle riforme, solo poi i saldi da garantire. Finora, però, la riforma della Costituzione avrà effetti limitatissimi sulla finanza pubblica (resta l’autonomia speciale alle Regioni, che moltiplica spesa e debiti, vedi la Sicilia). Quella sul lavoro è rinviata a settembre, dunque si vedrà.

Ma allora perché mai, nella riforma della PA, Pd e maggioranza rimettono mano o meglio manomettono una delle poche vere clausole di sicurezza poste dalla politica italiana all’aumento della spesa, cioè la riforma delle pensioni Fornero di fine 2012? Perché autorizzare l’età della piena pensione ai dirigenti pubblici a 62 anni, quando per gli italiani normali quest’anno il trattamento di anzianità è 63 anni e 9 mesi e in crescita ulteriore? Perché riaprire il pieno pensionamento a quota 96 anni come somma di età e contributi versati anche a chi ha 60 anni? Come non capire che una volta aperte queste brecce la conseguenza è quella già indicata stamane dal ministro Poletti al Messaggero, e cioè tornare a quota 96 per tutti, come da sempre dicono Damiano, mezzo Pd e tutta la Cgil?

 

La somma di questi tre problemi sembra indicare che il governo crede davvero di evitare i tagli di spesa senza i quali non c’è sgravio fiscale di proporzioni tali da rilanciare l’offerta. E’ un copione già visto in 20 anni, da governi di destra e sinistra. Renzi sa che il declino italiano è figlio di quell’errore. Non resta che verificare, entro poche settimane, quale sarà la sua risposta.