A qualcuno piace Fatca: la libera circolazione dei capitali è finita—di Giuseppe Pennisi
Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Giuseppe Pennisi.
Negli Stati Uniti, dove ho vissuto più di tre lustri quando lavoravo in Banca Mondiale, è noto che il Partito Democratico ha tendenzialmente sempre albergato sentimenti protezionisti, mentre il Partito Repubblicano è sempre stato relativamente liberista. All’inizio degli anni Sessanta, il Presidente John F. Kennedy (che aveva consiglieri liberisti come W.W. Rostow) dovette penare non poco per fare approvare dal Congresso quel Trade Expansion Act che fu la base del maggior negoziato multilaterale sugli scambi – quello in effetti che portò alla più ampia liberalizzazione dei commerci in prodotti manufatti. Le radici del protezionismo del Partito Democratico stanno nello stretto legame , anche finanziario, che i maggiori sindacati, principalmente dei metalmeccanici, dei chimici e dei tessili. Sono stati, ad esempio, i maggiori ‘contributori’ alle campagne elettorali che hanno portato Barack Obama alla Casa Bianca.
Pochi, però, potevano pensare che, zitti zitti, piano piano, senza fare alcun rumore, il Partito Democratico, alleandosi non solo con i sindacati ma anche con i mutual funds made in Usa, potesse assestare un brutto colpo a quella libera circolazione dei capitali che è una delle maggiori conquiste dell’economia internazionale dal dopoguerra ad oggi. E che trovasse il pieno supporto del Governo italiano: il protezionismo – lo sappia Matteo Renzi – è il peggior nemico della crescita.