18
Dic
2014

Municipalizzate e ILVA: quando lo Stato resta e torna padrone

Il ministro Padoan ha confermato che nel 2015 il governo collocherà sul mercato il 40% di Poste e Ferrovie, e il 49% di Enav. Per evitare sussidi incrociati sarebbe meglio per Poste e Ferrovie prima separare le attività di servizio universale – la rete gestita da RFI in Fs, le consegne in Poste – da quelle gestite in concorrenza con privati – l’Alta Velocità di Trenitalia, l’attività banco-assicurativa in Poste. Ma in ogni caso è un bene quotarle pur senza cederne all’inizio il controllo. Non solo per i 10 miliardi d’incasso pubblico a cui il governo mira, ma perché la disciplina e il premio ai risultati che vengono dai mercati finanziari rappresenta comunque un passo avanti rispetto all’opacità gestionale della mano pubblica (basti vedere l’efficienza guadagnata da Eni ed Enel quotati, rispetto a quando non lo erano).

Due osservazioni sono però essenziali. La prima su una cosa che manca al suo elenco. La seconda su una cosa che invece si appresta a fare.

Alla lista di dismissioni di Padoan manca un pezzo che la settimana scorsa Renzi e Delrio hanno più volte reiterato: la decisione finalmente di metter mano alle quasi 10mila controllate e partecipate pubbliche di primo livello di Comuni e Regioni. Ad aprile scorso, tutto il lavoro di ricognizione e classificazione svolto da Cottarelli, nonché le sue proposte concrete già scritte per intervenire, sono rimaste nei cassetti.

Sappiamo tutto quel che c’è da sapere. Che solo un terzo di esse sono nei 5 settori tradizionali delle utilities locali – elettricità, gas, acqua, rifiuti, trasporto – e che di loro oltre i due terzi sono sotto una soglia minima di fatturato che le possa rendere efficienti. Sappiamo quante complessivamente sono in perdita e di quanto, e si tratta di miliardi, quante hanno più amministratori che dipendenti, e via continuando. L’indagine in corso a Roma, dove con Atac e AMA si concentrano 2 delle municipalizzate storicamente più produttrici di debito e clientelismo, ha spinto palazzo Chigi a dire che ora è il momento giusto per rompere gli indugi. Il governo si muova, allora. Come speriamo che già nella legge di stabilità vengano approvate proposte come quella avanzata da Linda Lanzillotta, che vincola le risorse per il risanamento di Roma Capitale alla cessione, secondo alcuni criteri di garanzia, delle partecipate a cominciare da quelle in perdita. Cottarelli aveva avanzato la proposta che ogni Comune dovesse rideliberare la persistenza del controllo di ogni municipalizzata, argomentando le ragioni per le quali il servizio offerto non potesse essere più convenientemente essere gestito da privati, e che le delibere fossero sottoposte a conferma da parte dell’Antitrust. Resta un’ottima proposta.

Anche perché tra pochi giorni ci troveremo di fronte a un intervento del governo che non è di privatizzazione, ma di rinazionalizzazione: dell’ILVA a Taranto.

Il commissario Gnudi ha detto un’elementare verità: “nessun privato rileverebbe ora l’ILVA, sequestrata dai magistrati”. E’ semplicemente impossibile a chiunque non sia dietro l‘egida dello Stato avanzare oggi un piano industriale per quella che era la più grande acciaeria a ciclo continuo d’Europa. Un privato da solo non può proporre alcunché, visto che i pm hanno nel tempo esercitato la facoltà di espropriare il patrimonio sociale, la liquidità dell’azienda, gli input intermedi di produzione, i prodotti finiti da vendere ai clienti, poi anche il patrimonio dei soci privati fuori dal gruppo. E ora si tratta anche di espropriare il restante titolo di nuda proprietà, dei Riva e degli Amenduni.

Il modo in cui Renzi e Padoan interverranno sull’ILVA è essenziale: a seconda di come la misura di rinazionalizzazione verrà assunta, rischia di compromettere la fiducia verso l’Italia invece di consolidarla. Ci sono dunque alcune condizioni da rispettare.

Primo: deve trattarsi di un intervento a tempo, in vista del risanamento ambientale e della restituzione poi del controllo dell’ILVA a privati. Non basterà dirlo a voce, bisogna dirlo in un cronopogramma scritto nello stesso decreto. Ricordarsi bene che Beneduce, il grandissimo manager pubblico che pur da socialista riformista collaborò con Mussolini e s’inventò l’IRI nel 1933 (come aveva fatto con l’INA, CrediOp, Icipu, Opera Combattenti e altro ancora), disse in lungo e in largo che era solo a tempo, la nazionalizzazione delle industrie compromesse dalla crisi e finite ad affondare le stesse banche che le partecipavano. E che l’IRI, restituitele al mercato, sarebbe stato a quel punto a propria volta liquidato. Invece Beneduce morì ma l’IRI è durato 67 anni, fino al 2002 quando fu messo in liquidazione, giungendo a sfiorare nel frattempo il mezzo milione di dipendenti. Evitiamo di ripetere lo stresso errore.

Secondo: nel ventennio precedente ai primi anni Novanta, proprio nell’acciaio lo Stato si è mostrato un pessimo gestore. La FINSIDER, che realizzò l’attuale ILVA di Taranto, perse oltre 20mila miliardi di lire nei 15 anni pre-privatizzazione. L’IRI fu costretto alla liquidazione , con l’intesa tra Andreatta e il commissario europeo van Miert, proprio per i debiti contratti nell’acciaio. Evitiamo di credere che lo Stato abbia oggi manager capaci di intepretare il difficile mercato mondiale dell’acciaio, spostatosi tutto verso il Far East asiatico, meglio dei grandi gruppi privati che con l’acciaio si misurano ogni giorno. I Riva non hanno perso a Taranto ma fatto utili per miliardi reinvestiti, è da quando ci sono i commissari pubblici che l’ILVA perde, e abbiamo aumentato l’import di acciaio del 16%.

Terzo: la mano pubblica a tempo deve servire a fare della bonifica delle cokerie e del parco mineraio un banco di prova europeo, visto che in Germania e Polonia esistono impianti con caratteristiche analoghe (ma non espropriati…). Decidere di uscire dal ciclo continuo con altiforni, per produrre acciaio con syngas o preridotto, è una decisione che stride con l’interesse di un paese manifatturiero come il nostro, e che è incompatibile con gli 11 mila dipendenti di Taranto e con le migliaia nell’indotto. Saremmo l’unico paese al mondo in cui le modalità produttive vengono decise da un pm in sede di indagine preliminare. Ecco perché il governo deve usare molta attenzione. Lo Stato deve riaccompagnare l’ILVA alla produttività e agli utili che esprimeva tenendo la guardia alta, perché appena sarà in tutto e per tutto pubblica si riscateneranno gli appetiti di chi pensa che lo Stato deve tornare a fare anche i panettoni.

15
Dic
2014

Lo sciopero generale politico, una malattia che ha 110 anni

Dal punto di vista della Cgil lo sciopero generale di venerdì è stato un successo, perché stavolta nelle diverse piazze italiane i manifestanti erano incazzati, gli scontri ci sono stati, D’Alema è stato importunato. E subito c’è stato chi ha iniziato a scrivere “Renzi stia attento, se il Pd si mette contro questo pezzo del suo popolo non è più questione di Jobs Act”.

E’ vero. La concertazione resta morta. Ma lo sciopero generale di venerdì è stato politico. Rivolto a una scommessa che ormai non conosce mezze misure. Renzi e chi lo segue devono andare a casa. Devee ssere sconfitto il suo metodo di non codecidere prima con la Cgil (lasciamo perdere la Uil di Barbagallo accodatasi, e che ha ridicolmente invocato la Resistenza). E meglio ancora, se lo si dovesse fare sull’onda dell’instabilità greca, se magari il 29 dicembre il premier ad Atene non riuscisse a eleggere un nuovo capo dello Stato e alle elezioni anticipate il programma di Syriza di ripudio del debito pubblico facesse ballare l’euro e per prima l’Italia. Perché la Cgil è pronta a dire che la colpa è di Renzi, se a quel punto anche in Italia bisogna pensare a pezzi di sinistra che, come Syriza in Grecia o Podemos in Spagna, mangino il tradizionale elettorato socialista in nome del no a tutto. Gad Lerner, ieri all’assemblea Pd, ha avuto la sincerità di drlo, che anche nella minoranza Pd la si pensa così.

Il nodo dello sciopero generale di venerdì è tutto qui. Non conta nulla l’inevitabile querelle su quanti vi hanno partecipato, e certo non è stato il 60% stimato e dichiarato dalla Cgil. Il punto è integralmente politico, e con la concertazione morta non c’entra più nulla. Come innumerevoli volte è già capitalo nella travagliata storia della sinistra italiana dai tempi di Filippo Turati, l’ala massimalista sindacale rivendica un ruolo completamente diverso dal trattare sui contratti. Il proprio ruolo, per come lo concepisce e rivendica, è trattare su tutto na nella politica, senza la responsabilità di doversi misurare alle elezioni, ma con potere di veto preventivo e di sanzione popolare ex post.

E’ un problema antico italiano. Contro le pretese di veto politico del sindacato scrissero articoli da ripubblicare, intitolati esplicitamente ”Contro lo Stato sindacale”, figure come Vittorio Emanuele Orlando e Santi Romano, prima del fascismo e sotto Giolitti, che pure al sindacato aveva aperto. Nel 1946, a lavori della Costituente in corso, Ettore Conti scrisse “la decisione par essere quella di aggiungere alla pletorica burocrazia pubblica anche quella sindacale, per continuazione corporativa”. E fu la forza di piazza del primo sciopero generale degno di tale nome nell’Italia del 1904 -110 anni fa! – a convincere Artuto Labriola che l’arma dello sciopero generale politico doveva essere da quel momento brandita come il vero credo del socialismo rivoluzionario.

Visti tali precedenti, è difficile resistere alla tentazione di considerare lo sciopero generale di venerdì, il suo rito e il suo mito, il milletrecentocinquesimo sciopero nel 2014 secondo i dati dell’Autorità di garanzia, se non come una ricorrente pulsione a restare aggrappati a una storia che ad alcuni o magari a molti potrà sembrare luminosa, ma che sempre storia di trapassato remoto è e resta. L’Italia di oggi avrebbe bisogno di un sindacato che tratta nelle aziende localmente turni e orari e più produttività per più salario, che tratta nel pubblico impiego per la mobilità e l’efficienza invece di opporvisi sempre, che impari a trattare in nome di quegli autonomi senza tutele e i dei precari che nel sindacato non ci stanno, e che anzi ne sono vittime storiche: peché l’asimmetria del mercato del lavoro italiano, da vent’anni a questa parte, con chi ha tutte le tutele e chi nessuna, è figlia esattamente della pervicacia con cui il sindacato ha continuato a difendere una vecchia idea di impresa e di lavoro. Vecchia non perché lo diciamo noi: perché lo dice l’evoluzione del mercato e del mondo.

Ora, per Renzi la partita si fa ancora più difficile. Lo sciopero generale ha alzato la sfida puntando alla permanenza in vita stessa di questo governo. Se no, alla sua sconfitta elettorale, spaccando il Pd. Inutile sperare che l’instabilità per Italia ed Europa dietro l’angolo, se in Grecia le cose sfuggono di mano, possa suonare come un invito alla responsabilità sindacale. La colpa è del governo, è ormai la risposta rituale e ripetuta. Ora il governo di colpe ne ha, ma il suo battersi cotnro il potere di veto politico del sindacato è un merito.

Il premier, giovedì sera, facendo il passo indietro sulla prrecettazione nei trasporti – che era dovuta per legge a tutela degli utenti, e nient’affatto in violazione dei diritto sindacali – ha mostrato un primo segno di preoccupato realismo. Difficile dire come finirà. Nel Pd le minoranze vengono ridicolizzate da Renzi, ma la Cgil è altra cosa. Renzi avrà bisogno di pazienza. E speriamo non faccia marcia indietro. Perché è la sua testa, quella che venerdì è stata indicata nelle piazze italiane come la svolta da perseguire.

15
Dic
2014

La concorrenza promossa in Costituzione

Se la Costituzione è la raffigurazione, per quanto in modo fittizio, delle priorità di una determinata società che ad essa si sottopone, anche sue modifiche marginali possono svelare un passo importante nella cultura giuridica.

La settimana scorsa, durante l’esame della riforma costituzionale del titolo V, la Commissione affari costituzionali della Camera ha approvato l’inserimento della parola «promozione» nella materia statale della tutela della concorrenza. Se l’emendamento dovesse restare in piedi, quindi, la concorrenza sarà non solo oggetto di tutela, ma anche di promozione da parte dello Stato. Read More

12
Dic
2014

Cosa sia davvero lo sciopero politico generale ce lo spiega Bruno Leoni.

Nel volume intitolato “ La libertà del lavoro. Scritti su concorrenza, sciopero e serrata.” (Rubbetino/Leonardo Facco editore, a cura di Carlo Lottieri ) sono contenuti alcuni lavori del filosofo del diritto Bruno Leoni sui tema indicati nel titolo del medesimo libro. A pag.161, all’interno di un capitoletto titolato “ La scuola di guerra. A proposito del cosiddetto sciopero politico”, Bruno Leoni espone il suo pensiero sullo sciopero politico generale.
Ne riportiamo i passaggi più importanti senza necessità di ulteriori commenti.
Ma a parte i ghirigori dei giuristi, rimane il fatto che il problema è assai più vasto, e di natura squisitamente politica: se si ammette che nello Stato moderno il potere delle organizzazioni dei prestatori d’opera sia legittimamente esercitato anche quando tende, per mezzo dello sciopero, ad influire sulla linea politica del Governo, o su singoli atti politici di esso, al di fuori e al di sopra del normale meccanismo delle elezioni, e dell’opera dei rappresentanti del popolo in Parlamento, allora conviene abbandonare come un’inutile finzione del diritto pubblico il sistema parlamentare rappresentativo.
In tal caso non comanderanno più infatti né il Governo, né i “ rappresentanti del popolo”, né infine il “ popolo” inteso come insieme di cittadini dotati di diritto di voto; ma comanderanno, di volta in volta, ad esempio, una maestranza di operai metallurgici, una di tessitori, una di panettieri, alle quali per avventura non sia gradito un trattato di alleanza militare, o la politica scolastica, o un qualche provvedimento particolare del Ministero dell’Agricoltura o di quello della Giustizia.
Se quindi si accetta lo sciopero politico, si accetta per ciò stesso la rivoluzione politica e, praticamente, la distruzione dello Stato moderno inteso come Stato parlamentare rappresentativo, e la sostituzione di quest’ultimo con un Governo estemporaneo e irresponsabile di sindacati operai.
E questo che si vuole? Se cosi stanno le cose, e se il regime parlamentare rappresentativo, pur con tutti i suoi gravi difetti, ci appare oggi ancora (e non può non apparire)migliore di una caotica dominazione – poniamo – di manovali metalmeccanici o di braccianti agricoli, è evidente che lo sciopero politico è un non senso da respingere con ogni energia.
Dopotutto, il nostro è ancora uno Stato moderno: difendere questo Stato contro certi sovventori travestiti da sindacalisti significa, ormai per troppi segni, difendere la nostra libertà e la nostra vita dal ricorso della barbarie.
@roccotodero

11
Dic
2014

“Game over” per l’Ucraina?—di Richard W. Rahn

Questo articolo è stato originariamente pubblicato l’8 dicembre 2014 sul quotidiano Washington Times, che ringraziamo per la gentile concessione alla pubblicazione.

Offrire altri aiuti finanziari senza esigere riforme significherebbe buttare via i soldi

L’Ucraina probabilmente andrà in bancarotta nei prossimi mesi. Lo scorso venerdì, è stato annunciato che il Paese ha meno di 10 miliardi di dollari in riserve di valuta straniera. Le mie fonti (che, nel corso degli ultimi due anni, sono risultate estremamente affidabili in merito alla situazione in Russia e Ucraina) mi riferiscono che la situazione è ancora peggiore rispetto ai dati ufficiali, in quanto l’Ucraina starebbe perdendo 3 miliardi di dollari di riserve di valuta estera al mese e, per giunta, questa emorragia si sta aggravando. Ancora peggio, alcune di queste riserve potrebbero essere “illiquide”, ossia potrebbero essere già state spese, o addirittura sottratte all’erario. Read More

10
Dic
2014

Corruzione: tanto potere a pochi non è la soluzione. Commento a Cassese su Mafia capitale

L’inchiesta sulla “mafia capitale” mette in luce non tanto l’esistenza della corruzione, quanto la sua pervasività. Per questo è importante interrogarsi sulle sue cause, prima ancora di individuare strategie di risposta che siano efficaci. Sul Corriere della sera di oggi Sabino Cassese fornisce un importante contributo. Purtroppo, però, almeno una parte del suo ragionamento non ha fondamento empirico.

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10
Dic
2014

Le liberalizzazioni non sono (ancora) un optional. Il caso dei farmaci di fascia C e delle parafarmacie.

A margine della presentazione dell’indice delle liberalizzazioni redatto dall’Istituto Bruno Leoni, il Ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, ha espresso la volontà del Governo di procedere a raccogliere alcune delle sollecitazioni dell’Antitrust in materia di liberalizzazioni a cominciare dalla parafarmacie e dalle poste.
Le dichiarazioni del Ministro potrebbero indurre i più a ritenere che sia tipico di questo Governo un indirizzo politico favorevole alle liberalizzazioni e che dunque, se alle parole dovessero seguire i fatti, si potrà brindare, entro un breve lasso di tempo, ad un vero e proprio “ cambiaverso” molte volte annunciato dal Premier Renzi.
In realtà, ciò che non è emerso dalle parole del Ministro Guidi è che esiste dal 2009 un espresso obbligo di legge che impone al Governo di presentare ogni anno alla Camere, entro sessanta giorni dall’invio annuale della relazione da parte dell’antitrust allo stesso Esecutivo, un disegno di legge per l’adozione di un provvedimento per il mercato e la concorrenza, “al fine di rimuovere gli ostacoli regolatori, di carattere normativo o amministrativo, all’apertura dei mercati, di promuovere lo sviluppo della concorrenza di garantire la tutela dei consumatori.” (art. 47 legge 23 luglio 2009, n.99).
Non si tratta, dunque, di una volontà contingente che può essere attribuita ed ascritta a merito ora di questo, ora di quel Governo, ma di un vero e proprio obbligo che il Parlamento sovrano ha imposto, per il tramite di una legge, a tutti gli esecutivi.
E’ alla disposizione del 2009, cioè, che deve ricondursi un indirizzo politico e legislativo duraturo di favore nei confronti delle liberalizzazioni e, sin tanto che una nuova legge non sconfesserà tale prescrizione, al Governo (al Governo Renzi come a tutti gli altri) non resterà altro da fare, se vuole rimanere nell’alveo dello Stato di diritto all’interno del quale chi detta le regole è il primo a rispettarle, che dare esecuzione agli obblighi imposti dal Parlamento.
Peraltro, l’attuale Governo versa in un ritardo a priva vista senza giustificazione, atteso che i sessanta giorni dalla presentazione della relazione dell’antitrust sono belli e passati da un pezzo, avendo adempiuto l’autorità indipendente alla trasmissione della relazione già nel mese di luglio di questo stesso anno.
Ciò detto, è del tutto condivisibile il proposito del Ministro Guidi di prendere le mosse in materia di liberalizzazioni dalla disciplina che regola l’esercizio delle parafarmacie, magari per equipararle sotto molti aspetti alle farmacie e per evitare il ripetersi di vicende giudiziarie come quella che si è conclusa innanzi alla Corte costituzionale nel mese di luglio passato e che ha visto le parafarmacie battersi per la liberalizzazione della vendita della maggior parte dei farmaci di fascia C, riservata oggi dalla legge esclusivamente alle farmacie.
L’attuale disciplina non consente, infatti, alle parafarmacie di vendere i farmaci di fascia C prescritti dal medico con regolare “ ricetta”, sebbene il responsabile della parafarmacia debba essere un farmacista abilitato a tutti gli effetti e nonostante il fatto che i predetti farmaci siano a totale carico dell’acquirente senza alcun contributo dell’amministrazione sanitaria.
La Corte costituzionale è stata chiamata a decidere sulla sussistenza della violazione del principio di ragionevolezza (che è una declinazione del principio d’uguaglianza) della disciplina legislativa che vieta alle parafarmacie la vendita dietro prescrizione medica dei farmaci di fascia C pagati integralmente dal richiedente e sulla violazione della libertà d’impresa di cui all’articolo 41 Cost.
Considerato che la responsabilità per la somministrazione del farmaco è assunta dal medico curante al momento della prescrizione e che tanto nella farmacia quanto nella parafarmacia ci si limita ad una transazione commerciale sotto la vigilanza, in entrambi i casi, di un farmacista abilitato, è apparsa incomprensibile la disparità di trattamento fra le due attività imprenditoriali, né si è ravvisato un particolare pericolo per la tutela della salute per l’acquirente che, è bene ribadirlo, si è preventivamente recato dal proprio medico di fiducia per farsi prescrivere il farmaco.
Il divieto, dunque, oltre che incidere sul regime del principio d’eguaglianza è sembrato giustamente rappresentare un’inutile ed illegittima compressione della libertà d’impresa proprio perché ai sensi dell’articolo 41 Cost. questa può essere limitata solo allorché il suo esercizio arrechi danno alla sicurezza, alla libertà ed alla dignità umana. Né si potrebbe ritenere che venga in rilievo l’interesse pubblico al contenimento della spesa sanitaria atteso che il farmaco di fascia C di cui si è chiesta la liberalizzazione della vendita è solo quello pagato integralmente dal richiedente.
Ebbene, la Corte cost. con sentenza n.216/2014 ha sancito che non contrasta con la Costituzione la disciplina che riserva alle sole farmacie la vendita dei predetti farmaci ed ha fatto leva su due argomentazioni che appaiono per la verità tautologica l’una ed infondata l’altra.
Per ciò che concerne la disparità di trattamento i Giudici hanno, infatti, osservato che, pur in possesso del medesimo titolo di studio, farmacisti e parafarmaciti gestiscono due attività che il legislatore ha qualificato diversamente; ma non ha chiarito la Corte come i tratti caratteristici di tale differenza possano incidere sulla tutela della salute allorché si discuta di vendere farmaci di fascia C o quali altri beni di rilievo costituzionale abbiano a soffrire dalla reclamata equiparazione. In particolare il Giudice delle leggi sembra avere omesso di considerare tutta la sua precedente giurisprudenza secondo la quale l’irragionevolezza si annida nel disciplinare in maniera diseguale fattispecie che “in fatto” non presentano difformità che dovrebbero, invece, fare la differenza rispetto alla tutela del bene preso in esame, soprattutto quando a risultare limitata è una libertà fondamentale qual è quella di cui all’art. 41Cost..
Mentre proprio con riferimento alla violazione della libertà d’impresa la Corte ha osservato che” il regime delle farmacie è incluso – secondo costante giurisprudenza di questa Corte – nella materia della «tutela della salute», pur se questa collocazione non esclude che alcune delle relative attività possano essere sottoposte alla concorrenza,…”, ma, ancora una volta, nulla ha detto circa la concreta messa in pericolo del bene salute in occasione della vendita dei farmaci di fascia C nelle parafarmacie.
Il divieto dunque permane, ma le robuste obiezioni dei parafarmacisti in punto di libertà d’impresa sono ancora tutte lì e, come si è visto, non sono state adeguatamente superate dalla Corte costituzionale.
Le liberalizzazioni che il Ministro Guidi ha annunciato dovrebbero riguardare, innanzitutto, casi come quello che abbiamo illustrato, dovrebbero eliminare disparità di trattamento che nascondono in realtà odiosi privilegi (l’intero mercato dei farmaci di fascia C vale secondo alcune stime 3MLD di euro!), restituire libertà agli operatori economici, seguire l’esempio di alcuni Paesi europei, come Germania ed Inghilterra, dove non vi è alcun limite, ad esempio, all’aperture delle farmacie.
Sempre che queste liberalizzazioni vogliamo farle davvero e non solo annunciarle.
@roccotodero

9
Dic
2014

Non rispettiamo le regole né le cambiamo, né noi né l’Europa: eppure brindiamo felici come ebeti

Niente di nuovo sul fronte occidentale, si possono parafrasare così  le conclusioni dell’Eurogruppo dedicate ieri all’Italia. Anche se ai media e a tanta parte della politica italiana piace usare toni stentorei sulla politica europea, dipingendola come un consesso di unni profittatori ai danni di noi latini vittime incolpevoli, in realtà anche ieri tutto è andato come il ministro Pier Carlo Padoan da alcuni mesi spera e riesce a ottenere che vada.

In sintesi: l’Italia non rispetta le regole ma non viene sanzionata; nel frattempo resta piantata, perché anche questo governo ha commesso errori ma non li ammette; anche l’Europa non rispetta le regole che si è data ma ora chiude un occhio; il che significa che di regole non ne esistono più se non per finta; tutti sperano in Draghi e a seconda dei punti di vista lo accusano di troppo o troppo poco coraggio; ma la politica continua fare quel che quasi sempre ha fatto: traccheggia ognun per sé e ciascuno pensando ai casi suoi, alla prima crisi finanziaria internazionale pronta a dare la colpa al Nord o al Sud Europa a seconda delle rispettive convenienze. In Italia si brinda a tutto questo, perché la minchioneria è sport nazionale: di chi si spaccia per pro Europa affossandone le regole, e di chi ormai dà all’euro e alla Merkel anche la colpa della propria stipsi. Inizio a provare una netta preferenza  per chi le regole ammette esplicitamente di volerle cambiare dalla a alla z, rispetto a chi le inabissa brindando senza sostituirne di nuove, come al solito dimenticando che siamo espostissimi a ogni stormir di fronde di crisi finanziaria

In cosa Renzi-Padoan la spuntano? Dall’inizio dell’estate si è capito che, in vista della legge stabilità e del suo esame da parte dell’Europa, la linea era di non attenersi alla lettera degli impegni di miglioramento del deficit pubblico, inascoltati già dalla legge di stabilità del governo Letta, e accresciuti con l’ulteriore conferma di un 2014 anch’esso di recessione. Il governo ha puntato su due pilastri. Il primo: le riforme, il cui effetto sul Pil non è immediato ma va contemplato come leva per accrescere il Pil potenziale, caduto in Italia più che dovunque nell’euroarea. Il secondo: un calcolo diverso, su base statistica, proprio del modo in cui la Commissione europea calcola la differenza tra Pil reale e Pil potenziale: su questo il team di Padoan si è esibito al meglio nella nota di aggiornamento del Def di fine ottobre, proponendo parametri molto diversi da quelli della Ue. Ma di fatto l’Italia ha avanzato quest’obiezione per sé, non ha avuto il fegato di porla al centro del suo semestre di presidenza Ue come modifica dei criteri europei.

Dal primo pilastro discendono i magri tagli di spesa pubblica nel 2014, la liquidazione dell’inascoltato Cottarelli, l’assenza sino a questo momento di tagli energici anche nella legge di stabilità per il 2015. O meglio: quel po’ misure di contenimento della spesa a ministeri, Regioni e Comuni, lineari e senza scelta di riduzione del perimetro e delle funzjoni pubbliche sovrapposte, non servono a migliorare il deficit ma a finanziare una parte dei nuovi interventi, dal taglio dell’IRAP alla conferma del bonus 80 euro, mentre l’altra parte resta finanziata a deficit. Per chi qui scrive, un elenco di errori: i mancati tagli, il non aver concentrato risorse su meno IRAP sin dall’inizio, continuare a disperderle a pioggia come sui nuovi assunti sostitutivi, invece di concentrarle sui soli addizionali.

Dal secondo pilastro discende invece una scommessa politica: rendere tecnicamente impossibile alla Germania, e ai paesi nordeuropei che condividono la sua linea, l’apertura di un’infrazione all’Italia per mancata attuazione del two pack e six pack, cioè degli impegni a raggiungere a breve termine l’azzeramento del deficit corretto per il ciclo e l’inizio di un rientro energico del debito pubblico.

Ebbene, la scommessa del governo è sostanzialmente vinta. L’Eurogruppo – i ministri dell’Economia dell’euroarea – formalmente condivide il giudizio della Commissione Europea, e cioè che l’Italia dovrebbe nel 2015 correggere il deficit di un altro mezzo punto di Pil e non solo dello 0,1%, come indicato dalla legge di stabilità per restare sotto il limite del 30%. Ma l’Eurogruppo non chiede prescrittivamente all’Italia una correzione alla legge di stabilità o una manovra di primavera. Esplicitamente fa propria la linea Renzi-Padoan, e cioè che tale risultato si può ottenere anche accelerando l’attuazione di riforme oggi varate solo per legge delega e in attesa dei decreti attuativi, come il Jobs Act. E accelerando ulteriormente su nuove riforme, il più possibile rapide nell’entrare in vigore.

Solo che la vittoria italiana riavvita l’Europa in una nuova contraddizione. Durissima ieri con Grecia, Portogallo e Spagna, l’Europa non lo è con noi e francesi. Di fatto, senza un nuovo accordo esplicito su un set di nuove regole condivise, quelle vecchie – il fiscal compact – non ci sono più e l’Europa naviga a vista. Auguri.

Si dirà che la Francia ci fa da scudo, visto che noi sia pur a fatica – ed è tutto da vedere quanto avverrà nel 2015 – restiamo sotto il 3% di deficit pubblico, mentre Parigi non pianifica di scendervi sotto prima del 2017. Si aggiungerà che a fare la differenza è l’abbattimento delle attese di crescita dell’intera euroarea nel 2015 – la BCE è scesa dall’1,6% all’1% la settimana scorsa – dovuta al rallentamento molto forte della Germania per prima, sotto l’effetto della crisi russo-ucraina. Quel che si voglia: ma la discrezionalità non è una regola.

Ora bisogna sperare in due cose. La prima è che la politica italiana – la maggioranza ma anche la destra, che da una parte urla contro l’Europa e dall’altra dimentica la sua pesante eredità ai governi successivi – non creda di aver risolto alcunché. Certo, se fosse venuta la procedura d’infrazione il governo per primo avrebbe rifiutato di sottostarvi, con un’inevitabile ulteriore peggioramento della fiducia residua italiana verso l’euro e l’Europa. Ma la crescita resta sotto zero, il debito continua a crescere, le tasse restano altissime. Ed è un mistero di Pulcinella, che nel 2015 il deficit arriverà ben oltre il 4% se non al 5% del PIL. Bisognerà insistere per anni, per svoltare davvero pagina.

La seconda è che dal sostanziale ok europeo all’impostazione del governo – inabissare allegramente le regole europee – e da vicende come il disastro pubblico emerso dalle indagini in corso a Roma, si produca comunque l’effetto positivo di una scossa elettrica di operatività. I decreti attuativi del Jobs Act servono in poche settimane. L’intervento energico promesso da Renzi questo fine settimana per tagliare le 10mila partecipate locali serve subito, e già lo si poteva fare con Cottarelli: ma oggi, rispetto ad aprile scorso, se la casta politica resistesse sarebbe travolta.

E in più: il prezzo del petrolio sceso del 42% da giugno è una formidabile spinta di crescita, per chi la sa utilizzare. Rispetto a un Pil mondiale superiore ai 70 trilioni i dollari, si calcola che liberi risorse per 1,5 trilioni a vantaggio di un minor prezzo per imprese e famiglie, e quasi l’equivalente in termini di minor costo per le lavorazioni energivore, nella metallurgia e industria di base. L’Italia, che ha un tasso di dipendenza energetica superiore al 75%, a oggi non è in condizione di “scaricare” questa molla potente sulle ruote della sua crescita. Perché il 60% di accise e IVA rispetto al prezzo alla pompa dei combustibili osta al trasferimento di buona parte del minor costo industriale nelle tasche di imprese e famiglie. Ci pensi, il governo: il momento buono di un drastico taglio al fisco energetico è oggi, approfittando del basso costo del barile. Ne potrebbe venire una crescita addizionale a breve maggiore che dal bonus 80 euro.

8
Dic
2014

Tasse patrimoniali: ecco come nel 2015 ne pagheremo 50mld, per 3/5 dal mattone

Il 16 dicembre i cittadini italiani sono chiamati a pagare il saldo dell’Imu e della Tasi. Per molti, abitanti negli oltre 5.220 comuni nei quali era saltato l’appuntamento di giugno per il ritardo dei rispettivi Comuni nell’approvazione di aliquote e detrazioni, la prima rata Tasi è stata pagata solo a ottobre. Nei poco meno di 3 mila Comuni che invece avevano deliberato per tempo, il 16 dicembre si pagherà esattamente quanto versato con l’acconto. I nuovi acquirenti di casa o coloro che pagano per la prima volta, ricordino che la Tasi si paga come l’Imu : base imponibile data dal valore catastale rivalutato del 5% e moltiplicato per 160, sia per le abitazioni che per le pertinenze, sia per quel che riguarda la “prima casa,” sulla quale però per la Tasi si applica un’aliquota più elevata rispetto a quella prevista per le abitazioni che pagano anche l’Imu. Il consiglio per tutti è di farvi aiutare consultando quanto previsto specificamente nella delibera del vostro Comune, visto che ognuno di loro ha avuto facoltà di prevedere detrazioni per la Tasi sulla prima casa che possono variare in base alla rendita catastale, al reddito Isee dei proprietari, al numero dei figli, o in riferimento a qualunque altro parametro che sia stato scelto, dato che la legge ha lasciato gli enti locali liberi di decidere  in materia. Una vera follia, avere 8mila aliquote differenti…compresa la quota dovuta dall’inquilino che può variare dal 10 al 30% del tributo dovuto dal proprietario.

Da anni, l’informazione ha tentato di spiegare a tutti i cittadini la complicata evoluzione politica che ci ha bizantinamente portati dall’Ici all’Imu allo Iuc, alla Tasi, alla Tari e alla Tares. Ora andiamo invece al nocciolo della questione delle imposte sul mattone. Riepiloghiamo come e perché sono cambiate negli ultimi anni concentrandoci su un solo punto, quello che interessa sopra ogni altra cosa noi tutti: cioè quanto abbiamo pagato e pagheremo.

 

Quanto abbiamo pagato: lo Stato ha incassato 44 miliardi in più dal 2011

I dati della tabella ealaborata da Confedilizia parlano da soli.

http://www.confedilizia.it/Tabella%20aumento%20tasse%20sulla%20casa.pdf

Siamo passati da un gettito ICI di 9 miliardi e rotti nel 2011, quando ancora era vigente la piena abrogazione del tributo sulla prima casa voluta dal governo Berlusconi dopo la vittoria elettorale del 2008, a un gettito dell’IMU nel 2012 di 23,7 miliardi. Allora, con il governo Monti, alla marcia indietro rispetto alla decisione del centrodestra sulla prima casa si sommarono i nuovi moltiplicatori sulla rendita catastale. In un solo anno, un aumento di gettito pari a pochissimo meno di un punto di PIL. Nel 2013, le ulteriori correzioni sulla prima casa, questa volta in senso meno sfavorevole rispetto a Monti con il governo Letta, hanno determinato un arretramento del gettito Imu rispetto al 2012, facendo fermare l’incasso dello Stato alla pur sempre rispettabile quota di 20 miliardi di euro, cioè più del doppio di quanto aveva incassato nel 2011.

Del 2014, terzo anno di vigenza del moltiplicatore delle rendite catastali introdotto da Monti, faremo i conti finali solo a 2015 inoltrato, perché la giostra delle 8mila aliquote e il ritardo delle delibere comunali rende a tutti gli effetti molto difficile sapere sin d’ora quanto lo Stato avrà incassato nell’anno che va a chiudersi. In tutti i casi però il gettito dello Stato torna a salire sia sul 2013, sia sul 2012, e stellarmente rispetto al 2011. La versione ufficiale di governo è ferma a un incasso complessivo dalla somma di Imu e Tasi – la nuova arrivata – pari a poco meno di 25 miliardi di euro. In realtà è estremamente verosimile pensare che il gettito finale di Stato e Comuni sarà intorno ai 28 miliardi: a pesare è la situazione di estrema difficoltà di moltissimi Comuni, alle prese con il nodo scorsoio del patto di stabilità interno e sottoposti spesso a piani di rientro che obbligano al massimo delle aliquote addizionali, come nei caso di Torino e Roma, o comunque alle prese con estreme difficoltà di bilancio come nel caso di Napoli, Reggio Calabria o Palermo.

In ogni caso, con 28 miliardi o poco meno all’incasso nel 2014, il conto è presto fatto: il gettito dello Stato sul mattone annuo rispetto al 2011 è triplicato. E qui ci riferiamo solo all’imposta principale, perché non bisogna dimenticare che sul mattone gravano un’altra raffica di balzelli: l’imposta di registro sull’acquisto e sulla locazione, l’imposta di bollo sui contratti e ricevute di affitto, l’imposta sui diritti catastali, la tassa sui passi carrai, quella per l’occupazione di spazi e aree pubbliche, e via continuando.

 

Effetti: patrimonio degli italiani -1000mld, -50% compravendite, 57 mila imprese di costruzioni e 340 mila occupati in meno

L’aumento verticale dell’imposizione sul mattone italiano ha determinato una serie di effetti negativi a catena. Oggi, per molti la casa è un bene da vendere a prezzo di realizzo, per evitare di pagarci sopra tasse triplicate che non sono più sostenibili, a fronte di redditi calati in termini reali del 16% in media per le famiglie italiane in questi anni di crisi.

I numeri lo testimoniano con dovizia di particolari. Le vendite di unità abitative nell’edilizia residenziale mostrano in questo 2014 i primi timidi segni di ripresa rispetto al 2013 e dopo anni di caduta (lo stesso vale per i mutui concessi alle famiglie), ma siamo a poco più di 200 mila vendite annue in questo 2014, rispetto a oltre 300mila nel solo 2011 e dunque con una diminuzione del 33%. Se spostiamo lo sguardo a ritroso, la perdita è addirittura del 53% rispetto al 2006-2007, gli anni di picco quando le vendite ammontavano a oltre 400 mila unità l’anno.

Naturalmente i prezzi sono scesi, dopo decenni nei quali gli italiani avevano creduto che l’investimento nel mattone avesse rendimento sempre positivo, e che dunque valesse la pena impegnarvi anche quote molto elevate dei propri redditi annuali, per pagare a rate mutui anche trentennali. Siamo a un meno 20% medio di prezzo immobiliare residenziale rispetto al 2008, e meno 16% dalla sola fine del 2011 quando inizia la galoppata fiscale (naturalmente la caduta non riguarda in queste proporzioni l’ “alto residenziale” di lusso, i cali variano di città in città e di quartiere in quartiere, e a esser più colpiti sono gli italiani proprietari a basso reddito e le periferie, e via continuando).

Se tenete conto che il patrimonio immobiliare delle famiglie italiane tre anni fa era valutato da Bankitalia e dal Notariato intorno ai 5800-6000 miliardi di euro, per incassare 44 miliardi di euro in più in tre anni invece dei meno di 10 che ricavava nel 2011 dal mattone, lo Stato o meglio la politica tassatrice ha determinato un abbattimento del valore patrimoniale immobiliare delle famiglie italiane nell’ordine dei mille miliardi, a  tenersi bassi e con tuitte le approssimazioni dovute alle medie.

Ed è anche per questo che i consumi sono piantati e non riprendono: l’effetto-miseria, determinato dalla perdita di valore di ciò in cui le famiglie italiane avevano investito sopra ogni altro asset, le spinge a sentirsi assai meno sicure di spendere.

In più, si è concorso ad accentuatre la rovinosa crisi dell’edilizia. Le cifre ufficiali dell’ANCE parlano di circa 57 mila imprese di costruzioni scomparse nella crisi al netto tra cessazioni e aperture, con 340 mila occupati che non hanno più lavoro: in questo solo comparto, che tradizionalmente viene considerato anticiclico, cioè “il” settore per definizione su cui spingere per affrontare crisi pesanti. Siamo riusciti nel capolavoro di ottenere l’esatto opposto, per dissetare lo Stato beone.

 

Ci vuole una patrimoniale? Ma se ne paghiamo già 12, nel 2015 per oltre 50 miliardi di euro!

Non è solo la triplicazione degli incassi statali dal mattone in 3 anni, la sberla fiscale patrimoniale che lo Stato ci riserva. Uno dei luoghi comuni della politica italiana in questi anni di crisi è che non bisogna tagliare spesa e tasse, bisogna invece ricorrere a una bella tassa patrimoniale, che si paga “su quel che si ha” e non su quel che un cespite rende. I casi sono due: a dirlo è o chi ignora la realtà delle patrimoniali che già paghiamo e che sono salite alle stesse in questi ultimi anni, oppure chi finge di ignorarlo. In entrambi i casi, si tratta di un argomento pericoloso. Oltre a IMU-Tasi, le imposte patrimoniali oggi vigenti sono l’imposta di registro, le imposte di bollo, l’imposta ipotecaria, quella sui diritti catastali, il bollo auto, il canone RAI, l’imposta sulle transazioni finanziarie, quella su successioni e donazioni, quella sui cosiddetti beni di lusso. In pagina vi proponiamo l’andamento del loro gettito negli ultimi anni.

Siamo passati dall’1% di Pil annuo fino al 1991, al 2% con Amato e la sua stangata notturna sui conti correnti nel 1992, a quasi il 3% nel 2012, con incassi complessivi statali passati da quasi 30 a 44 miliardi nel decennio. Nel 2014 le 12 patrimoniali hanno fruttato 41,5 miliardi, dunque un lieve arretramento. Ma nel 2014, con l’ascesa di Imu-Tasi fino a quota 28 miliiardi si toccherà il record, con circa 47.48 miliardi.

E tenetevi forte. Perché Imu-Tasi appartengono già al passato, anche se dovete pagare il 16 dicembre. Nel frattempo la fervida fantasia tassatrice dei politici ha già pronta una nuova sorpresa. La local tax, promessa dal governo all’ANCI per il 2015 in sostituzione di Imu-Tasi. Il punto è che, per ammissione della stessa ANCI, la local tax dovrebbe determinare incassi non inferiori ai 31-32 miliardi annui rispetto ai 28 a cui forse arriveranno Imu-tasi in questo 2014. Ed ecco che dunque nel 2015 con la local tax le patrimoniali frutteranno allo Stato per la prima volta oltre 50 miliardi di euro.

Una mazzata di cui non ha colpa né l’euro né laMerkel, ma solo la politica di spesa a tasse dilapidatrici seguita in questi anni per non dar retta ai Cottarelli che di tagli buoni ne avevano pronti un bel po’, per abbassare le tasse a chi le paga.

Ps. Disclaimer finale: chi scrive non ha nulla in contrario in linea di principio a una certa quota di imposte patrimoniali, soprattutto laddove si tratti di smobilizzare ingenti patrimoni per incentivarli a produrre più flussi cioè più redditi, in un paese iper-patrimonializzato e a forte perdita pluriennale di Pil e reddito come l’Italia. Altra cosa è alzare insieme le imposte patrimoniali, le imposte dirette e le imposte indirette come ha fatto la poluitica italiana in questi anni. Così si uccide il cavallo e basta. E non sono gli 8o euro di bonus discrezionalmente dato a chi la politica decide a cambiare il quadro: il punto è una generale discesa per tutti delle aliquote medie, mediane e marginali sul reddito di impresa e lavoro, a fronte di aumenti MENO CHE PROPORZIONALI di imposta su altro, con un saldo che pareggia con energici TAGLI DI SPESA.