21
Gen
2015

Quattordici libri che dovreste leggere nel 2015

Il 2015 è cominciato senza fare economia di colpi di scena, orrori, eventi che creano grande incertezza sulla scena economica come su quella politica. Un buon libro non salva il mondo, ma ci aiuta a capirlo. Per questo abbiamo chiesto ai nostri Fellow e ad alcuni collaboratori di questo blog alcuni suggerimenti di lettura per l’anno nuovo.

***

— Edwin A. Abbott, Flatlandia. Racconto fantastico a più dimensioni, Adelphi 1993 (1884).

Abbott, teologo inglese di epoca vittoriana, racconta se stesso e la propria società con una metafora geometrica in cui egli è un quadrato in un mondo a due dimensioni, rigidamente organizzato e suddiviso in categorie in base al numero di lati di ciascuna figura. Quando incontra una sfera, l’autore scopre con entusiasmo l’esistenza della tridimensionalità e corre a illuminare i suoi concittadini, i quali, tuttavia, lo credono pazzo e lo imprigionano. La sfera, in ogni caso, si dimostrerà non meno ottusa: leggere per credere. Pur basandosi su un ben preciso contesto storico, Flatlandia è una distopia universale, una satira dissacrante contro la paura di ciò che è nuovo, diverso e che, soprattutto, potrebbe essere “migliore” di se stessi.

Giacomo Lev Mannheimer, Fellow IBL

 

— José Antonio De Aguirre, La lezione della crisi economica. Quello che è stato e quello che verrà, Rubbettino 2014 (2014).

Una lettura “alternativa” rispetto a quella keynesiana – ma anche dei monetaristi classici – del gigantesco problema di fondo irrisolto sui mercati dal 2008 a oggi. E’ un librino agile, ma condensato di pensiero radicale: inutile inseguire la crisi degli intermediari finanziari inventando politiche monetarie sempre meno ortodosse, è altrettanto irreale credere di affrontare la questione con il controllo dell’offerta di moneta, base monetaria e velocità di circolazione. Il punto di fondo è che paghiamo un’errata concezione della moneta, e lo sviluppo di questa idea da quando nel 1868 nasce nella banca d’Inghilterra l’idea del corso forzoso cartaceo. Il risultato sono state banche centrali sempre più lontane dalla capacità di registrare la “vera” domanda di moneta, che avviene a livello di ogni singola banca. Di qui l’affannarsi vano tra ricette contrapposte nello strumentario delle banche centrali. E’ possibile tornare a un’offerta di credito monetariamente misurata sulla vera domanda? Sì se cambiamo funzione e strumenti della banca alla base della piramide (o almeno delle maggiori tra esse), NON della banca centrale. Una sana provocazione intellettuale mengeriana, molto più densa di significato per chi fa riferimento alla scuola austriaca nel dibattito tra Krugman, Piketty, Tsipras e tutti quelli che volete voi.

Oscar Giannino, Senior Fellow IBL

 

— Vittorino Andreoli, Il Gesù di tutti, Edizioni Piemme 2013.

Lo psichiatra Andreoli racconta il “suo” Gesù, cosa ha significato nella sua vita, quando anche aveva abbandonato la religione assorbita da piccolo. Ma racconta anche il Gesù “di tutti”, nell’idea che la figura e la vita di Gesù possano rappresentare un archetipo per ogni persona, di qualsiasi religione. Nelle sue parole: “Ecco dunque la mia convinzione profonda: Gesù è un topos comportamentale, è una visione del mondo e uno stile di vita, l’esempio per vivere serenamente”. Perché lo consiglio? Io credo che l’instabilità che la nostra società sta sperimentando non si estinguerà a breve, ma il cambiamento diverrà sempre più veloce. A livello individuale, l’unica possibilità di trovare stabilità in un periodo storico che non è mai stato così instabile è dentro di noi e questa ricerca è un qualcosa che accomuna tutti gli esseri umani. A questo proposito, vorrei sottolineare l’importanza del capitolo “Gesù interreligioso”, in cui si ricorda quante volte la sua figura ritorni nella letteratura religiosa arabo-islamica.

Emilio Rocca, Fellow IBL

 

— Dan Ariely, Prevedibilmente irrazionale, Rizzoli 2008 (2008).

Un libro di behavioral economics che sottolinea i limiti della nostra razionalità e volontà con una serie di esperimenti, il cui esito è spesso non scontato, suggerendo strategie e possibili trucchi.

Luciano Lavecchia, Fellow IBL

 

— Emanuele Coccia, Il bene nelle cose. La pubblicità come discorso morale, il Mulino 2014.

Fa impressione leggere un filosofo dire cose sensate sul mercato. Lo fa Emanuele Coccia partendo dalla pubblicità, intesa come discorso pubblico della nostra epoca, che ci parla dai muri, la “cosa politica” per eccellenza. E la pubblicità conduce un discorso pubblico che ha per oggetto le merci, “l’ultimo nome che l’Occidente ha dato al bene”. Ne esce una trattazione originale di temi che di solito ricevono dalla filosofia uno sguardo sprezzante. Il capitalismo è addirittura visto come estensione “radicale ed estrema” della moralità. Coccia non è riconducibile a etichette di comodo, come può essere anche quella di liberale, però ha il coraggio di condurre la sua ricostruzione usando categorie politiche, etiche ed estetiche tipiche della filosofia contemporanea, non restandone prigioniero. Senza farsi paladino del “consumismo sfrenato”, l’autore di Il bene nelle cose si fa beffe di molti tic filosofici e di tante tendenze culturali tipiche dell’anticapitalismo di maniera.

Nicola Iannello, Fellow IBL

 

— Alex Epstein, The Moral Case for Fossil Fuels, Portfolio 2014.

Raccomando un libro che non ho ancora letto, ma che è di sicuro interesse e sta già suscitando un vivo dibattito. Segnalo l’articolata recensione di Bryan Caplan per EconLog: parte 1, 2, 3, 4, 5.

Francesco Ramella, Fellow IBL

 

— Harry G. Frankfurt, Stronzate. Un saggio filosofico, Rizzoli 2005 (2005).

Tutti sanno che le “stronzate” sono dappertutto, e tutti contribuiscono (contribuiamo) a diffonderle e ingigantirle. Ma perché? E cosa sono, poi, le stronzate? Un saggetto imperdibile per chiunque voglia capire il dibattito pubblico italiano.

Carlo Stagnaro, Senior Fellow IBL

 

— Adam Grant, Più dai, più hai. Un approccio rivoluzionario al successo, Sperling & Kupfer 2013 (2013).

Agli amanti del mercato non potrà non piacere il modo in cui Grant ci ricorda quanto siamo dipendenti gli uni dagli altri. Ancor più nel mondo di oggi, sempre più piccolo e interconnesso, il successo personale dipende dal successo di chi ci sta intorno. Aiutare gli altri ogni volta che si può, cioè agire al modo di quelli che il professore di Wharton chiama givers, nel lungo periodo si rivela la strategia vincente per tutti.

Paolo Belardinelli, Fellow IBL

 

— James Grant, The Forgotten Depression. 1921: The Crash That Cured Itself, Simon&Schuster 2014.

Chi critica il modo in cui le autorità pubbliche sono intervenute nelle crisi, dal ’29 al 2007, si scontra spesso con un’obiezione non insensata. E’ relativamente facile individuare errori ed esempi di cattiva gestione, ogni volta che lo Stato s’avventura a “salvare il mondo”. Si può, certo, spiegare come proprio intervento pubblico e regolamentazione sono spesso artefici di quelle catastrofi da cui si propongono di proteggerci. Ma questo di per sé non significa che, non fosse entrato in campo lo Stato, una crisi si sarebbe risolta più in fretta. Mancherebbe insomma un “esperimento naturale” di una crisi in cui si è provato (con successo) il laissez faire, anziché affidarsi all’intervento salvifico delle autorità. In questo libro James Grant racconta un crollo drammatico, quello del 1921, dal quale gli Stati Uniti, per una serie di circostanze storiche, si risollevarono, e velocemente, senza alcun “New Deal”.

Alberto Mingardi, Direttore Generale IBL

 

— Dieter Haselbach, Armin Klein, Pius Knüsel, Stephan Opitz, Kulturinfarkt. Azzerare i fondi pubblici per far rinascere la cultura, Marsilio 2012 (2012).

Pur facendo riferimento alla situazione tedesca, molte situazioni, riflessioni e proposte contenute nel libro sono ben adattabili anche al contesto italiano. Il sottotitolo dell’edizione originale dice “Troppo di tutto e ovunque le stesse cose”. L’intervento pubblico ha infatti gonfiato e appiattito l’offerta culturale. Inoltre, l’assunto che la cultura non possa sopravvivere in un sistema di mercato (e che invece vada lautamente sovvenzionata) ha prodotto clientele, scarsa capacità di innovazione e di autonomia, poca responsabilizzazione nella gestione delle istituzioni culturali e una inadeguata attenzione verso i gusti e le preferenze del pubblico. Kulturinfarkt fornisce un quadro concettuale nuovo per ripensare le politiche culturali.

Filippo Cavazzoni, Direttore Editoriale IBL

 

— Giuseppe Maranini, Il mito della Costituzione, Ideazione 1996 (1957).

Se dopo sessant’anni la Costituzione italiana è ancora ammantata da una melliflua deferenza che ne fa “la più bella del mondo”, figurarsi quanto acume occorreva a nemmeno due lustri dalla sua entrata in vigore per vederne i limiti e le reali, non ideali, condizioni storiche in cui era nata. A chi pensa che la nostra Costituzione sia stata il frutto di una momento illuminato di ispirazione da ideali astratti e immutevoli, Maranini ricorda che non da e per una sovranità teorica, ma da e per una sovranità partitica nacque la nostra Costituzione, nel bene e nel male. Con questa analisi pacata, rispettosa, lucida, non sempre preveggente ma assai lungimirante, la Costituzione assume il ritratto che merita: l’esito di un momento storico e politico delicato e cruciale, il miglior esito forse che in quel momento si poteva ottenere, ma anche un testo pieno di ambivalenze e ambiguità che avrebbe potuto aprire l’Italia verso una democrazia matura o immatura a seconda delle dinamiche politiche, prima che istituzionali.

Serena Sileoni, Vice Direttore Generale IBL

 

— Gerald O’Driscoll e Mario J. Rizzo, L’ economia del tempo e dell’ignoranza, Rubbettino 2002 (1985).

Il 2015 segna il trentennale di un classico moderno della scuola austriaca: L’economia del tempo e dell’ignoranza, che si può leggere nella traduzione italiana o nell’edizione riveduta e arricchita in uscita per Routledge, munita di un prezioso corredo telematico (http://timeandignorance.com). Lungi dal presentare una mera ricognizione della tradizione austriaca, O’Driscoll e Rizzo si proponevano di rielaborarne e aggiornarne il paradigma, a partire dai fondamenti metodologici (l’opzione soggettivista, la teoria della conoscenza, la concezione del tempo) fino a giungere a una ristrutturazione dell’edificio teorico (si pensi all’approccio ai temi dell’equilibrio generale e della concorrenza). Così facendo, gli autori intendevano aprire la strada a una nuova generazione di studiosi, legati alle premesse austriache ma aperti alla contaminazione di altre famiglie intellettuali: la ripubblicazione del volume è un’opportunità per riflettere sul successo di quell’operazione.

Massimiliano Trovato, Fellow IBL

 

— David Skarbek, The Social Order of the Underworld. How Prison Gangs Govern the American Penal System, Oxford University Press 2014.

Per credere nei sistemi di produzione di diritto e norme decentrati, nell’ordine spontaneo, è necessaria l’ipotesi che la natura umana sia buona? Skarbek prova con le gang delle prigioni quello che qualche anno prima Leeson aveva provato con i pirati: dimostrare che anche là dove le premesse antropologiche, per propensione alla violenza e al rischio, sono le peggiori emergono dal basso norme e organizzazioni in grado di creare ordine. Contrariamente a quel che si crede, infatti, le gang non servono ad aumentare la violenza ed il razzismo, ma servono a garantire ai detenuti la possibilità di cooperare con (maggiore) sicurezza. Insomma, un libro che sa cercare in un caso estremo, ben documentato e interessante, la risposta ad una delle più importanti domande delle scienze sociali.

Rosamaria Bitetti, Fellow IBL

 

— Jonathan Steinberg, Why Switzerland?, Cambridge University Press 1996 (1976).

Con ogni probabilità, questo dello storico inglese Steinberg è il miglior testo tra quelli che si propongono di illustrare le specificità di una realtà politica e sociale, quella elvetica, che soprattutto grazie alle sue istituzioni è riuscita a lasciarsi alle spalle secoli di povertà (per molto tempo, infatti, gli svizzeri sono stati spesso costretti a emigrare e anche ad accettare di fare i mercenari). Grande esperto della storia tedesca da Bismarck al nazismo, in questo volume (che fu pubblicato per la prima volta nel 1976 e di cui è annunciata una nuova versione) Steinberg esamina con notevole finezza una vicenda tanto marginale quanto ricca di insegnamenti. Le buone ragioni del federalismo, della neutralità, della democrazia diretta, delle proprietà condivise e della pace sociale vengono illustrate con un linguaggio piano e mai banale.

Carlo Lottieri, Direttore Dipartimento “Teoria Politica” IBL

 

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20
Gen
2015

A Pompei fa più danni lo Stato del Vesuvio—di Angelo Miglietta

Ha destato, come sempre, un po’ di polemiche la mancata apertura del sito di Pompei a capodanno, pare lasciando 2.000 turisti fuori dai cancelli. Scelta che peraltro il Ministro della Cultura Franceschini ha difeso. Tutto ciò è accaduto, fatto emblematico, proprio nel giorno in cui l’85% dei vigili urbani di Roma non è andato al lavoro per motivi di salute.

Si tratta di un nuovo, ulteriore esempio del perché la gestione dei beni culturali in mano pubblica è il modo meno efficiente ed efficace. Ogni volta si ritorna a polemizzare su specifici comportamenti, ma sembra che lo si faccia per “buttare un po’ di fumo negli occhi dell’opinione pubblica”, occultando il vero problema. Perché la gestione pubblica, a parità di capacità e buona volontà dei suoi manager e dipendenti, è meno efficiente ed efficace di quella privata? Ci sono diversi motivi, ma fondamentalmente perché essa si realizza attraverso procedure che sono dettate non dal mercato, ma dal rispetto delle regole di diritto amministrativo. Regole che sono completamente diverse da quelle di tipo non giuridico elaborate e sperimentate con successo dalle teorie manageriali, e quindi da quegli studiosi di management che si interessano alle applicazioni concrete della propria attività di ricerca. Tali regole, in opposizione a quelle del diritto amministrativo, prevedono in particolare: visione strategica aperta, autonomia e discrezionalità della gestione, procedure snelle per ridurre i rischi, creatività nei comportamenti e incentivazione economica rispetto ai risultati perseguiti.

In secondo luogo la presenza pubblica condiziona fortemente la selezione del personale e soprattutto dei manager, attraverso l’interferenza della (sotto)politica. In terzo luogo, ma collegato a quanto appena detto, esiste una diffusa (e sciagurata) opinione per la quale i dirigenti che sono chiamati a gestire il patrimonio culturale devono avere una solida preparazione culturale, magari essere degli ottimi storici dell’arte, ma non avere interferenze formative di tipo economico-gestionale, come se questi aspetti svilissero la conservazione e valorizzazione del nostro patrimonio: insomma non devono operare secondo logiche manageriali. Non giova inoltre la confusione diffusa fra economisti della cultura e manager dei beni culturali, che porta a selezionare figure di economisti per incarichi che richiedono competenze manageriali. A tutti è ben nota la differenza fra i contenuti e i metodi dell’economia politica rispetto all’economia aziendale, fin dal primo semestre dei corsi di laurea di economia.

Va peraltro chiarito che il ruolo del pubblico, nel settore della cultura, resta estremamente importante. Il pubblico e lui solo deve fissare le regole per la gestione del patrimonio culturale, ivi incluse quelle relative alla sua tutela, conservazione e valorizzazione. Il pubblico e lui solo deve controllare che i gestori a cui è affidata la gestione del proprio patrimonio culturale rispettino le regole. E sempre al pubblico spetta l’attribuzione di incentivi a coloro che non sono in grado di pagare il prezzo di mercato per usufruire dei servizi del mondo della cultura, realizzando politiche culturali che favoriscano il senso di coesione sociale, che solo un popolo culturalmente preparato può sviluppare.

Uno Stato che fa bene queste tre cose – fissare le regole, controllare la loro corretta applicazione e incentivare il consumo di beni e servizi culturali nel quadro della politica di redistribuzione del reddito – non può certo essere anche il gestore di tali beni: si troverebbe, infatti, in palese conflitto di interessi. Certo, la politica perderebbe la possibilità di effettuare nomine clientelari e di orientare la scelta dei manager, ma tutto ciò potrebbe solo andare a beneficio del cittadino, sia inteso come utente, sia come contribuente.

Se mai un sito come Pompei verrà gestito da un privato qualificato, scelto con una gara internazionale e dotato di esperienza e standing adeguati, impegnato anche con la garanzia di una fideiussione bancaria a comportarsi correttamente, rischieremo di vedere che l’Erario può persino guadagnare da un simile straordinario patrimonio. E non accadrà più non solo il piccolo scandalo (l’unico di cui però si sono accorti i media) di vedere chiuso un sito come Pompei a capodanno, ma soprattutto di vedere che solo 2.000 turisti erano interessati a vederlo: sembra incredibile raccogliere un interesse di pubblico così risibile in un luogo così magnifico, solo la cattiva gestione può riuscirci!

Pubblicato su Management Notes.it il 19 gennaio 2015

16
Gen
2015

Dateci un Capo dello Stato che non firmi tasse retroattive, e costi come la regina Elisabetta

A ogni scelta di un nuovo capo dello Stato, i capi dei partiti politici di maggior rilievo in parlamento ripetono quel che oggi dice Matteo Renzi: serve un “arbitro”, il migliore possibile naturalmente, poiché dovrà incarnare l’unità nazionale e la più alta istituzione di garanzia. La personale interpretazione che ogni Capo dello Stato ha dato delle sue plurime funzioni mostra che invocare “l’arbitro” è solo un modo della politica per mettere le mani avanti. Farà poco piacere ai leader di partito, ma il nostro Capo dello Stato è un giocatore e non solo un arbitro, e in momenti e su temi tra i più delicati: sciogliere o non sciogliere le Camere; affidare incarichi di governo; comporre la lista dei ministri: come esercitare i poteri di promulgazione prima e dopo l’approvazione di leggi, disegni di legge e decreti legge governativi; sui problemi ordinamentali della giustizia come presidente del CSM; su difesa e sicurezza, come presidente del Consiglio Supremo.

Nella seconda Repubblica il conflitto tra il Quirinale “giocatore” e i leader di partito è diventato ancora più evidente, poiché il maggioritario porta a governi scelti da elettori senza che la Costituzione sia stata modificata quanto a forma di governo e prerogative del premier, e non è un caso che Berlusconi (ma anche Renzi, che dagli elettori non è stato scelto, si pensi alla nomina dell’attuale ministro dell’Economia voluta da Napolitano) abbiano più volte dovuto di malanimo “subire” scelte presidenziali, pur convinti di avere dalla propria un più forte e diretto mandato popolare. E non è un caso che i Capi dello Stato, vedi Napolitano da Monti in avanti, abbiano promosso governo non indicati dagli elettori preferendoli a scioglimenti anticipati.

Se dunque la politica mette le mani avanti, credendo ogni volta di scegliere un Capo dello Stato confinato a ruoli di pura rappresentanza e per il resto notaio delle decisioni prese dai capi-partito, non c’è niente di peggio che credere che allo scopo un ”tecnico” e un “tecnico-economico” si presti meglio di un politico. Due volte nei decenni la politica nei guai ha chiamato al Quirinale un super-tecnico economico, e cioè un governatore in carica di Bankitalia con Luigi Einaudi e un ex governatore come Carlo Azeglio Ciampi. Entrambe le volte la politica ha dovuto rassegnarsi: proprio il prestigio, la forte personalità e la competenza dei tecnici prescelti ha attribuito loro un ruolo incisivo e decisivo, d’intervento continuo su scelte fondamentali.

Einaudi da capo dello Stato continuò a scrivere sul Corriere della sera e a pubblicare volumi di polemica economica, e come riconobbe in una lunga nota consegnata al termine del suo mandato all’Accademia dei Lincei, “si prese” un bel po’ di poteri che De Nicola non immaginava neanche di poter esercitare: informative accurate e preventive da parte di ogni singolo ministro prima di ogni atto legislativo, consultazione diretta e regolare dei vertici della Polizia e delle forze armate, osservazione preventiva al governo su materie e norme dei disegni di legge, rinvio al parlamento di testi approvati, in materia soprattutto di compensi dei dipendenti pubblici, militari e diplomatici. Intervenne in maniera politica ed esplicita nel dibattitto sulla cosiddetta “legge truffa” elettorale tentata dalla Dc, ottenendo la modifica del premio di maggioranza previsto. Intervenne sull’allora delicatissima questione di Trieste. E fu decisivo nel far superare alla politica le incertezze per la prima grande apertura dell’Italia ai mercati internazionali, con la liberalizzazione degli scambi nel 1953, voluta dal minoritario Ugo La Malfa quando anche la maggioranza di Confindustria nutriva molti dubbi. Del resto anche alla Consulta Einaudi era stato attivissimo su temi iper-politici: il no alla legge elettorale proporzionale, il no al centralismo statuale, no alle Province, sì al referendum abrogativo anche in materia fiscale, sì alla piena autonomia della scuola e delle Università. Senza contare la sua pervasiva azione a difesa del mercato e della concorrenza, quando tutti nell’immediato dopoguerra si rivolgevano solo allo Stato. La scelta non è tra Stato e privato, ripeteva sempre Einaudi, ma tra libera concorrenza e monopolio. Tutte scelte su cui i partiti dell’epoca non gli diedero ragione: e che sono ancor oggi, tutti e ciascuno, pezzi dell’Italia sbagliata da cambiare.

Ciampi era stato presidente del Consiglio “tecnico”, ma meno politicamente caratterizzato del liberale Einaudi. Eppure, malgrado il tentativo di evitare il più possibile rotture esplicite con Berlusconi, Ciampi gli rifiutò l’autorizzazione alla presentazione di disegni di legge (nel caso di Eurojust) e decreti legge (sulla diffamazione a mezzo stampa, sui brogli elettorali). Lo scontro con Berlusconi divenne palpabile sulle dimissioni di Ruggiero da ministro degli Esteri, considerato dal Quirinale un garante internazionale della credibilità del governo Berlusconi innanzi alle maggiori istituzioni finanziarie internazionali. Ruggiero si dimise alle critiche venutegli dallo stesso centrodestra all’ingresso dell’Italia nell’euro, e Ciampi ne fu amareggiato perché all’euro teneva sopra ogni altra cosa. Aveva avuto un ruolo decisivo da Bankitalia nell’avvicinamento all’obiettivo della moneta unica (e anche un ruolo nell’accettare il cambio troppo alto impostoci dai tedeschi), e in coerenza al disegno europeo Ciampi “obbligò” Berlusconi ad assumere il portafoglio degli Esteri, invece di premiare un euroscettico. Decisione che raffreddò molto l’iniziale europeismo di Berlusconi, cambiandone per reazione al Quirinale il segno della politica estera, a favore di intese più forti con Usa e Russia. Tonnellate di articoli furono scritti sui tentativi di Ciampi di spurgare dal peggio le leggi giudiziarie ad personam, e sistematica fu la sua insistenza su temi come il conflitto d’interessi e la regolazione del sistema televisivo, temi sui quali il centrodestra reagiva sbuffando.

Se queste sono le premesse, c’è da scommettere che il successore di Napolitano NON sarà dunque Pier Carlo Padoan ( e tanto meno, e per fortuna, Draghi che sta meglio dove sta). Eppure, servirebbe qualcuno con la competenza e prestigio economici. Con la grana della Grecia a rischio di neoesplosione, e due-tre anni di fronte in cui pur con le nuove regole attenuate sul fiscal compact (che proprio a Padoan si devono) l’Italia deve uscire dalla recessione con forti riforme attuate e non solo annunciate, un Quirinale “economista” ci aiuterebbe molto, in Europa e a Washington. Anche perché il rischio di sforare il 3% di deficit è molto forte, come si vede dal 3,6% di deficit a cui si è chiuso il terzo trimestre 2014. E se da una parte i nuovi criteri di interpretazione del Patto di Stabilità europeo decisi martedì consentono all’Italia di evitare a breve ulteriori manovre finanziarie, è vero però che il limite del 3% è restato e che in quel caso le richieste di correzione tornerebbero a esserci avanzate.

Ma un Capo dello Stato forte in economia e finanza servirebbe non solo come garanzia internazionale. E’ su molte materie economiche che non dipendono direttamente dai saldi pubblici e non sono parte essenziale del programma di riforme già presentato in Europa, come il Jobs Act, che un Quirinale interventista sarebbe di grande utilità. Bastano alcuni esempi per capirlo.

Destra e sinistra premono per riabbassare i limiti dell’età pensionabile. Ma l’INPS nell’ultimo bilancio ha raccolto contributi per 212 miliardi euro e pagato prestazioni per oltre 100 miliardi in più, che vengono dalla fiscalità generale. Un Capo dello Stato non incline ad assecondare tendenze elettoralistiche in materia previdenziale è necessario. Idem dicasi per riabbassare il piede sull’acceleratore di alcuni disegni annunciati dal governo e lasciati allo stato di pura intenzione: l’intervento sulle 10mila società controllate e partecipate a livello locale, per chiuderne una parte, dismetterne un’altra, e accorparne radicalmente una terza; il passaggio da 35mila stazioni pubbliche di acquisto e appalto a poche decine, accorpate nazionalmente e per macroregioni; la risistemazione organica del prelievo sugli immobili, superando la discrasia attuale di 8mila diverse aliquote nel gioco incrociato di IMU-TASI-TARI.

E ancora: c’è l’intero capitolo bancario, che in questi anni è stato lasciato in un angolo ripetendo che il nostro era un sistema del credito tra i più sani al mondo. Col bel risultato che abbiamo anatre zoppe che si trascinano nell’asfissia come MPS e Carige, banche popolari quotate con una governance incoerente alla propria efficienza, e nell’intero sistema un’enorme mole di sofferenze che restringerà i prestiti a famiglie e imprese quand’anche avesse successo il QE della BCE di cui siamo in attesa. Bankitalia è inascoltata da anni, su questi argomenti, e un Quirinale che le desse sponda aiuterebbe a sbloccare i veti politici.

Infine, lasciateci esprimere un sogno. Un Quirinale muscolare in economia servirebbe anche per esercitare finalmente decisi poteri di garanzia contro la continua vessazione dei contribuenti, negando la firma a provvedimenti che introducono tasse retroattive, introducono obblighi fiscali attraverso circolari invece che per legge, aprono regimi più convenienti discrezionalmente solo ad alcuni pochi “grandi” contribuenti negandoli alla gran massa. Ma forse anche e proprio per questo, la scelta della politica sarà diversa. Sia detto tra noi, ricordate infine che la monarchia britannica costa ai tax payers 37,6 milioni di pounds, cioè 46 milioni di euro, più di quattro volte meno che a noi il Quirinale: viva la regina Elisabetta!

 

15
Gen
2015

“Gli italiani si stanno arricchendo”. La realtà di Renzi, quella vera e quella che (forse) poteva essere.

Nel suo recente discorso al parlamento europeo, Matteo Renzi ha tuonato contro i disfattisti che dicono che le famiglie italiane si stanno impoverendo: “Beh, questo cozza, come talvolta accade, contro la realtà dei fatti e dei numeri. Pensate, in un tempo di crisi, le famiglie italiane, hanno visto crescere i propri risparmi: da 3.5 triliardi di euro a 3.9, dal 2012 al 2014. Perché è accaduto questo? È accaduto questo perché l’economia italiana (…) vive una fase di terrore. (…) Le famiglie si stanno paradossalmente arricchendo perché hanno preoccupazione e paura.”

C’è più di qualcosa che non va, in queste affermazioni. O il premier è confuso sui numeri, o lo è sulle definizioni (o forse su entrambi i fronti). Ma siccome potrebbe trattarsi anche di qualcos’altro, e cioè di malafede, allora è bene fare chiarezza.

Che cos’è che, negli anni 2012-2014, è aumentato da circa 3500 miliardi a circa 3900 miliardi di euro? Né i risparmi né la ricchezza delle famiglie italiane. Si tratta delle attività finanziarie. Purtroppo però, il fatto che il volume delle attività finanziarie sia aumentato, non basta a dire che le famiglie italiane si stiano arricchendo.

Le famiglie italiane, infatti, nello stesso arco di tempo citato dal premier, si sono impoverite. Le attività finanziarie sono solo una parte di ciò che viene definito ricchezza. Secondo uno studio della Banca d’Italia (disponibile qui), “alla fine del 2013 la ricchezza netta delle famiglie italiane, cioè la somma di attività reali (abitazioni, terreni, ecc.) e di attività finanziarie (depositi, titoli, azioni, ecc.), al netto delle passività finanziarie (mutui, prestiti personali, ecc.), è risultata pari a 8.728 miliardi di euro”. Secondo le stime della stessa indagine, ripetuta annualmente, la ricchezza è diminuita, da fine 2011 a fine 2012, dello 0,6% a prezzi correnti, per perdere un ulteriore 1,4% tra fine 2012 a fine 2013. A ben vedere dunque, è corretto dire che le famiglie italiane si stanno impoverendo; e si sono impoverite anche tra il 2012 e il 2014.

Ciò significa che l’incremento del volume delle attività finanziarie, nello stesso periodo, non è stato sufficiente a coprire la perdita da attività reali.

Assodata la distorsione della realtà rappresentata da Renzi, c’è un’ulteriore osservazione da fare. Il premier, faccia tosta, cita il risparmio, dimenticando che egli rappresenta uno dei persecutori dello stesso. Il suo governo ha aumentato le tasse su questa preziosa risorsa. Lo ha fatto in modo sconsiderato per diversi motivi ed è stato solo l’ultimo di una serie di provvedimenti finalizzati al suo massacro (per un’attenta analisi si veda qui).

C’è da chiedersi cosa sarebbe successo se il premier non avesse contribuito all’aumento della pressione fiscale sul risparmio. Forse gli italiani avrebbero potuto sfruttare ulteriormente le migliori condizioni dei mercati finanziari degli ultimi 2 anni. E magari a Strasburgo il premier avrebbe potuto dichiarare, a ragion veduta e non a sproposito, che gli italiani si stavano veramente arricchendo.

14
Gen
2015

Patto stabilità UE: Padoan sforerà il 3%, ma è stato bravo a raggiungere 2 obiettivi su 3

I semestri europei di presidenza nazionale a rotazione hanno perso da tempo la loro importanza. A differenza di anni fa, ora il Consiglio europeo ha un presidente stabile che indirizza i dossier, la politica estera un suo Alto rappresentante, e anche l’Ecofin un coordinatore fisso. Detto questo, il semestre di presidenza europea di Renzi è giunto ieri al suo ultimo atto. Solo il tempo dirà sa valesse la pena concentrare tante energie nella nomina della Mogherini a un coordinamento di politiche estere che restano nazionali. Per il resto, il bilancio politico è molto magro. Nemmeno la strage di Charlie Hebdo e 3 milioni di parigini in piazza son riusciti a sbloccare l’Europa politica da un forte dissenso sulle nuove misure antiterrorismo. La crisi russo-ucraina è più che mai aperta. E il 25 gennaio con il voto in Grecia e Syriza in testa, con la richiesta di un nuovo abbattimento del debito ellenico detenuto dall’euroarea potrebbe ricominciare una nuova fase acuta di crisi.

Tuttavia, sarebbe sciocco e pregiudizialmente partigiano negare che un successo c’è stato. Sul punto centrale che il governo italiano aveva mirato, quello di nuovi criteri nel patto europeo di stabilità e crescita. Non per una sua modifica strutturale, col limite del 3% annuo di deficit e il percorso a tappe per rientrare sotto il limite del 60% di Pil di debito pubblico: questo non si tocca. Ma cambiano i criteri di interpretazione e applicazione del patto, e non è poco. La svolta è venuta con il nuovo documento che la Commissione Juncker ha fatto proprio e diramato ieri. E’ un documento che rappresenta una vittoria per il ministro Padoan, che vi ha lavorato da aprile scorso senza mai scontrarsi di petto con tedeschi e rigoristi, e al contempo seminando con grande finezza tecnica il confronto con Commissione ed Ecofin.

Padoan ha puntato tre obiettivi. Il primo era non far mettere in dubbio dall’Europa che l’Italia restasse sotto il 23% di deficit nel 2014 e 2105, con la legge di stabilità appena approvata. Obiettivo di fatto raggiunto sulla fiducia, visto che al terzo trimestre 2014 il nostro deficit era al 3,7%, e che le stime della legge di stabilità appaiono ottimistiche.

Il secondo era di strappare, per i paesi sotto il 3% e ad alto avanzo primario come l’Italia, più tempo per la correzione aggiuntiva del deficit imposta dal fiscal compact, e necessaria ad abbassare nel tempo il debito pubblico, che nel nostro caso sale ancora verso il 135% del Pil invece di scendere verso un lontanissimo 60%: un tempo giustificato valutando da subito l’effetto futuro di maggior crescita determinato da importanti riforme strutturali che nel frattempo si adottano. Il terzo obiettivo era ancor più impegnativo: convincere la Commissione europea a cambiare i criteri con i quali si misura l’ouput gap, cioè la differenza tra crescita reale e crescita potenziale. Un criterio solo apparentemente tecnico ma decisivo per l’Italia, che nei suoi 9 punti di Pil e 25 di produzione industriale persi dal 2008 segna un ouput gap superiore a 5 punti di Pil secondo l’Ocse e Padoan, molto meno invece secondo i criteri della Commissione.

Con i nuovi criteri adottati ieri dalla Commissione, si può oggettivamente dire che Padoan ha vinto in pieno anche sul secondo obiettivo. E se ha mancato il terzo – la Commissione per il momento non sposa la proposta italiana su come calcolare il Pil potenziale – il confronto resterà comunque aperto.

La sostanza però è che per la prima volta c’è una nuova precisa e graduata attenuazione degli sforzi di correzione del deficit annuale. E’ passato il principio che va esaminata in termini diversi la situazione paese per paese a seconda delle diverse riforme strutturali, del lavoro e delle pensioni. Per la prima volta si riconosce per tutti (negli ultimi 2 anni era già avvenuto per Romania e Bulgaria) che la parte di cofinanziamento nazionale di investimenti realizzati grazie ai fondi europei può non essere calcolata nello sfondamento del 3% di deficit, e che lo stesso avverrà per le quote nazionali di finanziamento del progetto straordinario triennale da 315 miliardi a cui Juncker ha legato la sua presidenza (e che personalmente non mi convince per niente, le risorse comunitarie sono solo 21 miliardi). Soprattutto, si introduce infine una griglia (vedi Annex 1 qui) a 4 scalini di diversa intensità di crisi nazionale più 1 per quando le cose vanno bene, per la quale a chi ha crescita reale negativa come ancora è stato per l’Italia nel 2014 non si chiedono tagli ulteriori al deficit, neppure a chi ha il debito più che doppio del 60% di Pil come nel nostro caso. La condizione – ecco perché contava il primo obiettivo raggiunto da Padoan – è quella di restare sul filo del 3% di deficit. Una scommessa che sui conti pubblici del 2015 attualmente non ci sentiamo proprio per nulla di fare: ma nella sostanza, va riconosciuto che è quanto Padoan aveva chiesto.

E’ vero, non è la rivoluzione sognata da chi vuole semplicemente che il fiscal compact sia stracciato. Non risolve la deflazione, contro la quale l’attesa è per le misure che tra pochi giorni deciderà la BCE. E non disattiva la mina greca, la cui miccia ha ripreso a correre. Ma è anche vero che Padoan si è mostrato un osso duro. E che la sua competenza in guanti di velluto ha ottenuto in sei mesi più di quanto le frequenti rodomontate della politica italiana abbiano conseguito in 8 anni. Taglia la spesa improduttiva molto meno di Cottarelli ed è troppo incline a nuove tasse come la stangata retroattiva al risparmio previdenziale, ma ringraziamo Napolitano che ha voluto Padoan ministro, al posto di un ubbidente incompetente. Perché i risultati si sono visti, anche se ora il più resta da fare.

13
Gen
2015

Tempi di accertamento tributario: buone nuove da delega fiscale

Dal 2006, la questione dei tempi di accertamento, entro i quali l’Agenzia delle Entrate può notificare al contribuente gli avvisi di accertamento, è diventata questione poco chiara. In quell’anno infatti, venne introdotta una deroga all’art. 43, D. P. R. 600/1973, che fino a quel momento aveva disciplinato questa materia e stabiliva che l’Ufficio sarebbe incorso nella decadenza dal potere accertativo nel caso in cui gli avvisi fossero stati notificati oltre il 31 dicembre del quarto anno successivo a quello in cui era stata presentata la dichiarazione, o del quinto anno nel caso di omessa presentazione della dichiarazione. Tale deroga, introdotta dal D. L. 223/2006, ha introdotto la possibilità di raddoppiare questi termini. In particolare, i termini raddoppiano (a 8 e 10 anni) nei casi in cui la contestazione dell’Agenzia delle Entrate costituisca o possa costituire un fatto che comporti obbligo di denuncia, ai sensi dell’art. 331 del codice di procedura penale, in quanto penalmente rilevante.

La situazione di incertezza (del diritto) per il contribuente che ne è scaturita è dovuta principalmente al fatto che il raddoppio dei termini non solo scatta nei casi in cui l’avviso di accertamento che comporta obbligo di denuncia venga emesso prima dello scadere degli ordinari termini di decadenza, ma, in aggiunta e a dispetto della tutela del diritto di difesa, è possibile la riapertura dei termini di accertamento anche nei casi in cui la constatazione della violazione penale sia stata effettuata oltre la scadenza dei termini ordinari di accertamento.

Nonostante il parere della Consulta, che ha ritenuto il raddoppio pienamente legittimo, le perplessità sono rimaste. Il contribuente, checché se ne dica, continua a convivere in una situazione di sostanziale incertezza. Dopo il quarto anno, in qualsiasi momento l’Ufficio può riprendere con gli accertamenti, e riaprire ciò che il contribuente poteva intendere una questione chiusa.

Parrebbe dunque un’ottima notizia quella data da Andrea Bolla, responsabile del Comitato tecnico per il Fisco di Confindustria, in un’intervista dell’8 gennaio a Il Sole 24 Ore (si veda qui). Stando alla delega fiscale, egli afferma, il raddoppio dei termini di accertamento potrà scattare esclusivamente nei casi in cui “la denuncia venga presentata nei termini ordinari di decadenza, dunque entro quattro anni». Della serie, ogni tanto una buona nuova! L’affermazione di tempi certi di accertamento è un piccolo, ma fondamentale, passaggio nella tutela dei diritti del contribuente.

Ovviamente, non potevano mancare gli schiamazzi degli anti-evasori, i quali già si proclamano contrari a questa modifica poiché essa andrebbe a ridurre i recuperi della lotta all’evasione fiscale. Probabilmente è vero. Ma ha senso appellarsi alla lotta all’evasione per sostenere la violazione di un diritto, quello della difesa in base a termini certi? Assolutamente no. Probabilmente, tra le ragioni del fallimento dello Stato nella riscossione dei tributi c’è anche questo paradigma di chi intende il fisco come un sistema contro il cittadino, piuttosto che per il cittadino.

9
Gen
2015

La “nuova” IVA sugli e-book e i miracoli della concorrenza fiscale

Fiat iustitia et pereat mundus: dopo un lungo travaglio, il comma 667 della legge di Stabilità 2015 ha esteso agli e-book l’applicazione del regime IVA agevolato previsto per i libri, mediante un’interpretazione autentica di quest’ultimo termine, entro cui dovranno d’ora in poi essere ricomprese tutte le pubblicazioni identificate da codice ISBN e veicolate attraverso qualsiasi supporto fisico o tramite mezzi di comunicazione elettronica. E, dunque, anche gli e-book, nonostante il (concreto) rischio di una procedura di infrazione da parte di Bruxelles. Per le medesime ragioni di equità fiscale, non si comprende per quale ragione la norma abbia escluso dall’estensione del regime agevolato l’IVA sulle copie digitali dei giornali e dei servizi delle agenzie di stampa online. Ma il meglio è pur sempre nemico del bene.  Read More

7
Gen
2015

Le “lenzuolate” di Macron, la mosca bianca liberale della gauche

Mentre in Italia la legge di Stabilità appena varata si appresta a tartassare ulteriormente i contribuenti (senza peraltro far calare la pressione fiscale globale), i nostri vicini d’oltralpe, notoriamente perfino più statalisti di noi, si apprestano a varare un provvedimento di ampio respiro, emblematicamente denominato “progetto di legge sulla crescita e sulle attività” (Project de loi sur la croissance et l’activité), con l’intento di liberalizzare (parzialmente) i servizi, le professioni e gli orari degli esercizi commerciali, riformare il mercato delle professioni legali e favorire gli investimenti. Un provvedimento ambizioso e a suo modo rivoluzionario, tanto più se il suo estensore è un governo socialista.

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3
Gen
2015

Roma, l’assenteismo pubblico, e la bufala delle norme che mancano: manca la volontà

Sembra fatta apposta per rilanciare l’illogicità del nuovo Jobs Act che vale solo per i lavoratori privati e non per il pubblico, l’assenza dell’83,5% dei vigili urbani previsti in servizio a Roma la notte di san Silvestro con 600mila persone per le strade della Capitale, e quella dei 200 netturbini che dovevano prestare servizio a Napoli a Capodanno. Le amministrazioni locali hanno reagito diversamente. Lancia in resta contro l’assenteismo il sindaco di Roma e innanzitutto il comandante della Polizia Municipale, Raffaele Clemente. Mentre a Napoli il vicesindaco Sodano ha preferito parlare di “dato fisiologico”, stante che l’età media dei dipendenti della municipalizzata è più vicino ai 60 che ai 50 anni.

La novità vera è che sia a Roma sia a Napoli la Cgil fa fuoco e fiamme contro gli assenteisti. E questo dice molto, perché nelle proteste estreme delle mille sfaccettature del mondo pubblico il microsindacalismo corporativo ha molto più peso che nei grandi numeri del lavoro privato. Ma la differenza istituzionale, rispetto a molte altre volte, è che subito il premier Renzi ha messo nel mirino gli assenteisti, promettendo che con la delega Madia sulla riforma della PA all’esame del parlamento saranno assunte tutte le misure necessarie perché vicende simili non possano ripetersi.

Detto questo, alcune distinzioni. La municipalizzata dei rifiuti di Napoli, insieme all’ATAC e all’AMA di Roma e alle consorelle di Palermo, sono nelle serie storiche purtroppo notoriamente in testa per assenze medie dal lavoro, con un rapporto giunto fino a 3-4 volte la media nazionale e fino al 25% medio giornaliero. Diverso è il caso della protesta esplosa a Roma. Che è di gravità purtroppo diversa.

A Roma non si è trattato di un assenteismo elevato frutto di scelte personali e pessime abitudini rese possibili da medici conniventi. Nella Capitale a Capodanno si è verificata un’astensione di massa coordinata sindacalmente, con la Cgil non d’accordo ma con le altre due confederazioni maggiori in linea con altre 3 sigle sindacali, determinate a un colpo di mano contro la giunta e soprattutto contro il comandante Clemente: un superpoliziotto che dopo un anno è ancora vissuto come estraneo al corpo. Un corpo che considera un affronto le misure da Clemente proposte, di rotazione di tutto il personale nella città per estirpare tolleranze e connivenze con illegalità di vario tipo, e di riforma totale delle diverse ripartizioni metropolitane.  La resistenza dei vigili urbani alla rotazione induce purtroppo ad amare considerazioni, sul retroterra da cui nasce si alimenta Mafia Capitale.  Aggiungeteci un contratto fermo da 5 anni, la richiesta di raddoppiare l’organico da 6mila a 11 mila componenti come se la Capitale non fosse stata salvata per 2 volte dai contribuenti nazionali abbuonandole in gestione separata 15 miliardi di debiti: ecco come nasce la diserzione di massa dei vigili capitolini dalle strade romane. Ed ecco spiegati i commenti beffardi di alcune sigle sindacali dietro la protesta, che come Ospol hanno giudicato l’83,5% come “un dato normale, per il freddo e il periodo”.

I sindacati ispiratori della protesta a Roma, della massiccia ondata di certificati medici e donazioni sanguigne e rifiuti della prestazione in servizio sostitutivo per chi era previsto in disponibilità, forse non se ne rendono proprio conto: con la loro scelta hanno indotto centinaia di vigili a non capire che così comportandosi confermavano solo che a Roma un problema enorme di legalità esiste dal basso, e non solo per le vicende toccate dalle indagini su “Mafia Capitale”. C’è da sperare solo che i vigili urbani romani riflettano, ora che gli ispiratori dell’assenteismo li invitano urlando allo sciopero contro la presunta “intimidazione antisindacale”. E che la politica non dica fesserie, visto che a Roma la destra pare intenzionata a cavalcare gli assenteisti dando loro ragione.

I numeri. Già ho scritto all’indomani della mancata estensione del Jobs Act al lavoro pubblico, che l’illogicità di questa scelta – pur affermata dalla Corte Costituzionale in molte sentenze – sarebbe inevitabilmente esplosa. E non a caso la settimana scorsa facemmo subito l’esempio dell’assenteismo pubblico, sottolineando il fatto che l’impegno assunto con la riforma Brunetta del 2008 a un monitoraggio sistematico al parlamento è stato disatteso dai governi successivi. Nella persistente babele dei diversi istituti che raccolgono i dati delle assenze a diverso titolo delle forze di lavoro – la rilevazione trimestrale Istat rileva solo le assenze “mediche”, (più elevate negli ultimi dati del 21% rispetto a quelle private a parità di unità impiegate, ma pensate che nel 2006 il divario era del 34%) poi si aggiungono Inps, Inpdap, coi relativi servizi ispettivi e via continuando – una sintesi complessiva delle assenze è desumibile dal Conto Annuale sul Pubblico Impiego della Ragioneria Generale dello Stato. Nel documento – che come vedete non è di agevolissima consultazione – i dati non sono comparati con il privato, e comprendono tutte le diverse forme di assenza dal lavoro, quelle mediche certificate e retribuite, quelle per ferie, maternità, assistenza a congiunti disabili, permessi sindacali e scioperi. L’ultima versione è relativa al 2013, e il difetto fondamentale è di non tenere conto dell’universo delle 10 mila società pubbliche locali. Ma resterete sicuramente stupiti nell’apprendere che i giorni medi annuali di assenza nella PA italiana nel 2013 – ripetiamo: tutto compreso a cominciare dalle ferie – sono stati 42 per gli uomini e 51 per le donne: ma con punte di oltre 60 per gli uomini e 65 per le donne nei corpi di polizia, 57 giorni alla presidenza del Consiglio, oltre 50 nel servizio sanitario nazionale, 46 in Regioni e Comuni, 40 nei Vigili del Fuoco, e meno di 20 giorni nelle Università. Ci sarebbe un volume da scrivere, per le variazioni geografiche e di sottosettore pubblico. Ma una cosa è sicura: i numeri dicono che c’è ancora moto da fare per accrescere la produttività e combattere assenze di comodo.

Le sanzioni. E’ sbagliato però credere che si debba procedere a chissà quale giro di vite normativo nel settore pubblico. La politica lo annuncia e ripeter per farsi bella. In realtà le norme ci sono tutte o quasi: bisogna solo decidersi a usarle, una volta per tutte. La riforma Brunetta, introdotta dal D.Lgs. 150/09, ha modificato profondamente il sistema disciplinare nel pubblico impiego, intervenendo in particolare sulla struttura del procedimento e sugli stessi poteri degli organi di controllo. La legge definisce di minore gravità le infrazioni per le quali è prevista l’irrogazione di sanzioni superiori al rimprovero verbale minori della sospensione dal servizio con privazione della retribuzione per più 10 giorni. E quelle di maggiore gravità, per le quali le sanzioni vanno dalla sospensione superiore a dieci giorni, al licenziamento con preavviso e anche senza preavviso.

Affermare che nel pubblico impiego non si può licenziare i fannulloni è una sciocchezza assoluta, esattamente come nell’ordinamento è anche prevista la possibilità della messa in mobilità per ridurre le piante organiche che risultino eccedenti dal punto di vista funzionale o economico.

Tanto è vero che la legge prevede esplicitamente all’articolo 55 il licenziamento disciplinare “per falsa attestazione della presenza in servizio, mediante l’alterazione dei sistemi di rilevamento della presenza o con altre modalità fraudolente, ovvero giustificazione dell’assenza dal servizio mediante una certificazione medica falsa o che attesta falsamente uno stato di malattia; per assenza priva di valida giustificazione per un numero di giorni, anche non continuativi, superiore a tre nell’arco di un biennio o comunque per più di sette giorni nel corso degli ultimi dieci anni ovvero mancata ripresa del servizio, in caso di assenza ingiustificata, entro il termine fissato dall’amministrazione; per ingiustificato rifiuto del trasferimento disposto dall’amministrazione per motivate esigenze di servizio….” e via continuando, per non annoiarvi.

Nuovi rimedi. Non troverete nelle banche dati del sistema giudiziario italiano traccia di impugnative e cause relative a licenziamenti per dipendenti pubblici con assenze ingiustificate di quattro giorni in un biennio. I licenziamenti avvengono solo innanzi a condotte enormemente più gravi, nell’ordine di settimane e mesi (non scherzo, a giugno è stato il caso di un dipendente postale) di assenze ingiustificate e continuative. Se poi il governo vorrà aggiungere nuove prescrizioni, bene. Ma il punto è che occorrerebbero solo due misure che nella riforma disciplinare non ci sono, ma senza delle quali restano sulla carta: sanzioni al dirigente pubblico che non contesta sistematicamente ai suoi inferiori le mancanze disciplinari previste dalla legge; e sanzioni al sindaco, presidente di Regione e ministro che non rediga un rapporto annuale delle misure assunte per il pieno rispetto delle leggi vigenti in materia di correttezza, legalità e produttività delle prestazioni di servizio offerte da ciascuna amministrazione. E’ questa la svolta che manca: quella della volontà, non quella delle norme.