2
Gen
2015

A qualcuno piace Fatca: la libera circolazione dei capitali è finita—di Giuseppe Pennisi

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Giuseppe Pennisi.

Negli Stati Uniti, dove ho vissuto più di tre lustri quando lavoravo in Banca Mondiale, è noto che il Partito Democratico ha tendenzialmente sempre albergato sentimenti protezionisti, mentre il Partito Repubblicano è sempre stato relativamente liberista. All’inizio degli anni Sessanta, il Presidente John F. Kennedy (che aveva consiglieri liberisti come W.W. Rostow) dovette penare non poco per fare approvare dal Congresso quel Trade Expansion Act che fu la base del maggior negoziato multilaterale sugli scambi – quello in effetti che portò alla più ampia liberalizzazione dei commerci in prodotti manufatti. Le radici del protezionismo del Partito Democratico stanno nello stretto legame , anche finanziario, che i maggiori sindacati, principalmente dei metalmeccanici, dei chimici e dei tessili. Sono stati, ad esempio, i maggiori ‘contributori’ alle campagne elettorali che hanno portato Barack Obama alla Casa Bianca.

Pochi, però, potevano pensare che, zitti zitti, piano piano, senza fare alcun rumore, il Partito Democratico, alleandosi non solo con i sindacati ma anche con i mutual funds made in Usa, potesse assestare un brutto colpo a quella libera circolazione dei capitali che è una delle maggiori conquiste dell’economia internazionale dal dopoguerra ad oggi. E che trovasse il pieno supporto del Governo italiano: il protezionismo – lo sappia Matteo Renzi – è il peggior nemico della crescita. Read More

30
Dic
2014

No a Syriza: le 4 lezioni del caso Grecia (che è un dramma vero)

Con la Grecia era cominciata l’eurocrisi 5 anni fa, e rieccoci. Malgrado sia stata salvata a colpi di centinaia di miliardi, la cura imposta da Fmi, Ue e BCE ha fatto saltare ad Atene governi dopo governi. Ha ristretto al lumicino i partiti che li hanno sostenuti. Ha fatto crescere sofferenza sociale e protesta. Con un 26% di PIL perso, un milione di occupati in meno dei 4,6 milioni del 2007, il 27% di disoccupati, emigrati che hanno superano il mezzo milione l’anno su una popolazione di poco superiore a 11 milioni. Cifre tragiche. Intollerabili e bisogna voltar pagina con una spallata finale, dicono in tanti non solo ad Atene.

In realtà, il caso greco ha 4 lezioni. La prima è che è vano continuare a dare aiuti su aiuti se non si rimediano negli anni i problemi veri. La seconda è  che “le vittime” hanno più volte disinvoltamente tirato la corda, e bisogna ricordarsi che assecondarli sempre diventa un azzardo che non valwe il costo. La terza è che il problema della sostenibilità reale di debiti ingenti equando è sparito un quarto del Pil esiste, ed è un errore confonderla con la mera sostenibilità finanziaria che “compra” tempo. La quarta è che questa volta l’euroarea  non è nuda esposta alla tempesta come nel 2010, ma forse neanche così dotata di armi efficaci a gestire il guaio greco come quasi tutti i commentatori oggi scrivono.

I fatti.  Fino a un mese fa tutto sembrava gestibile, dal punto di vista finanziario. Dal secondo trimestre 2014 la Grecia non è più in recessione. Grazie ai poderosi tagli nel settore pubblico, l’avanzo primario sul Pil è superiore al 2%, migliore di quello italiano. La Grecia è tornata in aprile, per la prima volta dal 2009, a emettere sui mercati un titolo pubblico di 5 miliardi di euro. Ma le riforme, i tagli e le privatizzazioni dovevano continuare, tra proteste che da 2 anni e mezzo sono crescenti. Non poteva durare il governo attuale di minoranza, guidato dal leader di Nea Demokratia di centrodestra Antonis Samaras, con l’appoggio esterno del Pasok socialista e di Dimar di sinistra riformista, più volte andato sotto dopo i parlamentari del Pasok uscivano dal partito sotto la pressione delle piazze. Per questo Samaras, d’accordo con la Commissione Juncker e la Merkel, ha tentato un colpo di forza. Ottenuta la prosecuzione dell’ombrello della Trojika per i soli primi 2 mesi del 2015, ha convocato a sorpresa le elezioni del nuovo capo dello Stato, per estendere la sua maggioranza da 155 membri ai 180 necessari per eleggerlo. Altrimenti sarebbe stato scioglimento del parlamento ed elezioni anticipate. Con il rischio concreto di riaprire l’eurocrisi, visto chi è in vantaggio nei sondaggi. Samaras ha perso, e il 25 gennaio ad Atene si vota per l’ennesima volta. Nei sondaggi, oltre il 50% dei voti va a chi non ne può più dell’euro, sia pure divisi tra destra e sinistra.

Gli aiuti alla Grecia. Tra gennaio 2010, quando fu ufficiale che il deficit annuale greco non era del 3,7% come dichiarato ma del 13%, e marzo 2012, Atene è stata beneficiaria di ben 4 diversi pacchetti di sostegno comuni, tra Ue e Fmi, per oltre 150 miliardi di euro, anzi oltre 200 se sommiamo tutte le linee di credito concesse. Ed è passata per due default del suo debito pubblico nel 2010 e 2011, non onorando i pagamenti dei suoi titoli in scadenza, riacquistati da chi è corso in aiuto, e tosando i privati sommando i due interventi del 75% del valore. A fine 2011, di fronte a una nuova ipotesi di abbattimento del 50% del debito pubblico greco, l’allora premier socialista Papandreou forzò la mano, annunciano un referendum popolare che sarebbe stato sicuramente perso per l’euro. L’Europa imbestialita lo fece dimettere, e a un governo tecnico vennero concessi altri pacchi di miliardi di euro di linee di credito in cambio di riforme vere. Governo travolto dopo 5 mesi. C’erano già tutte le premesse per la crisi che travolge oggi Samaras.

Gli squilibri persistenti. Solo grazie alle 2 ristrutturazioni già avvenute il debito pubblico greco è attualmente al 177% del PIL. Nel senso che già nel 2011 era salito al 170% e oggi, con un PIl ridotto del 27%, sarebbe al 250% e oltre, se non si fosse intervenuti in aiuto. Ma la sua sostenibilità resta un problma. Nel 2015 non sono previste emissioni pubbliche sul mercato – per questo ieri il FMI ha detto che a questo punto si tratterà solo con nuovo governo dopo il 25 gennaio – ma 17 miliardi di titoli scadono comunque nel 2015, 7 nel 2016, 7 nel 2017. Senza sostegno della Trojka, per la Grecia significa tornare a deficit insostenibili per la sua economia reale in ginocchio.

Gli aiuti su cui si trattava. Prima di rischiare e perdere, Samaras pare stesse trattando con Ue, Bce e FMI una nuova linea di credito biennale, per 21 miliardi di euro divisa a metà tra le due rive dell’Atlantico. Poiché non avrebbe comunque intaccato la montagna di debito pubblico, pare anche che Samaras avesse aggiunto la richiesta di estendere di 20 anni la durata di tutti i titoli pubblici in mano europea senza aggravi d’interesse, equivalente a cancellare per circa 50 miliardi un sesto del debito greco attuale. Non ottenuto il via libera, Samaras ha tentato la forzatura. E ha perso. E’ questa comunque la pista che l’Europa si riserva di riaprire, se dopo il 25 gennaio ad Atene ci sarà un governo che chiede il ripudio del debito. Personalmente, sono meno ottimista dei più, sul fatto che funzionerebbe.

I nuovi partiti. Dopo il successo alle ultime europee con il 26% dei voti, la formazione oggi con oltre il 32% nei sondaggi è la sinistra antagonista di Syriza, che ha asciugato il Pasok ridotto a un 5%. Syriza e il suo leader Alexis Tsipras potrebbero crescere ancora. Il quesito è se sommata ai comunisti del KKE, alla sinistra estrema di Potami e a Dimar riuscirà a mettere insieme una maggioranza, visto che attualmente le tre formazioni insieme a stento arrivano al 9%. Dall’altra parte c’è Nea Demokratia che sembra reggere al 30%, i fascisti no euro di Alba Dorata oltre il 6%, la destra costituzionale del partito indipendente sul 5%. Di sicuro, i voti anti austerità e del no all’eurorigore sono in stragrande maggioranza: ma le estreme di destra e sinistra dovrebbero aggiungere i propri voti in parlamento.

La richiesta: il terzo default. Il programma di Syriza è netto: un terzo, massiccio default assistito della Grecia in 4 anni. Grazie alle due ristrutturazioni avvenute, attualmente dei 319 miliardi di debito pubblico greco solo 56 sono sul mercato in mano a privati, ben 205 sono detenuti da governi dell’euroarea, 27 miliardi dalla BCE, e 31 dal FMI. In altre parole questa volta il ripudio del debito non colpisce i mercati, ma gli Stati. E Syriza infatti nel suo programma la residua quota di debito in mani private e del FMI non la tocca, mentre chiede l’abbattimento ulteriore del 50% dei 232 miliardi detenuti da governi dell’euroarea e BCE. E che in più la BCE compri per 60 anni debito greco a interesse zero. Gli economisti che hanno elaborato il piano, George Stathakis e John Milios, sanno che è una provocazione. Ma pensano sia l’unico modo per far saltare l’eurorigore incentrato sul veto della Germania. Se dicono no, i tedeschi costringono la Grecia fuori dall’euro. Ma spalancano così la porta ad altri, a cominciare dall’Italia. Syriza ha già annunciato lo stop a privatizzazioni e ai tagli pubblici, il ripristino delle assunzioni di Stato e delle tredicesime e pensioni saltate. Merril Lynch stima gli effetti in 28 miliardi di deficit in 2 anni, più 17 miliardi di oneri finanziari: cifre da capogiro per un Pil greco 8 volte inferiore a quello italiano.

Il mercato non ci crede. Finora i mercati non credono allo tsunami. Lo spread italiano è risalito ieri a 145 punti, 30 punti più di quello spagnolo, ma stamane scende di 10 punti. Molti analisti ritengono che o Syriza non ce la farà, oppure Europa e Germania tratteranno con Tsipras duramente, e alla fine si troverà una soluzione intermedia tra il tutto e il niente. Alla fine, anche il 50% del debito greco è solo un modesto 1% del Pil europeo. A me questo ottimismo appare troppo scontato. Certo, l’ammontare di cui si parla per una qualunque assistenza ai greci, anche nell’ipotesi più grave, è copribile con la dotazione potenziale dell’ESM. Ma ricordianmoci che l’ESM non è il vecchio EFSF, è gestito dai ministri dell’euroarea. Se i greci davvero dovessero chiedere che a rimetterci siano tutti i paesi membri per il loro terzo default in 4 anni, non vedo la corsa di Padoan e dei suoi colleghi a dar ragione a Tsipras. Ripeto: a rimetterci sarebbero tutti, come abbiamo visto, mica solo i tedeschi copme ripetono i propagandisti. Al contrario, la Germania potrebbe benissimo dire ai greci “accomodatevi fuori, non è certo la svalutazione del vostro modestissimo export a preoccuparci sui mercati”.

In Italia. I tifosi di Syriza da noi sono tanti, anche qui a destra come a sinistra. Di ristrutturazione del debito anche italiano parlano economisti di sinistra come Lucrezia Reichlin e moderati come Paolo Savona o Gustavo Piga. Dalla Lega a Fratelli d’Italia a una bella fetta di Pd passando per un bel po’ di Forza Italia, oltre a SEL e alla Cgil, Syriza da noi ha più tifosi della Juventus. L’Europa politica ha sbagliato molto, a usare male il tempo regalatole dalla Bce di Mario Draghi. Dacché a molti sembrava un bel passo avanti la decisione annunciata a maggioranza dalla BCE di comprare presto titoli pubblici, entro un mese all’Europa potrebbe esser chiesto di perdere 100 miliardi abbuonandoli ai greci. Per che cosa? Dopo averli messi i ginocchio, per farli tornare al loro scassato settore pubblico, il peggiore d’Europa da decenni, nuovamente indicato come salvezza da politici demagoghi.  Se non sono errori questi, difficile capire che cosa significhi la parola.

 

 

30
Dic
2014

Ha ragione Stella: facciamo del Quirinale un museo. Anzi, spianiamolo

Gian Antonio Stella scrive oggi un bel pezzo proponendo che il Quirinale smetta di essere usato a fini istituzionali e diventi un museo. Il 27 maggio 2007 avanzai sullo stesso argomento una provocazione che non è affatto tale, e che ripropongo

Modesta proposta provocatoria, dopo l’assai più serio appello di Francesco Cossiga lanciato ieri a Giorgio Napolitano, affinché siano opportunamente ridotti i costi della casa istituzionale simbolo dell’unità stessa e della sovranità della Repubblica, il Quirinale, che a noi contribuenti costa multipli di Bukingham palace ai britannici. Dico io, allora: facciamo di meglio e di più. Spianiamolo, il Quirinale. Spianiamolo idealmente, per la funzione che ha da decenni. Ma anche non troppo idealmente cioè in realtà: facciamone il museo che a Roma manca.

Non certo per recare affronto ai Papi, che da Sisto V a Pio IX vi governarono col Triregno. Né ai Savoia che lo fecero reggia nazionale, razziando arazzi ed ebani preziosi da tutta Italia. Né tanto meno al Capo dello Stato attuale, che potrebbe benissimo restringersi nella cosiddetta Palazzina, posta al quadrivio della romana via Quattro Fontane – un venticinquesimo dell’attuale estensione del Palazzo – e lasciare tutto il resto, Manica Lunga e Galleria d Alessandro VII, Ala Sabauda, Salone dei corazzieri e l’intero complesso di quattro ettari dei Giardini dei Carafa. Lasciarlo a chi o a che, direte voi? Ed ecco la mia risposta, assai meno provocatoria di quanto sembri. A un enorme museo archeologico su Roma stessa, quello che alla Capitale continua colpevolmente a mancare.

La ragione del cambio di destinazione dell’area del Quirinale c’è tutta, come si apprenderà ufficialmente mercoledì prossimo, in una cerimonia alla quale presenzierà lo stesso Capo dello Stato. Perché è proprio davanti alla Palazzina del Fuga, laddove Napolitano potrebbe opportunamente restringere i propri uffici, che è avvenuta una nuova grandiosa scoperta , l’ennesima ad opera del più geniale archeologo di cui Roma e l’Italia tutta dispongano: il professor Andrea Carandini.

Proprio lui, quello che a ottobre del 2006 stipò di oltre 4.500 persone l’Auditorium della Musica. E tutti gridarono al miracolo, perché le migliaia di romani insolitamente mattinieri erano accorsi non certo per assistere a una parata di potenti industriali, bensì per cibarsi avidamente di una lezione su mito e realtà della fondazione dell’Urbe, in quel 753 avanti Cristo. Una conferenza divulgativa sì, ma con tela e ordito fatto di etnografia e stratigrafia, esegesi storica e filosofia politica, le quattro armi appuntite attraverso le quali questo genio dell’archeologia che è Carandini in trent’anni di scavi ha letteralmente azzittito sotto prove schiaccianti tutta la storiografia plurisecolare su Roma accumulatasi, secondo la quale la Constitutio romulea attestata nell’Annalistica era solo un mito, e nulla in realtà era accaduto di veramente degno di nota a Roma prima del quinto secolo avanti Cristo e dell’età dei Tarquini, quando furbescamente si retrodatò di due-tre secoli miti fondativi e radici delle istituzioni dell’Urbe, come in una colossale e riuscitissima opera orwelliana di propaganda politica per via di falsificazione storica.

Carandini commentò quel bagno di folla affermando che evidentemente dal ceto medio, che in Italia si conta a milioni, sorgeva una nuova èlite assetata di cultura e di sapere. E chi scrive qui non ha dubbi: se si dovesse scegliere una neoèlite, tra tutte le altre e quella del geniale archeologo che smentisce gli storiografi tromboni e ne fa pane per le masse, tutta la vita scelgo questa e voglio Carandini premier. Vota a sinistra e non lo nasconde, anzi ha scritto anche un librino pochi mesi fa in cui lega l’evoluzione della reggia e della costituzione romulea a Tocqueville contro le tirannie delle maggioranze: insomma Berlusconi non gli sta simpatico, al genio della piccozza di cui vi parliamo. Ma se lo può permettere, dall’alto delle sue scoperte.

Torniamo al Quirinale. Che cosa ha scoperto, quel cercatore inesausto di tracce stratigrafiche di storia arcaica vera, e non di miti costruiti ad arte dai politici? Ha accertato che uno dei siti sacri e civili più fondamentali per la ricostruzione della Roma regia pre-repubblicana, il Tempio di Quirino, sta esattamente sotto il Quirinale di oggi, non sotto palazzo Barberini come alcune fonti volevano. Quirino, per capirci, era il Dio romano delle curie, parola che secondo Plutarco ricordava la lancia dei sanniti e per Varrone invece la patria di Tito Tazio: ma in realtà le 30 curie e le 3 tribù sono proprio la caratteristica fondante della divisione territoriale e amministrativa introdotta dalla costituzione di Romolo, insieme all’istituzione del complesso sacrale del Foro-Campidoglio-Arce capitolina e alla creazione del calendario. Il tempio di Quirino è legato sin dagli inizi dell’Urbe al culto di Romolo, trasfigurato in cielo dopo la sua scomparsa per un temporale, e resta per secoli punto di riferimento dei grandi riti civili. Nel 293 avanti Cristo il console Papirio Cursore lo dedica a Roma dopo aver sconfitto i sanniti e distrutto Aquiolonia e Sepino, e ancora Augusto lo riabbellisce e restaura.

Carandini da decenni, proprio con gli scavi accaniti nell’area del Palatino come alle Mura Serviane, alla Via Sacra del Foro come alla Casa delle Vestali, ha di fatto retrodatato le prime fasi della creazione dell’Urbe all’850 avanti cristo, ben prima della nascita di Atene. In un paese che avesse senso di sé e dell’importanza di una storia tanto mistificata, a Carandini ministri e sovrintendenti avrebbero dato carta bianca per campagne di scavo volte a identificare tutti i grandi siti ancora sconosciuti che hanno a che fare con la ricostruzione della vera storia della Roma più antica: il Tempio di Cerere, Libero e Libera sull’Aventino, la Casa di Servio Tullio sull’Oppio che evolverà poi in residenza di Sejano ai tempi di Tiberio. E il Tempio di Quirino, appunto: quello che solo grazie a tecniche di introspezione basata sulla riflessione delle onde magnetiche – non potendo scavare – Carandini ha oggi rintracciato sotto il Quirinale.

E’ da anni, che Carandini richiama la necessità di avviare un grande censimento di tutti i luoghi ancora nascosti dell’archeologia romana arcaica. E’ da anni, che sottolinea l’insensatezza di una carta archeologica di Roma ferma a quella di Rodolfo Lanciani nel 1890. E’ da anni, che chiede mano libera per poter scavare non solo al Foro e nelle aree dedicate, ma sotto i Palazzi del potere e le Chiese che nel centro di Roma nascondono vestigia preziose. E che richiama tutti i responsabili politici al controsenso di una Città che vanta la civiltà che da essa per millenni si è irradiata nel mondo interno, e che non ha un Museo Archeologico degno di questo nome e modernamente strutturato per milioni di turisti, costretti ad aggirasi per il Foro senza neanche un plastico a portata di mano quando con oculari dotati di Gps e software tridimensionale potrebbero letteralmente “camminare” entro i templi e i palazzi di Roma, dal settimo secolo a. C. sino alla caduta dell’Impero.

L’abbiamo fatta un po’ lunga, direte voi. Ebbene allora ecco le tre proposte finali. La prima è che al Colle capiscano che il professor Carandini dovrebbe essere lui  il consigliere del Capo dello Stato incaricato della conservazione e tutela del Quirinale. La seconda è che al professor Carandini sia concessa mano libera per scavare tutto ciò che vuole, nell’area del primo Palazzo d’Italia e anche sotto le sue fondamenta. La terza è che noi saremmo disposti idealmente a spianare il Quirinale tutto. Meglio vederlo sostituito da un Museo del passato che all’Italia manca, che eternato in un cronicario della politica ingessata dell’Italia attuale.

 

27
Dic
2014

Jobs Act anche per il lavoro pubblico? Ichino ha ragione politicamente, ma le sentenze della Corte costituzionale dicono no

Il Jobs Act, a cominciare dalle nuove procedure di licenziamento disciplinate in uno dei due decreti attuativi approvati in Consiglio dei ministri il 24 dicembre, vale anche per i dipendenti pubblici? Il professor Pietro Ichino, senatore di Scelta Civica, giurista del lavoro e sostenitore storico della flexicurity, sostiene di. E lo dice anche come autore di una salace e imperdibile raccolta di interventi, nel 2006 dedicata provocatoriamente ai “nullafacenti” del settore pubblico. Ichino è da allora, anche per questo, nel mirino dei sindacati. Gli stessi componenti del governo Renzi hanno però subito smentito Ichino. Perché nel Jobs Act la sua applicazione anche nel lavoro pubblico non è scritta da nessuna parte. Chi ha ragione e chi ha torto?

Diciamolo subito: magari avesse ragione Ichino. Per logica, in un paese civile, dovrebbe essere così. Le tutele non dovrebbero essere differenziate tra pubblico e privato, come tra dipendenti e autonomi. Ma, di fatto, l’argomento giuridico di Ichino e cioè l’“omologazione implicita” tra pubblico e privato, pur avanzato con la piena cognizione di un grande esperto qual è oggettivamente, purtroppo non sembra dargli ragione appieno. Ergo diamo per scontato, conoscendolo e stimandolo, che il professor Ichino lo sappia benissimo, e che il senatore Ichino stia facendo una sacrosanta e legittima polemica politica.

Vediamo perché. Sostiene Ichino che il Testo Unico del Pubblico Impiego stabilisce che, salve le materie delle assunzioni e promozioni disciplinate dal concorso, per ogni altro aspetto il rapporto di lavoro pubblico sia soggetto alle stesse regole del rapporto di lavoro privato. Di fatto, è la tesi condivisa da chi ritiene che la svolta omologatrice tra lavoro pubblico e privato si sia completata con la riforma del pubblico impiego culminata con il decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, con conseguente piena “privatizzazione” già prima avviata del contratto pubblico di lavoro, stipulato dall’ARAN con i sindacati del settore.

Eppure, come sempre o quasi in Italia quando si tratta di nome di legge, non è così. Leggiamo in proposito alcuni brani della sentenza della Corte Costituzionale numero 146 del 2008. “… Malgrado la progressiva assimilazione del rapporto di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni con quello alle dipendenze dei datori di lavoro privati, sussistono ancora differenze sostanziali che rendono le due situazioni non omogenee. Questa Corte in più occasioni ha ammesso la possibilità di una disciplina differenziata del rapporto di lavoro pubblico rispetto a quello privato, in quanto il processo di omogeneizzazione incontra il limite «della specialità del rapporto e delle esigenze del perseguimento degli interessi generali» (sentenza n. 275 del 2001). La pubblica amministrazione, infatti, «conserva pur sempre – anche in presenza di un rapporto di lavoro ormai contrattualizzato – una connotazione peculiare», essendo tenuta «al rispetto dei principi costituzionali di legalità, imparzialità e buon andamento cui è estranea ogni logica speculativa» (sentenza n. 82 del 2003)”.

La Corte costituzionale respinse con la sentenza del 2008 la pretesa di estendere un trattamento salariale dal privato al pubblico, “in nome delle specificità irriducibili del lavoro pubblico per il quale rileva l’articolo 97 della Costituzione”. E se lo fece per una questione salariale ma affermando un’irriducibile peculiarità del lavoro pubblico, figuriamoci se la cosa non varrebbe anche per le procedure di licenziamento. Numerose sentenze delle sezioni civili nonché riunite della Corte di Cassazione sono ispirate alla medesima linea, la perdurante “non omogeneità” del lavoro pubblico e privato.

Ecco perché sarebbe stato giusto se il governo avesse scelto e scegliesse apertamente di estendere le procedure del Jobs Act anche al lavoro pubblico e non solo al privato. In questo, stiamo con Ichino. Ma Renzi doveva farlo esplicitamente. Non avendolo fatto, per scelta del governo e non certo per dimenticanza, ecco che le nuove norme saranno valide solo nel privato: a meno che il governo ci ripensi, come noi vorremmo, ma come allo stato attuale è da escludere che avvenga, per non mettere un altro dito nell’occhio a un sindacato che già grida e minaccia scioperi a oltranza. Del resto, malgrado le diverse procedure di mobilità obbligatoria e volontaria previste nella delega Madia per la riforma della PA, la salvaguardia ai 20mila esuberi delle vecchie Province appena disposta il 24 dicembre la dice lunga, sulle volontà vere del governo in materia di “licenziamenti economici” – collettivi e individuali – nella PA.

E’ un difetto del Jobs Act, insieme alla manca estensione di alcune tutele come il neo ASPI al lavoro autonomo. Pensate solo a tema tradizionalmente associato nel dibattito pubblico ai persistenti “privilegi” dei dipendenti pubblici. Quello dell’assenteismo. Un problema che esplose come una bomba nel 2008-2009, con la riforma che tanto per cambiare fece anch’essa imbestialire i sindacati, quella detta “antifannulloni” dell’allora ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta.

Fu insediata una commissione alla Funzione Pubblica incentrata sull’assenteismo pubblico, e AgEntrate, Inps, Istat e Ragioneria Generale dello Stato convogliarono i loro rispettivi dati (consueto problema nella PA: banche dati separate che non si parlano ordinariamente e rendono impossibile o difficilissime ricerche in tempo reale, consentendo a ciascuno di dire la sua e girarsela come vuole..). Della commissione era magna pars Francesco D’Amuri dell’ufficio studi Bankitalia, che nel 2010 realizzò poi una bella ricerca sulle conseguenze intenzionali e inintenzionali di un giro di vite contro l’assenteismo nel pubblico.

Nel 2010 la commissione realizzò un documentato convegno sugli effetti della legge 133 del 2008, il famoso “giro di vite” sui doveri di certificazione sanitaria anche del primo giorno di malattia nel lavoro pubblico, sulla sola retribuzione di base dovuta nei primi dieci giorni di malattia, nonché sulle viste obbligatorie degli ispettori sanitari e del lavoro. Scoppiò una polemica infernale, sui vantati cali tra il 30 e il 40% dell’assenteismo pubblico per effetto delle nuove misure. L’Espresso contestò radicalmente la base statistica del campione su cui Brunetta elaborava i dati, lavoce.info a propria volta avanzò molti dubbi. Ma tutti convergevano su un punto: si dissentiva sul quanto, ma l’assenteismo calava negli uffici pubblici, grazie a regole e controlli più tosti, insieme alle nuove norme disciplinari anch’esse emanate da Brunetta nel 2009.

Senonché, caduto il governo, i successivi ministri sotto i governi Monti, Letta e Renzi quelle statistiche semplicemente non le danno più. L’ultimo monitoraggio al Parlamento è sui numeri 2010. Nel 2012 Mastrapasqua, allora commissario IMPS, disse nel tripudio sindacale che i nuovi dati attestavano che l’assenteismo pubblico era un mito, quello privato era maggiore.

Per la precisione, e per non indulgere in demagogia, bisogna anche dire che l’allineamento pubblico-privato anche su questa materia è un po’ un mito. Contrariamente a quel che si crede, diversi contratti vigenti in alcuni settori privati (sottoscritti per gli anni 2010-2013 e non ancora rinnovati o relativi agli anni 2011-2014) contemplano ancora quella che in gergo tecnico si chiama “carenza”, cioè giorni di assenza non certificati…. che nel settore pubblico dal 2009 sono spariti (e anzi 3 gg non giustificati in 3 anni sono in teoria giusta causa per licenziamento del dipendente pubblico, diciamo in teoria perché di esempi pratici in cui la norma è stata applicata ve ne sono sì con tanto di conferme giudiziali, ma per contestazioni di assenze sistematiche, di mesi interi su anni di lavoro e non certo di 3 giorni).

Gli ultimi dati parziali a noi noti sono invece relativi ai primi sei mesi 2013, quando secondo l’INPS i certificati di malattia erano aumentati di circa 400 mila rispetto agli stessi 6 mesi del 2012, ma con aumento zero nel privato e con un 10% di crescita invece nel settore pubblico. A oggi, le banche date pubbliche continuano a non parlarsi, ergo o l’attuale ministro Madia rimette mano a un rapporto sistematico sulla questione, oppure i sindacati smentiscono e s’inalberano. Ma non per questo i cittadini smettono d’inalberarsi a propria volta, e a buona ragione. Perché quando leggono in inchieste giornalistiche che in aziende pubbliche municipalizzate come l’ASIA a Napoli o l’ATAC e l’AMA a Roma l’assenteismo è arrivato a toccare talora il 25%, e che si considera un successo scendere in un anno al 19 o al 17%, è ovvio che il sangue dei cittadini e contribuenti salga alla testa.

 

27
Dic
2014

Riforma sanitaria lombarda: procedere con cautela

Fra le tante cose da riformare che ci sono in Italia, non ci sembrava che la sanità lombarda – basata su un modello che cerca di utilizzare una forma, ancorché regolata, di competizione fra pubblico e privato – fosse la prima della lista. L’alta qualità delle cure consente alla Lombardia di essere la prima in termini di valore assoluto di mobilità in entrata. L’incidenza della spesa sanitaria pubblica sul PIL è del 5,3% (a fronte di una media nazionale del 7,4%). Il disavanzo sanitario pro-capite secondo solo a quello del Friuli Venezia Giulia.

Diversamente sembra pensare il legislatore lombardo. Dopo il “Libro Bianco” della scorsa estate (si veda qui l’analisi di Silvio Boccalatte), è stata presentata una bozza di testo legislativo, approvata dalla giunta regionale il giorno della vigilia di Natale, dovuta al consigliere regionale leghista Rizzi.

Dal punto di vista strutturale, le ASSL (Agenzie Socio Sanitarie Locali) dovrebbero sostituire le vecchie ASL, occupandosi di gestione e programmazione. Di per sé poco cambierebbe, se non fosse che un piano di accorpamento, con l’istituzione delle AISA (Agenzie Integrate per la Salute e l’Assistenza), crea non poca confusione su uno dei punti di forza dell’attuale sistema lombardo: la netta e chiara separazione dalle funzioni di programmazione e controllo da quelle di erogazione dei servizi, che appunto in futuro dovrebbe spettare alle AISA. Non si capisce il vantaggio di un accorpamento così disegnato: l’obiettivo pare soltanto quello di centralizzare le decisioni. Perché da una centralizzazione siffatta debbano venire dei “risparmi”, non è chiaro. Ciò che è sicuro è che ogni agenzia avrà il suo consiglio di amministrazione, e aumenterà il numero di dirigenti per ogni nosocomio: così, saranno moltiplicate le poltrone (sempre care ai politici) e così, probabilmente, anche i costi.

La confusione creata dall’accorpamento è ancor più preoccupante se si pensa che la bozza in questione non si cura affatto della trasparenza. La parola trasparenza non compare né tra i principi generali, né altrove. Ma la riforma della sanità lombarda non è forse in ultima analisi una necessità che si è venuta a creare proprio in ragione di situazioni “opache” nel rapporto fra finanziatore pubblico ed erogatori privati non profit (Maugeri, Fondazione Monte Tabor/San Raffaele)?

Un’altra novità è data dall’istituzione dell’Agenzia Regionale di Controllo Socio Sanitario (ARCSS), e insieme ad essa di un altro consiglio di amministrazione. Bisognerà capire bene le funzioni che le verranno assegnate. Per il momento, non ci pare una cattiva notizia che, nelle ultime ore prima dell’approvazione in giunta, sia sparito il compito, precedentemente assegnatogli dalla bozza Rizzi, di elaborare “un sistema di vendor rating, aggiornato su base trimestrale, che orienti sia la programmazione sia il cittadino nell’esercizio del diritto di libera scelta”. Questo sistema avrebbe interessato sia le strutture pubbliche che quelle private accreditate. In pratica, si sarebbe trattato di una classifica, stilata in base a criteri sconosciuti, utile a orientare la programmazione e l’acquisto delle prestazioni da parte delle ASSL verso il pubblico e verso il privato. Non se ne voglia a male Rizzi se ci permettiamo di dubitare della reale indipendenza di un’agenzia di questo tipo. La pericolosità di indurre in tentazione il pubblico a favorire altro pubblico è già stata riscontrata su altri settori (vedi, per esempio, aliquote fiscali su rendite finanziarie da titoli di stato). Probabilmente è stato meglio eliminare questo sistema. Così come pure non pare particolarmente assennato che la Regione si proponga come assicuratore contro il rischio professionale socio-sanitario.

In Italia non capita spesso di doversi preoccupare di evitare di commettere l’errore su cui ammoniva Shakespeare nella tragedia di Re Lear: “nel voler migliorare, noi sciupiamo spesso quel ch’è buono”. A maggior ragione, in quei rari casi in cui “da sciupare” ci potrebbe essere molto, si dovrebbe prestare più attenzione.

24
Dic
2014

“Facciamo come gli USA”, dicono quelli che di flessibilità spesa e tasse americane non ne vogliono sapere

Gli Stati Uniti crescono nel terzo trimestre 2014 del 5% su quello dell’anno precedente, l’Europa stenta a raggiungere l’1%, l’Italia chiuderà il 2014 con un Pil tra -0,3% e -0,4% , e oggi nessuno si azzarda a credere che nel 2015 potrà andare oltre il mezzo punto. Facciamo come gli States, verrebbe da dire. Renzi lo ha twittato subito, dicendo che l’Europa in quanto tale deve cambiare verso, sposando la via della crescita e degli investimenti al posto di quella del rigore. Sembra facile. Fare come l’America significa infatti alcune cose che alla politica antirigorista piacciono ormai per definizione. Ma soprattutto tante altre che alla politica europea, e soprattutto italiana, piacciono per niente.

Cominciano da quelle “popolari”. Da destra a sinistra in Italia oggi molttissimi ripetono che la cosa che più ci manca per “fare come l’America” è una bella banca centrale che usi il torchio monetario e batta moneta a palate, e quando non basta compri carrettate di titoli privati, bancari e pubblici per sostenerne il prezzo e il reddito che ne ricavano i possessori. Ah, se la BCE di Mario Draghi lo capisse e decidesse di fare come la FED!

E’ facile? Non si tratta di volontà della BCE, visto che gli statuti e gli obiettivi delle due banche centrali sono diversi. La FED ha come obiettivo il miglior tasso di crescita non inflazionistico con la più elevata occupazione e utilizzo degli impianti ottenibile rispetto a quella potenziale ma tale da non arroventare i prezzi. La BCE ha invece come obiettivo la stabilità dell’euro e un’inflazione non oltre il 2%. Bisognerebbe dunque modificare l’obiettivo della BCE cambiando il Trattato europeo e lo statuto. E passare dall’inflazione annua al 2% – che la BCE come si vede non riesce a garantire – a un obiettivo costituto dal prodotto nominale, cioè dalla somma dell’andamento del Pil reale più l’inflazione anzi oggi meno, visto che il rischio deflazionistico è realtà. Solo in quel caso, potremmo avere una BCE iper interventista sui mercati come la FED, che è arrivata ad avere asset per 4 trilioni di dollari nel suo bilancio mentre la BCE stenta oggi a passare da 1 trilione di euro a 2.

Praticamente si ferma a questo, il ritornello anti-euro che indica il modello americano come quello da seguire. Ma la crescita “reale” americana si deve solo in minima parte all’euforia di Borsa grazie agli acquisti FED, con l’indice DOW che sfonda il tetto di quota 18mila e macina massimi storici ogni 3 mesi. Se osserviamo che cosa spinge verso l’alto gli Stati Uniti nel terzo trimestre, la componente più significativa sono i consumi. Quelli delle famiglie crescono più del 3% (e la componente più elevata si deve alla spesa per regolarizzarsi nello schema sanitario Obamacare). E quelli delle imprese crescono stellarmente in alcuni settori “sensibili” alla fiducia in una ripresa ormai solida, come attesta il +11% nei nuovi macchinari e il +8,8% in ricerca, sviluppo e software.

Il fatto che negli States i consumi “tirino” il Pil molto più che da noi dipende storicamente dal fatto che è quella la molla essenziale per ogni paese-impero, non l’export come nel nostro caso di piccola nazione trasformatrice. Ma quel che conta di più è l’assenza di alcuni potenti disincentivi che invece da noi frenano velocità e int6ensità con cui i consumi possono ripartire. Quei disincentivi sono essenzialmente il maggior peso dello Stato del nostro modello economico europeo, e massime poi di quello italiano.

La media delle entrate federali sul PIL USA è del 17,4% tra il 1974 e il 2014 (sommando quelle statali e locali si supera il 30%), e quella delle spese federali è del 20,5% con una punta fino al 25% nel 2009 per effetto della crisi (nel 2009-2010, sommando spese degli Stati e locali si è giunti al 37%). In Italia il totale delle entrate è tra il 48 e il 49% del Pil, e la spesa tra il 50 e il 51%.

Da noi per preservare il rientro del deficit pubblico scattano automaticamente aumenti di tasse, e anche il governo attuale tra 2016 e 2018 prevede 30 miliardi di IVA e accise aggiuntive. Negli Stati Uniti, il debito pubblico non può aumentare a piacere come da noi ma c’è un limite quantitativo votato dal Congresso: se si sfora, scatta automaticamente non l’aumento delle tasse ma il cosiddetto sequester della spesa pubblica, cioè voci intere per punti di Pil della spesa pubblica vengono in alcuni casi congelate, e in tanti altri si riducono automaticamente e drasticamente. Nel 2013 è accaduto: statalisti e keynesiani dissero che in quel modo l’America si sarebbe piantata. Invece grazie a secche riduzioni di spesa automatiche il deficit federale è sceso da oltre l’11% a meno del 5%, e oggi scenderà ancora, grazie alla ripresa travolgente del Pil che è seguita ai tagli di spesa senza aumenti di tasse.

Al contempo, se in questi ultimi mesi grazie alla creazione di oltre 250 mila nuovi posti ogni 4 settimane il tasso di disoccupazione USA è sceso sotto il 6% cioè meno della metà del nostro (un tasso che la FED aveva indicato come soglia oltre la quale tornare a rialzare i tassi, e la scommessa e quando lo farà nel 2015), è anche vero che il tasso di occupazione è sceso al 65% cioè ai minimi dai primi anni Settanta, quando superava il 72%. La nuova occupazione è soprattutto a tempo e a basso costo, e in questo modo le imprese hanno ricostruito i loro margini prima di riscattare in avanti: ma questo fenomeno riguarda tutto il mondo del lavoro USA tranne i settori hi-tech e le posizioni apicali, perché il mercato del lavoro non è ingessato come il nostro tra garantiti e non garantiti. Col risultato che nelle crisi in America si aggrava la differenza di reddito tra chi sta in alto e chi in basso, ma si riparte prima tutti perché le imprese hanno margini di manovra sul costo reale e sul miglioramento del CLUP che a noi sono sconosciuti, per il peso del cuneo fiscale e l’asimmetria delle tutele. Siamo per finta più egualitari degli americani – per finta visto che autonomi e giovani continueranno a non godere delle tutele di chi aveva il vecchio articolo 18 – ma siamo enormemente più lenti a creare nuovi posti di lavoro, perché le imprese sono appesantite da piombo che in America manca.

Infine: gli States hanno lo shale gas e shale oil che in 6 anni ha fatto crescere di 5 milioni di barile-giorno la loro produzione di petrolio equivalente e noi non ce l’abbiamo, e non hanno un fisco rapinoso come il nostro sui carburanti visto che all’altroieri il prezzo medio in USA di un gallone di benzina era di 2 dollari e 39 centesmui, cioè 50 centesimi di euro al litro.

E soprattutto: gli States hanno mercati del lavoro, dei beni e dei servizi con le stesse regole, che funzionano da vasi comunicanti consentendo ad attività e lavoratori di spostarsi a seconda del ciclo e dei prezzi laddove è più vantaggioso. Esattamente ciò che i politici anti-euro, nazionalisti e autarchici come sono, da noi non vogliono neanche se li spari.

24
Dic
2014

Un vincolo di portafoglio per Fondi Pensione e Casse di Previdenza—di Marco Abatecola

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Marco Abatecola.

Come ampiamente previsto, la Legge di Stabilità è stata infine approvata confermando l’aumento di tassazione sui rendimenti del risparmio previdenziale. L’aliquota applicata, che prima dell’avvento del nuovismo renziano era all’11%, fa un salto fino al 20% (26% per le Casse di Previdenza) sul risultato maturato, in controtendenza a quanto avviene in tutta Europa dove i rendimenti previdenziali sono sostanzialmente esenti da tassazione. E pazienza se questo si tradurrà in più tasse, minori rendimenti e prestazioni più basse per milioni di iscritti, milioni di lavoratori. L’intento è colpire e affondare il risparmio inseguendo la chimera dell’incremento dei consumi interni.

Bisognava però salvare la faccia ed allora il Governo tira fuori dal cilindro l’introduzione di un credito di imposta sui rendimenti relativi agli investimenti che Casse di Previdenza dei Liberi Professionisti e Fondi Pensione faranno in strumenti finanziari di medio e lungo termine. L’idea è di quelle geniali, destinate a fare scuola. Da una parte portiamo avanti un’operazione di cassa, grazie alla quale spremiamo dai soli Fondi Pensione circa quattrocento milioni di extra gettito, dall’altra stanziamo ottanta milioni per stimolarne gli investimenti in economia reale. Ora, è innegabile che i portafogli attuali degli investitori previdenziali debbano aprirsi maggiormente a strumenti alternativi, in grado di cogliere opportunità di rendimento migliori rispetto a quelle che da qui in poi riusciranno a trovare sui mercati obbligazionari. Il peso che però questi strumenti – illiquidi e non sempre facilmente conciliabili con la finalità previdenziale – avranno nelle future asset allocation sarà necessariamente limitato, presumibilmente intorno al 10% del patrimonio gestito e comunque al di sotto del tetto del 20% consentito dalla legge. È quindi di tutta evidenza che il credito di imposta del 9% per i Fondi Pensione e del 6% per le Casse di Previdenza avrà un effetto residuale visto che, tra l’altro, viene fissato un plafond di spesa massimo e complessivo di ottanta milioni di euro. Basta fare un conto rapido per dimostrare come il saldo per gli operatori previdenziali sia decisamente negativo. Eppure qualche stratega della comunicazione ha cercato di farla passare come una misura compensativa del raddoppio di aliquota operato qualche centinaio di commi più avanti, parlando al tempo stesso di una legge di stabilità che non aumenta le tasse ai cittadini. Come se gli iscritti ai Fondi Pensione ed alle Casse di Previdenza – lavoratori dipendenti e liberi professionisti – fossero invece degli accaniti speculatori finanziari la cui rendita va penalizzata perché nemica dell’economia reale. Tra l’altro, diciamo la verità, sarebbe riduttivo considerarla una semplice misura compensativa. Eh si perché, invece, l’operazione è molto più raffinata e mira a convogliare una parte delle risorse gestite dal primo e secondo pilastro verso progetti di finanziamento dell’economia reale individuati dallo stesso Governo. Read More

23
Dic
2014

Quando si tratta di tutelare gli interessi dei cittadini lo Stato abbaia ma non morde. Il caso delle società partecipate

A differenza di quanto di solito avviene quando lo Stato esige qualcosa dai cittadini, allorché fa seguire i suoi minacciosi propositi, comunicati via legge, dall’esecuzione puntuale di fatti che mettono in ginocchio ora i contribuenti, ora i consumatori, ora gli utenti, quando si tratta di costringere la pubblica amministrazione ad alleviare il suo giogo asfissiante sull’intera popolazione il “Leviatano”, invece, abbaia ma non morde.
Emette ululati, sempre tramite provvedimenti legislativi, per mezzo dei quali intima agli innumerevoli accoliti che si annidano dentro la pubblica amministrazione (politici e dirigenti) di portare a compimento percorsi che dovrebbero consentire all’Italia di diventare un Paese veramente civile, ma se i suoi adepti non rispettano termini e condizioni indulge, sornione, con nuove proroghe e rinvii, emettendo ulteriori latrati legislativi senza tuttavia mai mordere efficacemente.
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22
Dic
2014

Le imposte di Amazon: quello che Report non dice

L’assassino torna sempre sul luogo del delitto. Nella nostra originalissima allegoria, l’assassino – absit iniuria verbis – è Milena Gabanelli, che, nell’ultima puntata della stagione di Report, si è soffermata nuovamente su alcune delle storie che già avevano catturato l’attenzione del suo gruppo di lavoro. Tra queste, la vicenda del carico fiscale delle multinazionali del digitale attive in Italia e, particolarmente, di Amazon.

Report è una trasmissione che ha un merito e un demerito. Il merito è quello di proporre un approccio alla notizia senz’altro parziale ma, tutto sommato, trasparente; un giornalismo a tesi e decisamente opinionated, ma a cui lo spettatore può fare la tara – diversamente da quanto accade con operazioni ugualmente faziose ma non altrettanto scoperte che vanno per la maggiore in questo paese. Il demerito è quello di sacrificare spesso a tale impostazione l’accuratezza della ricostruzione, la verifica delle fonti, il confronto tra le posizioni in campo. Non fa eccezione il servizio dedicato ad Amazon, il cui orientamento traspare sin dal titolo: “Il pacco”.

Se ce ne occupiamo in questa sede, tuttavia, non è per improvvisare una lezioncina di deontologia giornalistica, bensì per indicare e rettificare le numerose inesattezze che inficiano la credibilità complessiva di un racconto – “Amazon produce in Italia, ma paga le imposte in Lussemburgo” – sorretto, più che dai fatti, da una struttura narrativa elementare quanto fuorviante: un eroe solitario (Francesco Boccia nel ruolo di se stesso); una schiera di potentissimi nemici che operano nell’ombra (la temibile Camera di commercio italo-americana!); i buoni, che lentamente si approssimano alla verità (rappresentati da un ordinato finanziere che nulla dice – “l’indagine è ancora in corso” – ma sorride bonario alle provocazioni della giornalista).

Così si alimenta una realtà alternativa, in cui l’obbligo di partita Iva italiana è stato abrogato per l’influenza irresistibile dei poteri forti e non per la sua palese illegittimità; in cui, parlando delle disposizioni superstiti della web tax, discutibili stime di gettito vengono presentate come un dato consuntivo assodato; in cui si discute di ricavi come di imponibile sottratto al fisco, tacendo che il presupposto dell’imposta sul reddito d’impresa sono gli utili; in cui si trascura il fatto che all’amministrazione finanziaria non siano bastati due anni d’indagine per dimostrare la sussistenza di una stabile organizzazione in Italia della capofila lussemburghese; in cui, per venire alla più marchiana delle mistificazioni, si accredita la conclusione che, se i clienti sono italiani e gli ordini vengono evasi da lavoratori italiani, allora necessariamente la transazione dev’essere di competenza del fisco italiano.

La presenza di Amazon in Italia è significativa e strategica: gli uffici milanesi impiegano circa duecento dipendenti; il centro di distribuzione di Castel San Giovanni – recentemente ampliato – dà lavoro ad altri cinquecento addetti; e quasi duecento sono anche gli operatori del call center di Cagliari. L’azienda programma ulteriori investimenti e assunzioni per i prossimi anni. Le società che presiedono alle attività italiane sono controllate dalla holding lussemburghese e da questa remunerate per i servizi di supporto logistico che le prestano; i relativi profitti sono, come ovvio, soggetti a tassazione in Italia.

Ciò che Report non argomenta è come una simile organizzazione possa giustificare l’attrazione di tutte le vendite italiane all’operatività delle filiali qui stabilite. L’assunto alla base dell’intera inchiesta è un atto di fede, un truismo che né la solerte autrice del servizio, né la Gabanelli si degnano d’illustrarci. Le implicazioni di tale impostazione sono evidenti: non solo si tratta di negare alle imprese la libertà di strutturare le proprie operazioni nel modo più conveniente, laddove la valutazione di convenienza investe, ovviamente, anche i profili tributari; ma si finisce anche per fraintendere il fondamento della creazione di valore da parte di Amazon, che si rinviene nella pianificazione e nell’ottimizzazione dei processi logistici più che nella loro esecuzione periferica. Per questo non vi è alcuna contraddizione nel ritenere che le transazioni con la clientela avvengano in capo alla capofila Amazon EU, anche se i prodotti si trovano fisicamente nei singoli paesi.

Il tutto senza considerare che, paradossalmente, in questa fase dello sviluppo dell’azienda, sono proprio le sussidiarie locali le sole entità profittevoli: sicché non è chiaro quale sia il presunto danno per l’erario, né in che direzione debba andare l’auspicato recupero d’imponibile.

La presenza di Amazon nel nostro paese dà lavoro a centinaia di persone e garantisce una vetrina internazionale a migliaia d’imprese. Una classe dirigente che avesse a cuore la crescita s’interrogherebbe su come indurre altre aziende paragonabili ad Amazon a investire in Italia; al contrario, il partito delle tasse crede che le multinazionali depauperino i paesi in cui operano e che le autorità fiscali debbano ingegnarsi a sfruttare i loro investimenti come una tagliola. Come insegna il recente sgambetto spagnolo a Google News, anche le multinazionali rispondono agl’incentivi. Così come sono venute, le imprese possono salpare verso altri lidi. E quel giorno, probabilmente, i giornalisti di Report ci propineranno dei servizi pensosi sul declino italiano, senza rendersi conto di esserne parte integrante.

@masstrovato